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cav. De Coccius
Data registrazione: May 2009
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I grandi buchi di Milano
"A pochi anni dall’Expo il capoluogo lombardo è disseminato di cantieri, alcuni più piccoli, altri imponenti: e molti di questi sono destinati a non concludersi mai."
http://www.giornalettismo.com/archiv...chi-di-milano/ |
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Tutto non è che fumo
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Milano perde il grattacielo australiano
Il cantiere è fermo da dieci mesi: 70 milioni per costruire i 24 piani progettati sono troppi per il fondo australiano proprietario dell'area. Resta la voragine delle fondamenta di Ilaria Carra La crisi si è abbattuta anche sull’avveniristica torre di 24 piani, accostata a due edifici più bassi, che avrebbe dovuto sorgere entro la fine dell’anno prossimo in via Principe Eugenio. E il verdetto lascia pochi dubbi: la Torre delle Arti, così com’era stata promessa alla città, non si farà più. Addio al «sogno nel cielo di Milano», come annunciava il battage pubblicitario. Con il mercato immobiliare congelato settanta milioni d’investimenti sono troppi. A decidere il dietrofront è stato il fondo titolare del progetto: «La Torre delle Arti non si farà più perché non è finanziariamente sostenibile» fa sapere una fonte della società di gestione che amministra i beni del fondo immobiliare australiano Babcock & Brown, da marzo in amministrazione controllata e con rapporti molto stretti con il gruppo assicurativo Generali. Del tramonto del progetto, quasi 20mila metri quadri per 140 appartamenti di lusso (si parlava di circa 10mila euro al metro quadro), uffici e spazi culturali disegnati anche da artisti famosi tra cui Arnaldo Pomodoro, c’era già in realtà più di un indizio. A partire dallo stato del cantiere, abbandonato dal dicembre scorso dopo una breve fase di scavi. È da mesi che non si vedono più al lavoro operai, ingegneri e macchinari su quella voragine coperta da teloni blu, chiusa con lucchetti e fonte di preoccupazione per i residenti: «Ci interroghiamo su che fine farà, sperando che presto qualcosa si muova» commenta Lorella Ventura, membro di quello che era il comitato di quartiere “No al grattacielo di via Principe Eugenio”, nato per denunciare l’impatto della torre sul quartiere e che oggi riunisce i residenti in ansia per il degrado di un cantiere in stallo. La rescissione, prima dell’estate, del contratto con la Pessina costruzioni che non ha mai preso in consegna l’area, era stato un altro segnale poco incoraggiante. Si aggiunge una vertenza legale: i condomini del 9 di via Eugenio hanno chiesto i danni al fondo per le crepe e le infiltrazioni d’acqua che si sono ritrovati in casa all’indomani dell’avvio degli scavi. «C’è già stata una prima udienza e presto nomineremo un perito per quantificare i danni» fa il punto l’avvocato Veronica Dini che cura la questione a nome del condominio. Il funerale della Torre delle Arti non significa però che non si pensi di costruire comunque su quei 20mila metri quadri vicini alla vecchia Fiera e a Citylife: il fondo titolare sta lavorando a un nuovo business plan, un progetto ridimensionato che, in tempi di crisi, costerà meno. E che dovrà ottenere anche l’approvazione del Comune: «Se c’è un nuovo piano lo valuteremo e se porterà modifiche sostanziali si dovrà rifare l’intero iter amministrativo - chiarisce l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli - per ora non ho comunque ricevuto alcuna comunicazione». È dispiaciuto invece il padre della torre, l’architetto Marco Casamonti: «È un progetto di qualità - dice - e concertato con città e istituzioni: la mia speranza è che si trovi il modo di farlo comunque, o per lo meno che non venga stravolto troppo». A oggi nulla si conosce sulla possibile ripresa dei lavori. Di sicuro c’è solo che, prima del via libera a gru e operai, il terreno andrà bonificato: sotto il vecchio immobile, infatti, erano state trovate infiltrazioni consistenti di cherosene. Un intervento che durerà circa un mese, ma che non si sa quando comincerà. (05 ottobre 2009) Fonte: la Repubblica |
