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cav. De Coccius
Data registrazione: May 2009
Messaggi: 13,938
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La commedia dei tre "piani casa"
da rassegna.it
Una vicenda che va avanti da un anno tra mille ambiguità e annunci spot del governo, che elargisce “doni” ai palazzinari e al popolo delle villette. E intanto gli sbandierati interventi per l’edilizia sociale, quelli più urgenti, non sono mai partiti di Giovanni Rispoli È da un anno che sotto il nome di “piano casa” va in onda una commedia degli equivoci. Per il piano casa riguardante l’edilizia sociale, il primo e il più urgente, siamo all’anno zero. Nonostante il ministro Matteoli ci rassicuri che “sono in arrivo” 100mila alloggi per affrontare il disagio abitativo entro i prossimi cinque anni, la realtà è ben altra. Infatti, i 200 milioni (tanti sono i finanziamenti disponibili e distribuiti alle Regioni con un Dpcm firmato da Berlusconi lo scorso 22 luglio) sono destinati a un piano straordinario per recuperare e riutilizzare solamente 5mila alloggi di edilizia residenziale pubblica, oggi chiusi perché in condizioni di estremo degrado. I 200 milioni sono una parte dei 550 milioni già stanziati dal governo Prodi, e che dovevano servire a rimettere in circolo circa 12- 15mila alloggi Erp allo stato inutilizzabili. Questi soldi, come tutti sanno, erano stati in un primo tempo letteralmente scippati dal ministro Tremonti e in seguito ripristinati, sia pure in tre anni, grazie alla dura protesta delle Regioni. Un appartamento a 5.500 euro? Ma dove stanno i 100mila alloggi per le famiglie bisognose e per i giovani, di cui parla Matteoli? Se la matematica non è un’opinione, dividendo 550 milioni per 100mila (ammettendo per assurdo che le risorse siano tutte disponibili) il costo di un alloggio fa 5.500 euro! Altro che moltiplicazione dei pani e dei pesci! Com’è evidente, si tratta di una bugia clamorosa, di cui, ci spiace rilevarlo, nessun economista ha dato conto. Uno spot indecoroso, fatto proprio da tv e stampa compiacenti. L’ennesima beffa verso chi è sotto sfratto, chi non ce la fa a pagare canoni d’affitto che assorbono fino alla metà del reddito familiare, chi è tagliato fuori, come gli anziani e i giovani, da un mercato immobiliare (in proprietà o in affitto) senza regole, divenuto intollerabile fattore di divisione e di esclusione sociale nelle nostre città. In dono ai palazzinari... Nelle pieghe del decreto di cui sopra, il governo mette in piedi un secondo “piano casa”. Si stanziano 150 milioni per mettere in piedi un complesso meccanismo finanziario, sotto la regia della Cassa Depositi e Prestiti, per costituire un maxi fondo immobiliare centrale e tanti fondi immobiliari regionali e locali, con la partecipazione di fondazioni bancarie e di capitali privati, al fine di programmare e avviare piani di edilizia residenziale rivolti, però, a famiglie e ceti sociali “solvibili”, che possono cioè acquistare o pagare l’affitto concordato. Come definire se non un imbroglio, anche verso l’Ue, quello di classificare come housing sociale normali interventi di edilizia residenziale? I fondi immobiliari, nelle intenzioni del governo, dovrebbero mettere insieme nel giro di un anno circa 3 miliardi (di cui uno di provenienza pubblica) da utilizzare con lo strumento degli accordi di programma e beneficiando di regole semplificate, per intenderci quelle usate per le grandi opere (Legge Obiettivo). Un grande business per la rendita fondiaria e per i palazzinari, che potrebbero operare godendo di una corsia preferenziale e del contributo pubblico (per almeno un terzo dell’investimento). Se passasse un piano casa così concepito sarebbe un ulteriore duro colpo al territorio, alle città e alla qualità della vita, all’ambiente. Senza alcun Una deregulation che metterà a dura prova il ruolo dei Comuni nel governo del territorio e l’idea stessa di pianificazione urbana. Soprattutto in una situazione in cui la normativa è carente proprio nel sistema di sanzioni da mettere in campo nei confronti di imprese, professionisti e privati che dichiarino il falso o facciano opere non conformi agli standard di sicurezza e di qualità. In questo caso, purtroppo, sembra che l’esperienza abruzzese non abbia insegnato granché. ... e al popolo delle villette. C’è infine un terzo “piano casa”, un provvedimento di carattere straordinario e limitato nel tempo,“ideato” e proposto da Berlusconi per far giocare al settore dell’edilizia un ruolo anticiclico, tramite la mobilitazione di risorse private – che il Cresme valuta nell’ordine di 40 miliardi, ma che da qui alla fine del 2010 potrebbero diventare molti di più – per interventi di ampliamento edilizio e di riedificazione (demolizione/ricostruzione). Berlusconi