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[12 Ottobre 2009]
E' il dossier del Wwf, che fotografa un'Italia tutta costruita, una sorta di città diffusa che sembra più una metastasi che una città, con oltre 3,5 milioni di ettari divorati dal cemento negli ultimi 15 anni. Messina ne è un emblema.
Secondo i dati dell’Ispra [Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale], negli ultimi 80 anni in Italia ci sono state 5.400 alluvioni e undicimila frane. La frana disastrosa che ha colpito il piccolo centro di Giampilieri, a Messina, ripropone drammaticamente i problemi che il Wwf denuncia da anni. Non si tratta, infatti, solo di un eccezionale evento pluviometrico: sono evidenti le nostre responsabilità, la dissennata cementificazione di un territorio dove la pioggia, quando assume forza e intensità tali, non ha più possibilità di essere assorbita dal terreno, e tantomeno lo sfogo naturale di rii e canali. Inoltre, con i cambiamenti climatici, gli eventi meteorologici estremi – piogge intense, alluvioni – sono sempre più frequenti. Bisogna dunque non solo fare opera di mitigazione [ridurre le emissioni di gas serra], ma anche di adattamento, cioè rendere il territorio meno fragile al riscaldamento globale e agli effetti delle piogge intense o delle prolungate siccità. Altrimenti, eventi come quello di Messina torneranno a provocare danni devastanti, all’ambiente e alle popolazioni. A Messina si è fatto l’esatto contrario, nonostante i danni già avuti nell’ottobre del 2007, si è costruito sulle fiumare, si sono sbancate colline, si sono tombati i torrenti.
La tragedia di Messina si iscrive nel quadro di una cementificazione e urbanizzazione selvaggia che assedia il nostro Paese da oltre cinquant’anni. Un’urbanizzazione cresciuta del 500 per cento dal 1956 al 2001 e che ha raggiunto un picco tale che a ogni cittadino possono esserne attribuiti in media ben 230 metri quadrati. Per dare un’idea, basti pensare che
più di cento comuni hanno urbanizzato oltre il 50 per cento della propria estensione e che solo il 14 per cento del territorio nazionale dista più di 5 chilometri da un centro urbano [il 28 per cento più di 3,5 chilometri], vale a dire che in Italia non è sostanzialmente possibile tracciare un cerchio di 10 chilometri di diametro senza intercettare una zona costruita. Un territorio quasi saturo, frammentato, cosparso a macchia d’olio da case, strade e capannoni, una specie di città diffusa che sembra più una metastasi che una città, con oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli, divorati dal cemento negli ultimi 15 anni [una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme, a un ritmo di 244.000 ettari all’anno].
Oltre 8 mila comuni e 8 mila piani regolatori diversi, 12,8 milioni di edifici, 27 milioni di unità abitative [per il 20 per cento non abitate] e una serie di piani casa in corso di definizione. Il tutto collegato da più di 200 mila chilometri di strade che frammentano il territorio come fosse un mosaico, e un piano di «infrastrutture strategiche» [la legge Obiettivo] che danneggerebbe 84 aree protette e 192 Siti di importanza comunitaria[Sic], tutelati dall’Unione europea. Mentre, dall’altro lato, la crescita demografica è limitata se non assente [
a Palermo la popolazione è aumentata del 50 per cento, l’urbanizzazione del 200 per cento]. E’ la impietosa fotografia sull’Italia scattata nel dossier «
2009, l’anno del cemento», a cura del Wwf con contributi di Bernardino Romano e Corrado Battisti dell’Università de L’Aquila.
E ora bisogna fare i conti anche con i piani casa. Dopo lo scontro con il governo sulle competenze istituzionali avvenuto a marzo, le Regioni sembrano essersi accorte di avere un potere che non esercitavano appieno e hanno provveduto in modo disomogeneo a sedicenti piani casa che aprono a pesanti interventi anche sugli immobili industriali e artigianali e, in alcuni casi, consentono pericolose semplificazioni autorizzative. Con un effetto, se possibile, peggiore rispetto al testo iniziale del governo, giustamente bloccato: si aumenta senza controllo non solo la cubatura ma anche la densità abitativa, senza che questo sia condizionato da servizi e standard urbanistici.