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mazzate su mazzate
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Troppe case sono vuote e non è colpa solo della crisi
di Redazione I numeri che tutti conoscono sono impressionanti per i loro valori, ma non sembra che il fenomeno abbia ripercussioni serie, come incontri, dibattiti e proposte. Parliamo della situazione delle case e degli uffici della Milano attuale. La quantità degli uffici sfitti è paurosamente grande, e paurosamente grande è il numero di uffici che presto sarà disponibile dopo che non solo le costruzioni destinate a far da corollario all'Expo saranno terminate: l'esempio più facile è quello dei palazzi e grattacieli nella zona di Porta Nuova come in tutta la grande area che grava sulla piazza Maciachini, area dove non sono rari i cartelli che, affissi davanti alle costruzioni, offrono fino a 20.000 metri quadrati destinati a posti di lavoro. D'altra parte anche per le abitazioni il momento non è felice, perché si sbaglia certo a sottolineare che in città non esiste portone sul quale non spicchino i cartelli del «vendesi» o «affittasi». Come si potrà riequilibrare il tutto? Allora i quesiti che ci si pone sono almeno tre. Se si offre di affittare vuol dire che sono abitazioni «in più» e che si cerca di incassare dei soldi, se si offre di «vendere» le risposte sono probabilmente le stesse, e che tutto questo sia esploso per la crisi globale è fuori di dubbio, crisi che ha anche collaborato a far traslocare tanti e tanti milanesi nelle periferie e nei piccoli centri all'interno o all'esterno della provincia dove la vita è decisamente meno cara. E non solo persone di una certa età. Il terzo quesito, cui rispondere sembra davvero arduo, è quella di chi sarà in grado domani di affittare o comperare questo numero gigantesco di nuovi locali, che avranno certamente prezzi estremamente più alti di quelli di oggi. Ogni proposta o offerta dell'Amministrazione per cementificare aree non destinate al sociale sarà allora una utopia, con un finale tutto da scrivere, a patto che non ritornasse in breve tempo l'amatissimo boom! http://www.ilgiornale.it/milano/trop...=388345-page=0 |
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Tutto non è che fumo
Data registrazione: Sep 2003
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MILANO A PERDERE – CITYLIFE, IL NUOVO QUARTIERE CON I GRATTACIELI A FORMA DI CAZ.ZO, RISCHIA DI NAUFRAGARE - I COSTI SONO LIEVITATI OLTRE IL PREVISTO E ALCUNI SOCI SONO PRONTI A USCIRE - TOCCHERÀ ALLE BANCHE TENTARE IL SALVATAGGIO SBLOCCANDO I FINANZIAMENTI RILEVANDO LA QUOTA DEI TEDESCHI IN USCITA…
Vittorio Malagutti per "L'Espresso" Si è già mossa la Mediobanca di Cesare Geronzi. E di recente è sceso in pista con grande impegno anche Massimo Ponzellini, l'amico del ministro Giulio Tremonti che guida la Popolare di Milano. Ma nonostante il gran via vai di manager e banchieri, tra negoziati e incontri segreti, il caso Citylife si sta facendo di giorno in giorno più complicato da risolvere. A questo punto, prevedono i sempre più numerosi pessimisti, il quartiere simbolo della Milano che verrà, con i suoi grattacieli sghembi, il grande parco e il nuovo museo di arte contemporanea, rischia di essere ridimensionato se non addirittura di naufragare. Un flop clamoroso. E non solo per il valore del progetto, ben superiore ai 2 miliardi di euro. Il contraccolpo d'immagine sarebbe pesantissimo su una metropoli che naviga con fatica verso l'Expo 2015 e deve già fare i conti con il rovinoso declino dell'immobiliarista (ex)rampante Luigi Zunino e dei suoi sogni di gloria, primo tra tutti la lussuosa cittadella di Santa Giulia. La sostanza del problema si riassume in poche parole. I