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Vecchio 13-12-09, 22:18   #1 (permalink)
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Strategie difensive: analogie con default Argentina e SONDAGGIO contromosse...

Ciao a tutti!
Torno sull'argomento DEFAULT,
un po' per scaramanzìa,
un po' perché mi piace affrontare i problemi alla radice..

Ecco cosa succedeva in Argentina qualche anno fa
(i presupposti sono simili):

http://www.ilrelativista.it/?q=node/313
...Quando nel dicembre del 2001 le strade dell’Argentina si riempirono di folla riottosa era accaduto l’imprevedibile. Nessuno si fidava più della possibilità di mantenere un cambio unico con il dollaro come moneta di riferimento, chiedendo la restituzione dei risparmi in valuta effettuato tramite le banche. E nessuno ottenne nulla. Neanche i nostri concittadini che avevano creduto nelle obbligazioni di stato di quel paese, dal bel nome di un agente segreto, bond. In Argentina era successo che, poichè il paese esportava più verso l’Europa che verso gli Usa, il cambio in rialzo della moneta statunitense aveva trascinato in profonda crisi l’industria, prevalentemente primaria, su cui si basava l’economia di quel paese. Rendendo non competitivi i prodotti per i prezzi troppo alti con cui figuravano, grazie al dollaro, e spingendo gli industriali argentini a delocalizzare le industrie nell’intorno sudamericano. Oggi, in Italia, paghiamo lo stesso scotto, grazie all’aggancio con l’euro che non ci permette più quelle sane svalutazioni tanto utili al nostro export, meno alla nostra finanza pubblica. Sembra quasi che sanare una cosa danneggi l’altra. E, come in Argentina, la nostra industria primaria è tutta spostata nei paesi dell’est europeo e in Cina. Come è uscita dalla crisi l’Argentina? Rivalutando il suo rapporto con il dollaro, portandolo dalla parità a un rapporto uno a tre; ristrutturando l’industria con una nuova legislazione sulla partecipazione dei lavoratori alla proprietà azionaria delle imprese e sulla gestione; ripristinando il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative. Così l’Argentina si è ritrovata una industria basata su tecniche innovative, con un ottimo export in agricoltura e con un’industria da oltre 4 milioni di clienti all’anno: quella del turismo. Dovremo passare attraverso la nuova annunciata austerity dei prossimi anni, prima di poter vedere un governo in grado di favorire queste trasformazioni in Italia e nel Sud.



Questa invece è la drammatica cronaca economica, scritta un anno dopo (2002)
Ora va un po' meglio, ma ancora stanno sospesi...:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=211
...Il 19 dicembre 2001 migliaia di persone iniziarono ad assalire i supermercati, le banche, sfociando nelle piazze di tutte le città più importanti della nazione. Giunsero fino a Plaza de Majo a Buenos Aires, sede della Casa Rosada e dimora dell’allora presidente De La Rua. Alle 23 di quello stesso giorno fu dichiarato lo stato d’assedio e il giorno successivo, il ministro dell’economia Cavallo, uno dei principali responsabili della crisi argentina a causa della sua azzardata politica monetaria, si dimise dal suo incarico. Negli scontri di quel giorno persero la vita ventidue persone.
Il 24 dicembre il presidente provvisorio, Rodriguez Saa, assecondò le agenzie di rating (quelle che dicono se chi emette delle obbligazioni riuscirà a ripagarle), che dal 6 novembre 2001 avevano assegnato al debito dell’Argentina la lettera D (ovvero “default”, fallimento, in poche parole ne avevano sancito l’impossibile ripagamento) dichiarando il definitivo crack finanziario dell’Argentina.
Dal 2 gennaio 2002 il presidente del paese sudamericano è Eduardo Duhalde, uno dei principali esponenti del peronismo (movimento che detiene la maggioranza nel parlamento argentino), e acerrimo nemico dell’ex-presidente Menem.
Da allora l’Argentina versa in una profonda crisi economica e sociale. Il tasso di disoccupazione reale è in crescita e a livelli superiori al 30%. I poveri sono circa il 37% della popolazione in un paese che conta circa 36 milioni di abitanti. Il debito estero ammonta a 142 (!) miliardi di dollari. Il corralito (il blocco dei conti correnti bancari e dei depositi con più di 30000 dollari, per evitare la fuga di capitali all’estero), che doveva durare fino a febbraio 2002, è ancora in atto. I cittadini non possono prelevare da ogni conto più di 250 dollari a settimana e non possono trasferire all’estero più di 1000 dollari al mese. I salari pubblici, già un anno e mezzo fa, vennero decurtati del 13%. Le pensioni sospese a quasi 1 milione e mezzo di persone. Il peso, la moneta argentina, non è più ancorata al dollaro in parità di 1 a 1 ed è stato svalutato. Questo, se da un lato è un vantaggio per le esportazioni perché i prodotti argentini costano meno, dall’altro crea un ulteriore pressione sui prezzi dei prodotti all’interno, alimentando l’inflazione che è uno, se non il principale, problema dell’economia argentina. Il governo, per l’incapacità di far fronte alla crisi di liquidità, emise dei titoli provinciali del debito (come i nostri B.O.C.) per 1 miliardo di dollari dal nome poco rassicurante di patacones, che raggiunsero una diffusione simile a quella della moneta; tanto che Mc Donald’s creò un menu appositamente chiamato patacombo. Parte dell’economia nelle province si basa sul baratto, in luoghi simili a mercati dove la gente si incontra per lo scambio dei generi di prima necessità. Il 22 febbraio scorso 3 delle principali obbligazioni con scadenza 2002 del banco hypotecario (il colosso argentino dei mutui) vennero swappate (sostituite con obbligazioni a scadenza più lunga). Il 2 aprile Telecom Argentina decise di pagare gli interessi sulle sue obbligazioni ma di non rimborsare il capitale.
___________________

