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cav. De Coccius
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Quel buco nero dei derivati esteri
da ItaliaOggi
Numero 187 pag. 4 del 8/8/2009 Di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** *sottosegretario all'Economia nel governo Prodi **economista Serve una norma che imponga a regioni, comuni e province di mettere a bilancio i prodotti stranieri Enti locali in preda a strumenti di cui nessuno sa il valore In un articolo di qualche mese fa evidenziammo il problema dei derivati degli enti locali con particolare riferimento ai comuni di Milano, Roma e Napoli. Recentemente anche la commissione finanze del senato ha affrontato la questione in una specifica audizione della Banca d'Italia. Daniele Franco, capo del servizio studi di struttura economica e finanziaria, nella sua relazione sulla diffusione degli strumenti di finanza derivata e delle cartolarizzazioni nelle pubbliche amministrazioni ha delineato un quadro preoccupante. È emerso che gli enti locali (regioni, province e comuni) con un debito totale di quasi 107 miliardi di euro a fine 2008, registrano 24,5 miliardi in derivati finanziari. Questi sono quelli sottoscritti con banche operanti in Italia, cioè con le banche autorizzate nel nostro paese e le filiali italiane di banche estere. Non si conosce l'ammontare di quelli contrattati direttamente sui mercati esteri. La gran parte di questi derivati, che sono basati sull'andamento dei tassi di interesse e sul rischio sui crediti, sono Otc, cioè scambiati fuori dei mercati regolamentati e non sono registrati nei bilanci pubblici. Del resto, in precedenza, nell'ambito della stessa audizione parlamentare, lo stesso Governatore Mario Draghi aveva detto che «l'esperienza della crisi ha confermato che i prodotti derivati, in generale strumenti innovativi per il trasferimento del rischio, sono armi a doppio taglio. Se usati in modo accorto e prudente permettono agli operatori di coprire e diversificare il rischio e possono contribuire a ridurre la fragilità del sistema; se adoperati senza adeguata considerazione dei rischi consentono una moltiplicazione senza controllo della leva finanziaria. Al tempo stesso la proliferazione di strumenti complessi ha reso la distribuzione del rischio più opaca per il mercato, per i regolatori, per gli stessi operatori». A seguito di questa problematica situazione riteniamo che si debba essere molto più severi nella valutazione e più stringenti nelle regole, altrimenti sarebbe come parlare dell'utilizzo del fuoco nel mezzo di un incendio. Il governo Prodi aveva emanato delle specifiche circolari in merito. Però non è sufficiente. Per cominciare, dovrebbe essere sancito l'obbligo di iscrivere in bilancio tutti i derivati stipulati. Infatti, questi pongono agli enti locali non pochi problemi. La loro complessità è tanto elevata da nascondere tutti i costi effettivi. Si registra un'opacità contabile per cui gli oneri futuri nel contratto di derivati non sono ben evidenziati nei conti degli enti. Molto spesso il ricorso ai derivati è giustificato dalla volontà di avere un'immediata provvista di liquidità. Questo ultimo aspetto è forse quello più scottante in quanto molti derivati stipulati prevedevano il cosiddetto upfront, cioè un versamento fatto all'amministrazione locale dalla banca contraente. Per il periodo 2005-2008 la Banca d'Italia ne quantifica l'ammontare a 41,5 milioni di euro per 164 contratti. La logica del far cassa subito con i derivati può aver stimolato non solo alcuni amministratori furbi ma anche sollecitato appetiti criminosi. Da gennaio 2008 a maggio 2009 la Guardia di finanza ha attivato 24 indagini concernenti prodotti derivati sottoscritti da enti locali, di cui 16 riguardano ipotesi di truffa, appropriazione indebita e falso per un valore nozionale di 9,1 miliardi di euro, pari cioè al 37 % del totale, e 8 per eventuali responsabilità per danni erariali da parte di funzionari ed amministratori