costi del progetto Citylife, già molto elevati in partenza, sono aumentati strada facendo. Da 1,7 miliardi previsti inizialmente (anno 2005) si è arrivati a quota 2,1 miliardi. Chi paga? I quattro partner del progetto si muovono in ordine sparso. Solo le Generali, che possiedono una quota del 26,6 per cento, hanno fin qui inviato qualche timido segnale di disponibilità. Gli altri invece frenano. E se il gruppo assicurativo tedesco Allianz, forte di un altro 26,6 per cento, preferisce chiamarsi fuori in attesa di una decisione condivisa, sono i due soci costruttori a puntare i piedi. Cioè Salvatore Ligresti (26,6 per cento) e la Lamaro della famiglia Toti di Roma (20,2 per cento). Anzi, fonti vicine alla trattativa confermano che entrambi (soprattutto i Toti) sarebbero pronti a sfilarsi dall'impresa cedendo le loro azioni. Niente da fare: di compratori nemmeno l'ombra. E allora toccherebbe alle banche metter mano al portafoglio. In effetti, in base al budget di partenza, la costruzione del quartiere avrebbe dovuto essere finanziata per l'80 per cento, cioè 1,4 miliardi, grazie a una linea di credito garantita da un pool di banche di cui fanno parte i tedeschi di Eurohypo (come capofila) insieme a Intesa, Mediobanca, Popolare Milano, Unicredit e i francesi di Calyon. La situazione di stallo è ben descritta nel verbale di una riunione del consiglio di amministrazione di Generali properties che risale al maggio scorso. "Dal giugno 2008", si legge nel documento della società immobiliare del gruppo assicurativo, "le banche finanziatrici hanno sospeso l'erogazione del finanziamento (a Citylife, ndr) e non si sono rese disponibili a finanziare l'importo finanziato pur a fronte delle modifiche intervenute sul progetto". Traduzione: niente soldi fino a nuovo ordine. A dire il vero, gli unici davvero decisi a lasciar perdere sono i capi di Eurohypo, che nei mesi scorsi ha rischiato il fallimento ed è stata salvata con i soldi pubblici. Scottati dai subprime e da un'esposizione sconsiderata nel settore immobiliare, ora i tedeschi battono in ritirata. Le altre banche delle cordata, invece, fin qui hanno fatto melina. Temono di impegnarsi troppo in un progetto dal destino incerto, senza contare che alcune di loro, in primo luogo Intesa, ma anche Unicredit, hanno già il loro da fare per gestire la patata bollente di Zunino. A fine maggio il pool di finanziatori ha dato un segnale di disponibilità versando 22 milioni di euro. Briciole. Servirebbe un'intesa nuova di zecca che assicuri sostegno finanziario fino al termine dei lavori previsto, nella migliore delle ipotesi, entro dicembre 2014. Non c'è tempo da perdere. Senza mezzi freschi i cantieri nell'area della vecchia Fiera, non lontano dal centro città, rischiano di fermarsi. Lo sanno bene Maurizio Dallocchio e Claudio Artusi, la coppia di vertice di Citylife. Il primo, un professore bocconiano molto gradito a Ligresti, siede sulla poltrona di presidente, mentre Artusi, manager di area Comunione e liberazione, a fine maggio è diventato amministratore delegato. Così, nel pieno dell'estate, è partito il pressing dei manager di Mediobanca e del banchiere Ponzellini della Popolare di Milano. Quest'ultimo, mentre affianca Tremonti e Umberto Bossi negli incontri con i piccoli imprenditori del varesotto schiantati dalla crisi (a Vergiate venerdì 9 ottobre), si trova a suo agio anche al tavolo con i tradizionali poteri forti, da Geronzi a Ligresti. Il negoziato dura ormai da mesi e resta molto complicato, ma in questi giorni sembra che si vada profilando un primo compromesso. Le banche, in sostanza, sarebbero pronte a sbloccare i finanziamenti rilevando anche la quota dei tedeschi in uscita. Il fabbisogno finanziario, però, dovrà essere rivisto al ribasso e quindi è facile prevedere che Citylife verrà ridimensionata rispetto al progetto di partenza. Un progetto, nato e studiato ai tempi della bolla immobiliare e del denaro facile, che ora stenta a tenere il