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Data registrazione: Jun 2010
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Roma condonata
ROMA CONDONATA
link: Una mazzetta per 'salvare' la casa fino a 250mila euro per un condono - Inchieste - la Repubblica Capitale d'Italia e degli abusi. Le domande sono 630mila (260mila da esaminare), un romano su quattro ha costruito qualcosa illegalmente. Una parte è insanabile, ma il lavoro delle ruspe che al tempo di Veltroni aveva fatto piazza pulita di 1,5 milioni di metri cubi di manufatti, con Alemanno si è quasi fermato. HOME INCHIESTA LA REPUBBLICA di MARINO BISSO e CARLO PICOZZA ha collaborato FLAMINIA SAVELLI LA CORRUZIONE di MARINO BISSO, CARLO PICOZZA Una mazzetta per 'salvare' la casa fino a 250mila euro per un condono. "Una veranda di 16 metri quadri ha un valore altissimo e i prezzi dell'ufficio condoni arrivano fino a 3 mila euro. C'è chi è disposto a sborsare 30-40mila euro perché la propria domanda sia accolta. Solo così infatti è possibile vendere una casa abusiva". Parla Antonio Gagliardi dell'Ufficio condono edilizio del Comune, che ha diretto per poco più di due anni dal gennaio 2005«L’AVEVAMO chiamato “Condonificio” per il mercato di mazzette che gli girava intorno». Antonio Gagliardi parla dell’Ufficio condono edilizio (Uce) del Comune, da lui diretto dal gennaio 2005 all’aprile 2007. «Con un “tariffario” che fissava i prezzi della corruzione», spiega, «era diventato uno nodo di scambio tra interessi pubblici e quelli privati». E quali erano i «prezzi della corruzione»? «Dai 5mila euro per il condono di una veranda in periferia ai 10mila per un appartamento, ai 250mila euro per mini-lottizzazioni con una quindicina di alloggi sempre in aree decentrate». Così, intorno al condono edilizio, era nato e si era sviluppato un vero e proprio business? «Sì, con protagonisti esterni e interni all’Amministrazione: i primi erano rappresentati per lo più da studi professionali con entrature nel pubblico; i secondi lavoravano in “rete”, una sorta di network interno all’Ufficio condono, che legava i funzionari infedeli del protocollo con quelli dell’archivio, gli addetti alle istruttorie con quelli degli sportelli». Quei funzionari non erano solo i dipendenti del Comune ma anche quelli della Gemma, la spa che gestiva le istruttorie? «Sì, in un connubio spurio tra pubblico e privato tenuto insieme da interessi e malaffare; anche se va detto che la corruzione non ha investito l’intero Ufficio, ma solo alcuni addetti». Che percepivano “mazzette” in cambio del rilascio di concessioni in sanatoria non dovute? «Certo, ma anche per condoni dovuti ma da “velocizzare” da immettere, insomma, su una corsia preferenziale, ad alta priorità, magari perché il cittadino intestatario della pratica avrebbe dovuto sottoscrivere di lì a poco un contratto dal notaio in qualità di venditore o di acquirente; e si sa, il valore di un immobile non sanato non è lo stesso di uno con le carte in regola». Per proliferare quel mercato aveva bisogno di una disorganizzazione organizzata delle prestazioni pubbliche... «È così: l’attività dell’Ufficio era improntata a un’inefficienza che, senza garanzie per la gestione corretta delle pratiche, cancellava ogni garanzia dei diritti facilitando un “mercato nero” delle concessioni in sanatoria». E lei, come direttore dell’Ufficio condono, di fronte a questi abusi sugli abusi cosa ha fatto? «Quando sono arrivato ho trovato il caos: condoni rilasciati a vista dagli sportelli, discrezionalità altissima dei singoli, procedure non trasparenti e dagli esiti imprevedibili, anche di fronte a una produttività alta e, soprattutto, voci ricorrenti sulle mazzette. Tanto insistenti, sia all’interno sia all’esterno dell’Uce, che qualche settimana dopo, con l’assessore dell’epoca, Roberto Morassut, sono andato dai carabinieri a chiedere che collaborassero per accertare, anche attraverso appostamenti, la fondatezza dei sospetti sui funzionari corrotti. Intanto avevo avviato una riorganizzazione di procedure e controlli». Poi anche lei dovette andar via, travolto da una denuncia della Gemma spa, per una sorta di conflitto di interessi tra il suo ruolo pubblico e quello privato in una società informatica... « Mi dimisi a seguito di accuse gravi ma del tutto infondate come ha poi accertato lo stesso pm che mi aveva indagato». 18 novembre 2011© Riproduzione riservata |
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