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#1 (permalink) |
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Data registrazione: Nov 2009
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Compravendite case in Italia:i numeri non convincono del tutto
Compravendite case in Italia: i numeri non convincono del tutto
di: WSI-ASCA Pubblicato il 24 novembre 2011| Ora 14:33 I dati sulle compravendite di case resi noti dall'Agenzia del Territorio in Italia. Roma - Boom di vendite al Sud. Secondo l'Agenzia del Territorio in Italia nel terzo trimestre 2011 sono state comprate e vendute complessivamente 288.299 unita' immobiliari rispetto alle 283.625 del terzo trimestre 2010 che ha rappresentato il trimestre peggiore dal 2004. I tecnici dell'Agenzia del Territorio quindi, esprimono ''cautela e perplessita''' rispetto alla performance che risulta positiva per tutti i settori: residenziale (+1,4%), terziario (+2%), commerciale (+11,8%), produttivo (+32,8%), pertinenze (+0,9%) e 'altro' +0,9%. Sorprendono in particolare le compravendite attorno ai comparti produttivo e commerciale, con aumenti a due cifre ma a questo proposito l'Agenzia del Territorio fa notare che le compravendite sono poche rispetto ad altri comparti e di conseguenza piccole variazioni in termini assoluti possono risultare molto accentuate a livello generale. Un risultato positivo mostra anche il tasso tendenziale delle compravendite al Sud del settore residenziale (+4,6%), che e' il piu' elevato. Minori recuperi nel mercato del Centro e del Nord sche registrano tassi appena superiori allo zero, rispettivamente +0,5% e +0,2%. L'incremento registrato a livello generale riguarda, seppure con intensita' diverse, sia i capoluoghi che mostrano un lieve rialzo dello 0,2%, sia i comuni minori che guadagnano circa il 2% del mercato. I comuni minori non mostravano dal quarto trimestre 2007 andamenti migliori di quelli dei capoluoghi. |
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#2 (permalink) |
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piggish market
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Sorprendono in particolare le compravendite attorno ai comparti produttivo e commerciale, con aumenti a due cifre
vi ho detto che è Grande Italia !!! In compenso in borsa ci mazzuolano anche oggi, e sembrava una bella giornata ... ![]() Con un pacchetto di patatine del discount si comprano 4 bpm o 4 mps , se però sono patatine grill o alla paprica/peperoncino se ne prendono di più . |
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#4 (permalink) |
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piggish market
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un paese fallisce se non trova soldi per ripagare una sua emissione
. che poi stiamo decrescendo pesantemente è evidente solo le statistiche lo neganoSull'articolo ... anche qui : statistiche. terzo trimestre, contiene luglio, agosto e questo brutto settembre. Secondo me è un lagging indicator ... saranno compravendite per cui c'erano accordi pregressi della prima metà dell'anno imho. |
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#5 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Nov 2009
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La rendita sterilizza la ricchezza degli italiani
[ 19 settembre 2011 ] Diego Barsotti La ricchezza privata degli italiani è di gran lunga la più alta dei paesi sviluppati (8mila 700 miliardi) , anche in rapporto al reddito disponibile: i risparmi delle famiglie ammontano addirittura a 7,8 volte il reddito disponibile, solo Regno Unito e Francia si avvicinano a questo record, rispettivamente con 7,68 e 7,52 volte, mentre molto più indietro si trovano il Giappone (la ricchezza privata è 6,97 volte il reddito disponibile), la Germania (6,29), il Canada (5,44) e gli Stati Uniti (4,75). L'inchiesta pubblicata oggi su Affari e finanza di Repubblica ha il merito di mettere in fila numeri che tutti conoscono bene, soprattutto all'estero, e che costituiscono il paradosso di un Paese dove i cittadini sono tra più ricchi al mondo, ma la loro nazione sta rischiando il fallimento, semplicemente perché il modello economico perpetuato dal dopoguerra ad oggi è stato esclusivamente imperniato sulla rendita, ovvero su una ricchezza inutile, non per tutti ma sicuramente per l'economia del paese. Dei 9mila 732 miliardi di patrimonio lordo delle famiglie (sei volte il pil italiano), il 57,8% è rappresentato da beni immobili, il 37,3% da attività finanziarie, appena il 4,9% da attività reali, ovvero