passo con i tempi nuovi. Il più disponibile ad appoggiare concretamente il piano di rilancio è sembrato proprio Ponzellini. E tra i suoi colleghi non c'è chi ha mancato di far notare che la Popolare di Milano è l'unico tra gli istituti coinvolti ad aver fatto ricorso ai Tremonti bond per 500 milioni. Adesso una parte di questi soldi andrebbe a finanziare un affare immobiliare sponsorizzato dall'alta finanza invece dei piccoli imprenditori messi alle strette dalla recessione. Tutto il contrario di quanto auspicato pubblicamente dal ministro dell'Economia nelle sue sparate contro le banche. Sui numeri e sui dettagli dell'ipotetico compromesso con i creditori per il momento nessuno si sbilancia. Di certo, con il mercato immobiliare ancora nel tunnel della crisi, sembra poco praticabile la soluzione d'emergenza messa a punto nei mesi scorsi. Per limitare al massimo i nuovi esborsi sotto forma di capitale di rischio o di prestiti bancari, i manager di Citylife contavano di finanziare almeno in parte i cantieri con la prevendita degli appartamenti, tutte abitazioni signorili con prezzi superiori agli 8 mila euro al metro quadro. La parte residenziale dovrebbe infatti essere ultimata, e quindi messa sul mercato, prima di quella destinata a uffici e negozi. "L'iniziativa potrebbe finanziarsi tramite le prevendite", si legge in un (ottimistico) documento interno di Citylife che risale a pochi mesi fa. Facile a dirsi. In realtà lo sboom del mattone ha reso tutto più difficile. Nonostante l'ottimismo di facciata dei venditori, a fine settembre erano stati siglati contratti solo per una cinquantina delle circa trecento residenze già messe in vendita su un totale di oltre mille che verranno realizzate. In attesa che il mercato riparta diventa quindi sempre più urgente l'intervento delle banche. Lo chiedono i manager di Citylife. Ma anche la politica locale segue con preoccupazione la vicenda. Per la giunta milanese guidata da Letizia Moratti in parte è una questione di prestigio. L'eventuale tracollo del progetto non sarebbe certo un bel biglietto da visita per una Milano che si prepara a ospitare l'Expo del 2015 già ridimensionata rispetto ai faraonici piani di partenza. Poi ci sono i soldi, molti soldi. I soci di Citylife si sono infatti impegnati a finanziare la stazione della metropolitana da costruire all'interno del quartiere. La lista del regali alla città comprende anche il nuovo museo di arte contemporanea. Dopo discussioni e polemiche, l'anno scorso il progetto è stato affidato all'architetto Daniel Libeskind. Il nuovo palazzo, rivestito di marmo di Candoglia, avrà un design a dir poco originale ('la torsione di un volume a base quadrata in un corpo dal perimetro circolare' spiegano gli addetti ai lavori). Costo previsto dell'opera: almeno quaranta milioni di euro. Anche questi garantiti da Ligresti e soci. "Apriremo il museo entro il 2011", disse il sindaco Moratti a marzo dell'anno scorso. Ma non aveva fatto i conti con i guai di Citylife. [20-10-2009] Fonte: Dagospia |
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cav. De Coccius
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Milano Santa Giulia, i sogni infranti della old new town
da larepubblica
di Marco Alfieri 22 ottobre 2009 Più che la Città Ideale dei manifesti "6x3" un cratere vuoto, abbandonato in mezzo ad una periferia pasoliniana a due passi da Linate, dal Passante e dall'Alta Velocità. Paradossale, no? L'area di Rogoredo sud ti sbuca davanti appena fuori dalla fermata della Metropolitana. La scena è quella di una specie di "new town", di una L'Aquila senza terremoto, nel senso che il sisma dell'ultimo biennio qui è tutto finanziario e ha lasciato ferite e monconi anche in quello spicchio di Santa Giulia già costruito, dove un tempo c'erano le vecchie acciaierie Redaelli. Sostanzialmente i 1.800 appartamenti a edilizia calmierata e la sede di Sky. Manca però l'ultimo lotto, che è fermo, e la grande mensa della tv di