Questo è quello che ci aspetta?
Riusciremo ad evitarlo?
Come farà il singolo cittadino a difendere la sua famiglia?
Se qualcuno avesse un po' di sudati risparmi e liquidità per scelta (attesa per ricomprare immobili a meno), farebbe meglio a ricomprare piccoli immobili da reddito oppure oro, tutti e due carissimi?
Mettiamo in BOT stranieri?
Tutto in brasiliane?

Commentate gente, è quasi un sondaggio....


Cesarito

Ultima modifica di cesarito2 : 13-12-09 alle ore 22:25
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Vecchio 13-12-09, 22:36   #2 (permalink)
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Sarebbe interessante vedere cosa fecero le varie classi di investimento in argentina durante il crollo. I bond andarono a zero o quasi, gli immobili persero l'80% del valore... l'oro veniva trattato? Le azioni?
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Vecchio 13-12-09, 22:51   #3 (permalink)
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Sarebbe interessante vedere cosa fecero le varie classi di investimento in argentina durante il crollo. I bond andarono a zero o quasi, gli immobili persero l'80% del valore... l'oro veniva trattato? Le azioni?
Veramente ho trovato qui
http://www.economics.harvard.edu/fil..._Aftermath.pdf

uno studio di due professori di economia di Harvard (Reinhart & Rogoff)
dove oltre ad un ottimo testo puoi trovare a pag. 5 un grafico in cui si tratta delle percentuali di ribasso dei beni immobili nei Paesi che hanno attraversato una grave crisi bancaria o addirittura default, l'Argentina non è dei peggiori, con il -25% in quattro anni...

Ultima modifica di cesarito2 : 13-12-09 alle ore 23:10
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Vecchio 13-12-09, 23:10   #4 (permalink)
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..toglie ogni ragionevole dubbio..

Ciao
Cesarito
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Vecchio 13-12-09, 23:46   #5 (permalink)
Io vi IMUnizzerò
 
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..toglie ogni ragionevole dubbio..

Ciao
Cesarito
ottimo



Significativo il pezzo finale

Citazione:
Nel grafico di De Novellis il periodo coperto è il decennio dal 1998 al 2007 e i prezzi sono depurati dell’inflazione. Si tratta, cioè, di prezzi reali. Per l’Italia si vede come l’aumento medio sia stato prossimo al 6%, un’enormità per un paese il cui PIL, nel frattempo, è cresciuto a tassi appena superiori all’1%.

Le case, dunque, costano troppo. E i due potenti motori che fino a un anno fa avevano ancora sostenuto il mercato nel suo “volo” – ossia l’abbondante disponibilità di credito e le fallaci attese di prezzi costantemente in crescita – sono stati spenti.

Nel suo articolo per LaVoce.info, De Novellis aggiunge ai motivi di pessimismo anche un’altra, importante osservazione. In passate fase di crisi dei mercati azionari, il settore immobiliare prosperò. La domanda di case traeva beneficio dalla fuga degli investitori verso i beni rifugio e dalle corpose riduzioni dei tassi d’interesse con cui le banche centrali reagivano allo stato di crisi. Accadde così nel 1987 e, di nuovo, nel 2001-2002.

La situazione, questa volta, è radicalmente diversa. In primo luogo è l’osservazione empirica, nota De Novellis, a dirci che in questi mesi non si è manifestata una nuova domanda di case da parte di investitori a caccia di beni-rifugio. E non c’è di che stupirsi. A dispetto degli interventi delle banche centrali, la grave crisi finanziaria all’origine dei crolli di Borsa ha generato una condizione di cosiddetto credit crunch – una stretta creditizia che sta rendendo più problematica e onerosa l’accensione di mutui.

Non è solo l’offerta di credito a essersi contratta, però. Anche la domanda langue. La spirale dei prezzi in crescita che alimentava attese di ulteriori guadagni si è spezzata. Non c’è chi non sappia, a questo punto, che la crisi finanziaria – causa dell’implosione delle Borse e del congelamento della congiuntura economica – è a sua volta figlia dello scoppio della bolla immobiliare americana. E non c’è chi non abbia aperto gli occhi – finito il tempo delle illusioni – sul fatto che anche da noi, e non solo negli Usa, gli immobili si sono apprezzati oltre il limite del ragionevole.

Ci vorranno anni di prezzi reali in calo prima che il bene rifugio per eccellenza torni a offrire un po’ di riparo.
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Vecchio 14-12-09, 15:47   #6 (permalink)
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Veramente i miei parenti argentini si salvarono un po' perchè avevano risparmi in Italia in titoli di stato Italiani.
Inoltre riuscirono a vendere in dollari all'inquilino americano un bell'appartamento liberty di 150 mq in una laterale dell' Avenida de Mayo (Della serie a Milano in zona Magenta, a Roma ai Parioli una casa .. la vendi sempre)
albicocco non  è collegato   Rispondi citando
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