locali. Sarebbe quanto mai opportuno che le autorità competenti chiedessero l'immediata rendicontazione di tutte le operazioni in derivati finora effettuate, soprattutto per quelle fatte sui mercati esteri, compresa l'indicazione dell'upfront ottenuto. Sarebbe irresponsabile lasciare gli enti locali senza indicazioni e regole precise in balia della finanza speculativa o liberi di sperimentare operazioni finanziarie «esotiche» in cui possono essere solamente strumenti e vittime. Non si dimentichi che il federalismo trasferirà maggiori responsabilità finanziarie e fiscali alle Regioni e agli altri enti locali e ciò consentirà loro di finanziare gli investimenti con un maggior ricorso al debito che oggi è del 6,4% dell'intero debito pubblico, con il rischio non solo di pesare negativamente sul pareggio di bilancio ma anche di accentuare il ricorso ai derivati. |
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cav. De Coccius
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Rallentamento mercato appalti, più propositiva la PA
da edilportale.com
Disponibili gli studi dell’Osservatorio del Partenariato Pubblico Privato per i mesi di maggio-giugno 2009 11/08/2009 - Nei due mesi di Maggio e Giugno di quest'anno il mercato del Partenariato Pubblico Privato vede crescere la capacità progettuale della Pubblica Amministrazione, sia sul fronte delle concessioni di costruzione e gestione su proposta della PA che per quanto riguarda le concessioni di servizi. Viceversa rallenta il Project Financing. Delle 404 iniziative censite, corrispondenti a un volume d'affari di 979 milioni, 78 riguardano concessioni di costruzione su progetto delle PA e 355 concessioni di servizi. E' quanto emerge sulla base del monitoraggio svolto dall'Osservatorio Nazionale del Partenariato Pubblico Privato promosso da Unioncamere, dall'Unità Tecnica Finanza di Progetto del CIPE- Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Economia e delle Finanze, e dalla Camera di Commercio di Roma, e realizzato da CRESME Europa Servizi. Prendendo in esame l'intero primo semestre 2009 il mercato del Partenariato Pubblico Privato ha visto attivare 967 iniziative per un volume d'affari di 3,5 miliardi contro le 735 del primo semestre del 2008, che però valevano quasi il doppio, ovvero 5,8 miliardi. Il rallentamento del mercato del PPP, Partenariato Pubblico Privato, trova conferma nella minore incidenza del volume d'affari rispetto al mercato complessivo delle gare per opere pubbliche registrato dall'Osservatorio Cresme-Edilbox, attestatosi a quota 20,4% (3,5 miliardi su 17,1 totali), pari a 10 punti percentuali in meno rispetto a Gennaio-Giugno 2008 (30,4%, 4,3 miliardi su 14,2 totali). |
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cav. De Coccius
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Lo scandalo tributi spinge molti Comuni sull’orlo del fallimento
da terranews
10/09/2009 - 11:24 TRUFFE Pomezia è stato solo l’ultimo centro ad aver denunciato l’attività di Tributi Italia, società che da circa due lustri si arricchisce alle spalle delle casse delle amministrazioni cittadine della Penisola. Nel silenzio del ministero. Una mina vagante. Che minaccia di mandare a gambe all’aria le finanze di molti Comuni italiani. Quelli che hanno affidato la gestione della riscossione dei tributi a società che rispondono al nome di Custer, San Giorgio, Gestor, ma che da un anno hanno come unico motore la Tributi Italia spa che, con un articolato gioco di scatole cinesi, ha incorporato le varie società. Un sistema truffaldino ripetuto su scala nazionale sempre dagli stessi personaggi, i fratelli Saggese, Giuseppe e Patrizia. Secondo le accuse, la società concessionaria di livello nazionale per anni avrebbe trattenuto su propri conti correnti e investito in altre operazioni i soldi dell’Ici e della Tarsu versati dai cittadini, dimenticando di girarli alle casse di Comuni con i quali avevano stipulato il contratto. Una situazione che potrebbe riservare