beni, impianti, macchinari, scorte, attrezzature, brevetti. Da questo misero 4,9% dobbiamo toglierci un altro punto percentuale abbondante che sono i beni di valore (opere d'arte, antiquariato, arredamenti). In pratica la ricchezza degli italiani in beni produttivi ammonta a soli 380 miliardi, un dato che sembrerebbe poco realistico, ma che in realtà torna se si pensa che secondo il Rapporto Corporate Efige 2011 la percentuale dell'attivo di bilancio delle imprese italiane finanziata con capitale proprio è pari al 12% mentre il restante 88% è coperto dal debito: «Il valore complessivo delle attività - spiega dunque Marco Panara, autore dell'articolo - è vicino ai 4mila miliardi, il problema è che i proprietari di tasca loro ci mettono poco, preferiscono mettere i soldi in appartamenti e nella finanza piuttosto che nelle aziende, e infatti loro sono ricchi e le aziende sono povere». Secondo una ricerca di PricewaterhouseCoopers e dell'università di parma questa scelta deriva «dalla sfiducia nello stato, nel suo arbitrio, nelle sue incertezze e instabilità», ma anche dal modello di fiscalità che ha scelto lo Stato, caricando tutto il peso sull'impresa e sul lavoro privilegiando le rendite immobiliari e finanziarie. Per questo va accolto positivamente e come un primo passo verso la razionalità l'innalzamento del carico sulle rendite finanziare dal 12,5% al 20%, stabilito nell'ultima manovra. E per questo va guardato con un certo interesse alla sperimentazione che sta portando avanti la Toscana, dove pur tra mille polemiche e difficoltà pratiche, la Regione sta cercando di introdurre il parametro Isee in cui convogliano anche i dati che escono dalla denuncia dei redditi, per diversificare l'importo dei ticket sanitari (azione già in vigore) e dei ticket del trasporto pubblico (azione ancora allo studio). «Lo stock di ricchezza è un vantaggio competitivo nazionale - spiega infatti Giacomo Neri di PricewaterhouseCoopers - ma bisogna valorizzarlo, gestirlo bene, renderlo produttivo e dinamico: ci vuole una politica capace di riorientare il prelievo fiscale tassando beni e patrimoni improduttivi e alleggerendo il carico su lavoro e impresa». L'ennesima scelta qualitativa che questo governo del fare non farà, come non ha ancora intrapreso alcuna misura per la crescita (non parliamo di quale sarebbe opportuna ma di crescita nel senso classico del termine), né ha disegnato alcuna strategia energetica (a meno di non considerare tale la riconferma - e vorremmo ben vedere - del bonus del 55%) nonostante le promesse del ministro Romani che aveva annunciato che il 15 settembre avrebbe presentato la bozza del piano energetico. A questo punto di fronte all'indecenza a cui ci sottopone questo governo agonizzante tutto può essere ad un livello superiore, persino il commissariamento (e l'accompagnamento coatto). PS Le case valgono per 5400 miliardi Ultima modifica di reganam : 24-11-11 alle ore 16:08 |
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#6 (permalink) |
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Da Noi è Diverso!
Data registrazione: Jan 2010
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M. PANARA - QUELLA RICCHEZZA CHE FRENA LO SVILUPPO
PRIMO PIANO Grande patrimonio crescita zero Come e perché in Italia ha vinto il partito della rendita di MARCO PANARA da la Repubblica Affari e Finanza 19 settembre 2011 Gli italiani, ricchissimi e disperati. Ebbene sì, siamo ricchissimi, più dei francesi e dei tedeschi, più degli inglesi, degli americani e dei giapponesi. Lo dicono i numeri: la ricchezza lorda delle famiglie italiane alla fine del 2010 ammonta a 9 mila 732 miliardi di euro, i debiti (sempre delle famiglie) a circa mille miliardi, la ricchezza netta è quindi pari a 8 mila 700 miliardi. È una cifra enorme, quasi sei volte il pil, quattro volte e mezzo il debito pubblico, 7,8 volte il reddito disponibile, contro il 7,7 del Regno Unito, il 7,5 della Francia, il 7 del Giappone, il 6,3 della Germania e il 4,8 degli Stati Uniti. Siamo più ricchi di loro ma stiamo peggio. Perché? Per spiegarlo dobbiamo partire dall’inizio, ovvero da come abbiamo fatto ad accumulare tanto. I motivi principali sono che siamo un popolo di risparmiatori (virtù in erosione) e un popolo di evasori fiscali (difetto che non si erode affatto). Un elevato risparmio consente di accumulare e non pagando le tasse si risparmia e si accumula molto di più. Nel 2009 per esempio la ricchezza complessiva è cresciuta di 93 miliardi, 70 dei quali rappresentati dal risparmio e il resto dall’aumento del valore. Non è un’eccezione, tra