Murdoch, oggi liofilizzata in un baracchino da cantiere color crema e poco frequentato, ribattezzato esoticamente "the Cube". Per il resto, si procede a isole smozzicate: manca ancora il grande albergo e la piastra commerciale di fronte alla stazione Fs di Rogoredo, mancano i 52mila metri quadrati di residenze per studenti, manca la struttura socio-sanitaria, manca il parcheggio pubblico da 800 posti che procede a rilento. E manca l'asilo. Sarebbe pronto per marzo, se solo Risanamento pagasse le fatture per l'ultima tranche: un milione e mezzo di euro, non di più. Tutte opere private in carico al developer ma ferme per le vicende finanziarie e processuali che coinvolgono le società di Luigi Zunino. «Pochi soldi, pochi operai», riassume un passante che abita all'angolo di via Cassinis. In effetti. «Nel 2003, quando partì il progetto Santa Giulia, ci consideravano i cugini poveri al carro dell'edilizia deluxe. In realtà siamo gli unici ad aver consegnato i nostri appartamenti già a fine 2008», spiega Marco Borsani, consigliere di amministrazione del consorzio Le Residenze del parco di Santa Giulia che raccoglie i 24 operatori che hanno acquistato da Risanamento i diritti volumetrici a costruire sulle aree ex Redaelli comprensivi di bonifica e opere di urbanizzazione. I famosi 1.800 alloggi a prezzo calmierato (dai 2.400 ai 3.500 euro al metro quadrato) che in un lampo sono andati venduti. «Il problema piuttosto è il commerciale, dove andiamo a singhiozzo». Ovvio. Non è certo il massimo vendere un paesaggio di cartapesta del genere. Molte opere pubbliche a scomputo di oneri di urbanizzazione vanno ancora completate. E sulle opere secondarie, dal parco alla scuola alla promenade, il Comune non ha ancora nominato i collaudatori. L'unica isola già chiavi in mano è viale del Futurismo. Da un lato edilizia convenzionata, dall'altro libera. All'ora di pranzo è piena di auto in sosta perché senza il grande parcheggio i dipendenti Sky le lasciano lungo la via. Ma di sera lo stradone ben curato e con le aiuole e i lampioni a posto si svuota e diventa un torsolo spettrale. Un po' più in là il cratere si riapre in mezzo a via Cassinara. Nella brochure patinata di Risanamento sarebbe la passeggiata, la promenade che nemmeno a Cannes, solcata da un'immaginifica metrotranvia. Doveva essere pronta da un anno. Ma la ditta che ha vinto l'appalto non viene pagata da mesi e manda a Rogoredo qualche operaio ogni tanto, giusto per non far marcire il cantiere. Ieri pomeriggio due signori grassottelli facevano andare un muletto e poco altro. Sui lati, invece, le palazzine sono quasi tutte abitate, a pianterreno ci sono 45 attività commerciali: alcune già aperte, altre solo vendute ma ancora sgombre, altre da vendere. Paolo R. è il titolare del Carpe Diem, il lounge bar in testa alla via. «Come va? Lavorare lavoro». In fondo c'è poco altro nei paraggi e 800 famiglie già ci abitano, soprattutto coppie giovani. Le stanze del Carpe Diem sono belle e moderne, l'arredo è simile ai locali alla moda di Brera o Garibaldi. Con l'immancabile schermo al plasma fisso su Skytg24, ca va sans dire. «Però c'è polvere, c'è casino, non ci sono parcheggi, dura andare avanti così», chiosa. Lungo la promenade ci sono in teoria altri bar, agenzie viaggi, studi professionali ma soprattutto tanti gusci vuoti con il cartello fuori "Vendesi". Un villaggio a metà che costringe la gente ad uscire di casa e a sbattere il muso addosso alle transenne del cantiere attaccate al marciapiede. Dall'altra parte della passeggiata Giulia S., titolare del bar Crystal, aperto anche la domenica, ha dovuto addirittura mettere l'insegna su un palo montato fuori dal locale: la griglia del cantiere è talmente vicina che ci passi a fatica e non lo vedresti. «Come committenti/pagatori pressiamo perché siano completate le opere pubbliche per rendere socialmente sostenibile vivere in un posto dove le case sono state consegnate ma manca tutto il resto», s'immalinconisce