sviluppi imprevedibili, se consideriamo che in totale sono state 585 le amministrazioni comunali che hanno affidato la riscossione dei tributi alle varie società dei fratelli Saggese. L’ultimo episodio ha visto come protagonista il Comune di Pomezia dove, secondo gli inquirenti la società avrebbe sottratto alle casse comunali ben 140 milioni di euro. Il caso di Pomezia segue di quattro mesi l’inchiesta sul Comune di Nettuno, che denunciò un ammanco molto inferiore ma nel quale erano coinvolti gli stessi manager. Ora, decine di pattuglie della Guardia di finanza stanno setacciando l’Italia a caccia di un tesoretto accumulatosi in circa dieci anni di attività. Tributi Italia ha sede ufficiale a Roma, in via Veneto, e sede operativa a Chiavari, in provincia di Genova. E' il terzo agente di riscossione in Italia per volume d’affari. Ma è anche il primo per contenziosi in corso, inchieste penali (Latina, Velletri, Bologna, Alghero, Brindisi, Siracusa), indagini della Guardia di finanza, segnalazioni alla Corte dei conti e al ministero delle Finanze. Dello scandalo tributi se ne occuperà anche il settimanale left, con un’inchiesta che svela la ragnatela nazionale capace di tenere nel sacco il 10 per cento dei Comuni italiani. Il business delle tasse locali - si legge nell’articolo - vale in Italia circa 20 miliardi l’anno. Big incontrastato della riscossione è Equitalia, società a capitale pubblico (51 per cento Agenzia delle entrate, 49 per cento Inps); a seguire vengono una cinquantina di privati, con Tributi Italia che punta a diventare il colosso del settore: «Sono i “gabellieri, come venivano chiamati un tempo: una miriade di società piccole e grandi, spesso a carattere locale, che riscuotono i tributi comunali e provinciali, li versano all’ente pubblico e in cambio del disturbo intascano un aggio (una percentuale, cioè) mediamente inferiore al 10 per cento». Il punto è proprio questo, sottolinea il servizio: li versano? E li versano regolarmente? E, soprattutto, li versano tutti, presentando rendiconti chiari e fedeli? Dall’Emilia alla Sicilia, passando per Puglia, Lazio, Toscana e Sardegna, sono centinaia i Comuni che piangono solo a sentir parlare di tributi. Bologna sta allestendo una gara per la ricerca di una nuova società di riscossione. A Brindisi sono riusciti a recuperare tutti i 15 milioni dovuti dalla Gestor al Comune. Tira un sospiro di sollievo Fasano, che dallo sprofondo di 3,9 milioni di credito nel dicembre 2008 è arrivato adesso a «solo» un milione. Ma continuano a piangere Augusta, Rosolini, Zafferana Etnea, Piedimonte Etneo, Misilmeri, Scordia, San Giuseppe Jato, giusto per fare qualche nome in Sicilia, e Arzachena in Sardegna, Ferrandina in Basilicata, Caserta e Castel Morrone in Campania. Per chi a Tributi Italia aveva delegato solo la riscossione dei tributi minori, il danno è spesso limitato a poche decine o centinaia di migliaia di euro; chi aveva affidato tutto, dall’Ici alla nettezza urbana, dalle multe alla riscossione delle pigioni degli immobili municipali, il disastro è ben più consistente. Molti piccoli Comuni arrivano a un milione, un milione e mezzo di buco. Ma se un milione in meno per Bologna è un fastidio, per comunelli come Augusta o Ferrandina può determinare il dissesto. La paura di tutti, denuncia left, è ora il possibile fallimento di Tributi Italia. Il decreto ministeriale 289 del 2000 (articolo 11, comma 2, lettera a), prevede infatti la cancellazione dall’albo «per il mancato versamento delle somme dovute agli enti affidanti il servizio alle prescritte scadenze». ![]() Traduzione: non paghi? Non hai più il permesso di esercitare e dunque decadi da tutte le gestioni. Se la società di Saggese finisce gambe all’aria, almeno 150 municipi finirebbero in bancarotta. A meno di un intervento straordinario del ministero dell’Economia e delle Finanze. Che doveva vigilare. E prendere provvedimenti. E che invece ha taciuto. |
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