il 1995 e il 2009 l’aumento della ricchezza è dovuto per il 60 per cento al risparmio e per il 40 all’aumento del valore. Il passo successivo per avvicinarci a capire perché stiamo peggio è nella struttura economica dell’Italia, la cui sintetica fotografia è questa: debito pubblico enorme e debito privato relativamente contenuto, ricchezza privata immensa che però non produce crescita. Il presidente del consiglio e il ministro dell’economia, oltre a dirci fino a giugno scorso che l’Italia stava benissimo, ci hanno venduto quel contenuto debito privato e la gigantesca ricchezza delle famiglie con elementi di forza, garanzie della tenuta del nostro debito pubblico. Alla prova dell’estate purtroppo non si sono rivelate tali, per la semplice ragione che più che elementi di forza sono segni di squilibrio. Per quello che comportano e per quello che rivelano. Quello che comportano è sotto i nostri occhi: il debito pubblico elevato sbilancia l’intero paese e rende più costoso anche quello privato. Se la ripartizione fosse diversa, con un 2030 per cento in più di debito privato e altrettanto in meno di debito pubblico le agenzie di rating e i mercati ci guarderebbero con occhi assai diversi. Quanto alla ricchezza privata, se è certo che è meglio averla che non averla, è però assai poco utile se non produce crescita. Vuol dire che è immobile e mal gestita. E’ come quelle famiglie aristocratiche che hanno immensi palazzi che non producono neanche il reddito necessario a mantenerli. Il loro destino è segnato, cominceranno a venderne dei pezzi fino a ritrovarsi nella casa del guardiano. Se questo è quello che la struttura economica dell’Italia comporta, ancora più illuminante è quello che rivela. Debito pubblico e ricchezza privata sono due facce della stessa medaglia, uno stato senza credibilità e autorevolezza e un privato opportunista e spesso saccheggiatore. A questo punto però, per capire perché questa immensa ricchezza privata non produce crescita, dobbiamo guardarci dentro. Quello che troviamo già dice quasi tutto. Di quei 9 mila 732 miliardi di patrimonio lordo il 57,8 per cento è rappresentato da immobili, il 4,9 per cento da beni di valore e da impianti, macchinari, scorte, attrezzature, brevetti, avviamenti (le cosiddette attività reali) e il 37,3 per cento da attività finanziarie. Cominciamo da quei 5 mila e 600 miliardi di immobili. Solo il 6 per cento, 330 miliardi o giù di lì, sono negozi, uffici o capannoni; il 4,3 per cento (240 miliardi) sono terreni e il resto, ovvero 4 mila 900 miliardi, sono abitazioni. Di queste (in totale sono 29 milioni 642 mila) l’80 per cento sono abitazioni principali e il restante, 5,7 milioni, sono seconde case (poco utilizzate) o case sfitte. Quelle vuote, inutilizzate, sono ben 1 milione e 200 mila. Passiamo ora alla seconda voce per importanza, le attività finanziarie. Non sono poca cosa, si tratta di oltre 3 mila e 600 miliardi, metà dei quali sono detenuti in contanti, depositi bancari e postali, titoli pubblici e obbligazioni, altri mille miliardi in azioni e fondi comuni e circa 630 sono riserve tecniche delle assicurazioni. Nel complesso la quota rappresentata dal capitale di rischio è più vicina a un quarto che a un terzo del totale. Infine la cenerentola di questo elenco, le attività reali, 476 miliardi di euro investiti per un quarto circa in beni di valore (quadri, gioielli, mobili di antiquariato) e solo 380 miliardi in beni produttivi. Pochissimo, per un paese che si dice manifatturiero, per un popolo che si ritiene abbia l’imprenditoria nel sangue. Guardandosi intorno, osservando le decine di migliaia di imprese che affollano tutto il Nord, una parte del centro e qualche pezzetto fortunato del sud, e anche escludendo le società quotate, le cui azioni vanno nel capitolo della ricchezza finanziaria, sembrerebbe che il valore dei macchinari, degli avviamenti e delle scorte di tutte quelle imprese sia ben superiore a quei sparuti 380 miliardi. La spiegazione c’è. Se calcoliamo che secondo il Rapporto Coraporate EFIGE 2011, la percentuale dell’attivo di bilancio delle imprese italiane finanziata con il capitale proprio è pari al 12 per cento (in Francia il 30 e in Germania il 34) e l’88 per cento è coperto dal debito, i conti tornano. Il valore complessivo di tutte quelle attività è vicino a 4 mila miliardi, il problema è che i proprietari di tasca loro ci mettono poco, pochissimo, e infatti uno dei vincoli alla crescita di quelle imprese è che sono poco capitalizzate e molto indebitate. I loro proprietari preferiscono mettere i soldi in