ha voluto pensare, così, a chi ha già casa e, possibilmente, anche un conto in banca che gli permetta di cogliere l’opportunità di “allargarsi”, costruendo una stanza in più o la dependance per il figlio che vuole la sua autonomia o per la suocera a carico. In Italia il popolo delle villette è composto da nove milioni di famiglie. La metà delle quali è concentrata nel Nord (soprattutto nel Nord-Est). Si tratta di famiglie che in gran parte possiedono piccole imprese e fanno un lavoro autonomo. Un grande bacino elettorale per il centro-destra. Con una semplice dichiarazione di inizio attività, secondo l’accordo sottoscritto tra governo e Regioni, i privati interessati possono incrementare del 20% l’indice volumetrico di una casa o di una villa mono-bifamiliare. Come possono incrementare del 35% un edificio da sostituire. L’unica condizione posta è il rispetto della normativa antisismica (grazie al fatto che c’è stato il terremoto abruzzese) e quella relativa al risparmio energetico e all’uso di materiali ecocompatibili. I privati possono però godere di procedure semplificate, anche in deroga agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi comunali. Una deregulation che metterà a dura prova il ruolo dei Comuni nel governo del territorio e l’idea stessa di pianificazione urbana. Soprattutto in una situazione in cui la normativa è carente proprio nel sistema di sanzioni da mettere in campo nei confronti di imprese, professionisti e privati che dichiarino il falso o facciano opere non conformi agli standard di sicurezza e di qualità. In questo caso, purtroppo, sembra che l’esperienza abruzzese non abbia insegnato granché. Le Regioni. E le deroghe. In queste settimane le Regioni stanno lavorando alacremente per elaborare e approvare leggi, appunto, regionali sul rilancio dell’edilizia e recepire così i contenuti del protocollo d’intesa sottoscritto il 31 marzo col governo. Sette regioni hanno già approvato la loro legge: Toscana, Umbria, Piemonte, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, provincia di Bolzano. In alcune regioni le leggi sono ancora in discussione in giunta, in altre sono state già trasmesse ai consigli regionali per l’approvazione. Come era facilmente prevedibile ogni Regione sta decidendo in base al proprio orientamento politico e alle diverse sensibilità in campo ambientale, paesaggistico e urbanistico. Mentre la Toscana vincola il campo degli interventi al rispetto rigoroso degli strumenti urbanistici vigenti e delle zone di pregio paesaggistico (e aggiunge l’abbattimento delle barriere architettoniche tra i fattori che consentono gli aumenti di cubatura), il Veneto è invece generoso nelle deroghe e concede ampliamenti fino al 40%, a prescindere dalla riqualificazione energetica, anche per gli immobili a uso industriale, commerciale e turistico. L’Emilia Romagna conferma il divieto di interventi nei centri storici e nelle aree protette ma stabilisce aumenti volumetrici fino al 50% per gli edifici da abbattere e ricostruire. La legge della Lombardia offre la possibilità di ampliare edifici esistenti, sia pure in misura ridotta, anche nei parchi: ampliamenti del 13,3% (anziché del 20%) per le ville o case mono-bifamiliari e del 20% (anziché del 35%) per gli interventi di riedificazione. Le Regioni si regolano in modo difforme, concedendo in alcuni casi sconti fino al 50% anche per quanto riguarda il pagamento degli oneri di costruzione dovuti alle amministrazioni comunali. Come faranno i Comuni, in questi casi, ad adeguare servizi e infrastrutture al maggior carico urbanistico derivante dagli interventi di ampliamento edilizio e dal conseguente aumento di popolazione? 07/08/2009 18:30 |
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#2 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Jun 2009
Messaggi: 3,171
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Citazione:
Vorrei vedere quel giornalista a dare del Berlusconiano a mio padre (per 35 anni rappresentante sindacale) solo perché col sudore della sua fronte si è fatto la villetta che risposta si beccherebbe. |
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#3 (permalink) |
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la casa non fallisce
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carissimo nel nord ci sono persone operose che pensano a produrre valore
nel centro (a parte il lazio) sono più diffuse persone dedite alle opprimenti attività della burocrazia che non generano valore ma solo clientele perché un toscana il piano casa è stato affossato dalla legge applicativa regionale che lo consente solo per interventi edilizi definiti solo nel 2005 e non ancora recepiti dai piani regolatori dei comuni? |
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