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Lo «scoperto» selvaggio intimorisce Wall Street
di Redazione del 31-08-2006
da Finanza&Mercati del 31-08-2006
[Nr. 170 pagina 19]
Giocare in Borsa può essere un mestiere pericoloso. Per se stessi. Ma anche, quando si esagera, per le aziende prese di mira. Negli Stati Uniti, dove le regole di trading sono parzialmente diverse dalle nostre, sempre più investitori hanno scelto la via della «vendita allo scoperto». La pratica, in America, è legale e se per alcuni (i trader più incalliti) non è che una goccia nel mare, che influisce poco sul corso dei titoli, per altri (cioè i manager delle società colpite) è una vera sciagura. In termini tecnici i protagonisti di questo sistema si chiamano naked short sellers: sono singoli trader o società che vendono allo scoperto azioni prevalentemente di small o mid cap, senza seguire però l’iter tradizionale. L’operazione, infatti, si fa di solito fornendo alcune garanzie. L’investitore vende azioni che non possiede, ma che in sostanza si fa prestare dal proprio broker. Subito dopo immette sul mercato un grande quantitativo di ordini di vendita che fanno scendere il prezzo, e dopo ricompra il titolo a un prezzo minore. Il profitto sta nella differenza fra il prezzo incassato con la vendita iniziale e il prezzo, minore, del riacquisto. I naked sellers saltano semplicemente un passaggio: senza prendere in prestito un titolo dal broker, inondando il mercato di ordini di vendita, facendo crollare le quotazioni. Dopodiché, esattamente come nell’altro caso, ricomprano un titolo deprezzato. La pratica - peraltro assai diffusa in anche Italia fino a quando non comparvero le prime limitazioni degli anni Ottanta - negli Stati Uniti si va così radicando che ora allarma i manager di molte società, soprattutto del Nasdaq, che assistono impotenti al crollo delle azioni, nonostante i risultati finanziari non giustifichino alcuna flessione. «Questi sellers ingannano e rubano», commenta infuriato Wes Christian, avvocato ingaggiato da Overstocks.com, una società di distribuzione online, quotata al Nasdaq, che ha perso il 45% tra aprile e luglio. E Overstock non è l’unica. A febbraio la vittima predestinata fu Movie Gallery, la seconda catena negli Stati Uniti per il noleggio di film e videogiochi, che lo scorso 3 febbraio in poche ore perse il 20 per cento. E nel corso dei mesi sono cadute vittima dei famigerati sellers società di tutti i generi, come Inhibitex, società di Atlanta che opera nel biotech, Audible, che vende musica e libri sul web, e persino Taser International, tra i maggiori produttori di armi a scariche elettriche, usate dalle forze di polizia ma anche per l’autodifesa. Armi che, però, non hanno potuto nulla contro le speculazioni. In realtà, c’è anche chi minimizza il problema e punta il dito contro le società. «Spesso, a lamentarsi, sono i manager di aziende che vanno male e che, in questo modo, cercano una giustificazione di fronte al malcontento degli azionisti», sostiene Peter Chepucavage, avvocato che ha lavorato per la Sec e ora è legato alla Plexus Consulting di Washington. Sta di fatto che Christian e il suo gruppo di avvocati hanno già presentato 14 denunce per frode, rivolte a broker, società di trading ma anche contro il colosso Depository Trust & Clearing Corporation, la maggiore società al mondo che si occupa di post-trade. Un gruppo che ha fra i suoi clienti le maggiori società finanziarie americane e che si occupa, in sostanza, di garantire che, alla fine di ogni giornata di Borsa, i venditori abbiano ricevuto i loro soldi e gli acquirenti i loro titoli. Evidentemente, però, non tutto va sempre liscio, anche a causa di alcune falle nel regolamento della Sec. Come fronteggiare gli atti di pirateria più evidente? La questione è stata sollevata da molti, fra i quali Phillip Marcum, ceo di un’altra azienda coinvolta, la Metretek Technologies di Denver. La soluzione non è però così facile.
Dai dati della Depository Trust & Clearing Corporation, che praticamente monitora tutto il mercato Usa, è possibile sapere quali ordini non siano andati a buon fine entro il termine pattuito, cioè risalire a chi non ha ricevuto i titoli pur avendoli comprati. Ma non si può sapere se l’acquisto è fallito perché il compratore era uno speculatore oppure per motivi più banali, come un semplice ritardo o un errore nell’esecuzione degli ordini, che può essere avvenuto in un ufficio qualsiasi. La Sec, in realtà, si è dotata di uno strumento di difesa, conosciuto come Regulation SHO (che sta per Short sales). In pratica, quando un titolo raggiunge una certa soglia di transazioni fallite (pari a 10.000 azioni o allo 0,5% del capitale) viene messo in una sorta di lista di osservazione, dove la stessa Sec va ad assicurarsi che le vendite siano perfezionate entro 13 giorni. Una regola efficace, alla quale però i naked sellers si sono presto adeguati. È infatti sufficiente speculare sui titoli che ancora non fanno parte della lista e sperare che il numero di ordini immessi li faccia rimanere al limite, ma sotto la soglia di osservazione. E negli Stati Uniti di titoli quotati ce ne sono davvero tanti. Così, l’unica soluzione, è cercare quando possibile di colpire i più disinvolti nell’unica cosa che interessa loro: il portafoglio. Era successo, per esempio, con Rhino Advisors, società di investimenti con sede a New York, che la Sec accusò di aver fatto dimezzare il valore del titolo Sedona Corp, società della Pennsylvania che sviluppa applicazioni Internet per le aziende. Dopo due anni di battaglie legali, dal 2001 al 2003, Rhino accettò una sorta di patteggiamento che le costò 1 milione di dollari. Ma la società non ha mai ammesso, né smentito, la speculazione.
Qui sotto trovate qualche link interessante per chi volesse documentarsi sul Naked Short...
http://www.sec.gov/spotlight/keyregshoissues.htm
http://www.sec.gov/answers/nakedshortsale.htm
http://www.sec.gov/rules/petitions/4-500/jdfinnerty050505.pdf
http://www.investigatethesec.com/MediaLinks.php
http://www.nasdaqtrader.com/aspx/regsho.aspx
Ciao
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