appartamenti e nella finanza piuttosto che nelle aziende, e infatti loro sono ricchi e le aziende povere. A questo punto possiamo tornare alla domanda iniziale: perché con un patrimonio così ricco la crescita del nostro paese è così bassa? La risposta, che è già nel modo in cui quel patrimonio è investito, la dà Giacomo Neri, partner di PricewaterhouseCoopers e curatore insieme a Gino Gandolfi dell’Università di Parma di un osservatorio sul risparmio degli italiani (Orfeo): «La struttura di questo patrimonio è difensiva e la sua gestione non è ottimale». Questo patrimonio non serve a costruire il futuro ma a difendersi, per una serie di ragioni di ieri e di oggi, che poi sono le stesse che stanno dietro i capitali all’estero. Alla base c’è la sfiducia nello stato, nel suo arbitrio, nelle sue incertezze e instabilità, in passato c’era anche l’inflazione, che aggiungeva sfiducia nella moneta (e quindi gli immobili). A questa si aggiunge la sfiducia nei mercati finanziari, quelli del parco buoi, quelli nei quali le azioni si pesano e non si contano, nei quali gli azionisti di controllo anche se con un pugno di titoli in mano usano l’impresa come casa propria. C’è anche, dice Roberto Nicastro, direttore Generale di Unicredit «una ragione culturale: l’immobile piace e rassicura, conserva il valore o lo accresce nel tempo. E l’imprenditore che rischia con la sua attività con il suo risparmio preferisce non rischiare». Ma la ragione chiave è il fisco. Le tasse servono a pagare i servizi comuni, le strade, l’illuminazione, la giustizia, la difesa, per coprire investimenti comuni come l’istruzione e per difenderci da rischi che abbiamo deciso di mettere in comune, come la salute e la vecchiaia. Ma il modo come le si raccoglie non è indifferente, disegna il modo di essere di un paese e della sua economia. Il fisco italiano da decenni ha deciso di caricare tutto il suo peso sull’impresa e sul lavoro, ovvero su quello che crea la ricchezza, e di privilegiare gli immobili e le rendite finanziarie (il cui prelievo solo con l’ultima manovra è passato dal 12,5 al 20 per cento). C’è una tabella di Banca d’Italia chiara e terribile: nel 2010 le imposte dirette sono state pari al 14,6 per cento del pil, quelle indirette al 14 per cento e quelle in conto capitale, ovvero sul patrimonio, pari ad un misero 0,2 per cento. Il denaro fugge dove viene meno colpito, e in Italia è meno colpito se si ferma, si immobilizza, esce dalla famigerata denuncia dei redditi. «Lo stock di ricchezza è un vantaggio competitivo nazionale <-> dice Neri <-> ma bisogna valorizzarlo, gestirlo bene, renderlo produttivo e dinamico. Ci vuole una politica orientata a questo, in un paese con tanto risparmio a valorizzare il risparmio gestito favorendo la nascita di grandi imprese del settore, in un paese con un ricco patrimonio immobiliare favorendo la crescita di gestori più grandi e più professionali. In un paese ricco ma fermo riorientando il prelievo fiscale tassando i patrimoni e i beni improduttivi e alleggerendo il carico su lavoro e impresa». Ci stiamo occupando molto, e giustamente, della produttività del lavoro, forse dovremmo cominciare a occuparci anche della produttività del capitale. Roberto Nicastro aggiunge un segnale di allarme: «Negli ultimi mesi si sta inaridendo il flusso di fondi esteri disponibili a investire in Italia, e se non si recupera rapidamente credibilità e fiducia potrebbe diventare un problema. Questo pone una sfida al risparmio italiano: se continuiamo a mettere i soldi negli immobili come faremo a finanziare la crescita?» Nicastro dà anche la risposta, che riguarda anch’essa le tasse: «Bisogna pensare a un nuovo equilibrio nel trattamento fiscale relativo tra le varie forme di risparmio». La conclusione è che dobbiamo decidere che paese vogliamo, se puntiamo sull’impresa e sul lavoro oppure sulla rendita. Ma dobbiamo sapere che la rendita non sarà eterna: se le cose non cambiano quel patrimonio cominceremo presto a mangiarcelo. M. PANARA - QUELLA RICCHEZZA CHE FRENA LO SVILUPPO, mareaperto.net politica, sociale, societ, economia, cultura, crescita, sviluppo, decrescita, fraternit, pace, ambiente, Welby, Marx, riforma ONU, Europa, Bel Paese, riformismo, partito democratico, |
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92:98=2012:2018
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Citazione:
Oltre alla sacrosanta tassazione delle rendite quali sono le misure per la crescita prese in esame? Per esempio sulla liberalizzazione delle professioni? |
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