Borsani. Dodici o quindici milioni di euro, non un'enormità, per fornire i servizi minimi. «Fosse per me organizzerei una class action per quelle 1.800 famiglie che hanno comprato a Santa Giulia pensando diventasse un quartiere deluxe, come ci hanno raccontato per anni Zunino, le banche, il comune, gli eleganti masterplan e le griffe pronte a sbarcare in periferia. Io ho comprato casa a mio figlio, ci ho messo i risparmi...», s'arrabbia Nino Buscemi, di professione consulente. «Ma lo vedete, qui si vive da terremotati…». Nel frattempo, nel grande parco che dà sul parcheggio di fronte a Sky e sul futuro asilo, ci stanno lavorando due operai due con la cariola. Tutt'intorno, piante che appassiscono. «Finirà mai la spirale?», chiosa Borsani. E dire che questa è la parte edificata di Santa Giulia. L'area buona, costruita dalle coop, che vale il 25% della superficie totale del mega progetto zuniniano. Appena di là dal ponte doveva nascere la città perfetta disegnata dalla matita visionaria di Sir Norman Foster: un masterplan che ha fatto il giro del mondo in pompa magna, da Cannes a Venezia, dal Canada a Parigi, in teoria pronto a lotti tra il 2008 e il 2011. Doveva, appunto. Perché oggi di questa utopia urbanistica alla periferia di Milano non resta che un grande recinto circondato dal nastro di ferro. In mezzo un enorme cratere di ghiaia triste, cumuli di terra e pietre e tante, tante erbacce. Del grande polmone verde; della corona terziaria a lambire il muro della tangenziale con Rinascente, Dolce & Gabbana, Esselunga, Feltrinelli e le 12 sale di Uci Cinemas; e dell'avveniristico quartiere Ellisse, con quei 600 appartamenti chic da 8mila euro al metro quadrato, nemmeno l'ombra. Tutto rimasto nei rendering patinati dell'archistar inglese. Di quel sogno da 1,7 miliardi di euro, pompato a debito dalle banche negli anni del denaro facile, solo qualche squarcio di svincolo sulla tangenziale. Eppure il recupero dell'area ex Montedison è roba vecchia. Ventidue anni fa se ne occupò già la giunta socialista di Paolo Pillitteri. Poi Tangentopoli inabissò tutto e tutti, mentre le nuove giunte Formentini e Albertini puntarono politicamente su Pirelli-Bicocca. Così Montecity rimase alcuni anni in panchina finché non spuntò la stella di Luigi Zunino. Tra Mediobanca e i milioni di metri cubi da costruire nella Milano lanciata verso l'Expo per un po' si sono misurate le quotazioni dell'immobiliarista piemontese nel ring del potere ambrosiano. Tra uno shopping parigino e l'altro, tra un Norman Foster a Santa Giulia e un Renzo Piano a Sesto San Giovanni, Zunino da del tu alle banche e bordeggia il salotto del Corsera. Tempi eroici. Ci penserà la crisi internazionale fondata sulla finanza a leva debitoria, e lo sboom della bolla immobiliare, che si sgonfia come un sufflè, a travolgere la città perfetta del cavalier Zunino. Il colpo di grazia arriva un anno fa, quando il comune rompe la convenzione a costruire il nuovo centro congressi cittadino nel nuovo quartiere, volano decisivo per portare il terziario a Rogoredo, che a quel punto si sfila. Meglio farlo a Fieramilano city, c'è la Fondazione fiera, forte di molti appoggi politici, da aiutare. Al massimo, palazzo Marino oggi è disponibile a spostarci la Città della giustizia, sperando di puntellare un progetto che fa acqua a pochi anni da Expo 2015. Il resto è cronaca. L'agonia di Risanamento, il pressing del Tribunale, e gli arresti per vicende legate alla bonifica dell'aree. Ma soprattutto, il grande rompicapo di come uscire dal cratere: non più Norman Foster, ma almeno un quartiere vivibile. |
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l'è tutto un quiss..
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c'e' di tutto in quel quartiere...ed appunto si parla di un quartiere intero ex-novo (un milione e duecentomila mq se non ricordo male) e mica di un complessino da tirar su in una notte...
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