PDA

Visualizza versione completa : Il dollaro preme sullo yuan ma....


ispe
11-07-03, 13:49
Il mondo chiede a Pechino di rivalutare la moneta, ma otterrà solo, forse, un'oscillazione del cambio

Sei anni or sono, all'apice della grave crisi asiatica, la Cina si assunse un ruolo responsabile, rinunciando a svalutare la propria moneta, un evento che le economie dell'area al collasso vedevano come un incubo. Oggi la scena si è ribaltata e tutto il mondo preme su Pechino perché si decida invece a rivalutare lo yuan, moneta non convertibile, aggrappato ormai dal 1994 al dollaro con un tasso di cambio ferreo che dal 1997 oscilla intorno a 1 contro 8,28. Parità che le autorità cinesi sono per ora determinate a non mollare, anche se la moneta americana, che in un anno ha perso il 9,4% del valore rispetto all'euro, dovesse continuare a scendere. Le pressioni alla rivalutazione vengono dagli Stati uniti, che vedono il loro deficit commerciale con la Cina allargarsi come una faglia (103 miliardi di dollari nel 2002), dall'Europa, che non intende accollarsi tutto il peso dell'indebolimento del dollaro, ma anche dall'Asia. L'ultima supplica è venuta dal presidente sud coreano Roh Moo-hyun, fino a ieri in visita ufficiale a Pechino, che chiede apertamente la rivalutazione per arginare il diluvio di merci cinesi a basso costo che invadono il suo paese. La settimana scorsa era stata la Banca per i regolamenti internazionali che, lanciando l'allarme sul deficit corrente degli Usa, ha fatto appello ai paesi asiatici perché intervengano sulle loro monete in nome della stabilità finanziaria globale.

I paesi asiatici potrebbero obiettare che nel 1997 furono abbandonati alla loro sorte, in balia di una fuga di capitali che li lasciò in ginocchio e preda della speculazione. Tuttavia preferiscono non obiettare nulla e continuare a tenere duro. Dalla Cina però arrivano voci sempre più insistenti che qualcosa sarà fatto, quanto a modifica del tasso di cambio, ma solo perché l'economia del paese, che nonostante l'epidemia di Sars continua a correre come nessun' altra al mondo (nei primi tre mesi del 2003 la crescita ha toccato il 9,9% e per l'anno in corso le previsioni parlano di 7-8%), ha cambiato fase e oggi ha bisogno di una politica diversa. Cosa fare, sarà tuttavia deciso da Pechino, nei tempi che più gli converranno.

Di fatto, i problemi cinesi nascono proprio dalla forte crescita, che sta portando al surriscaldamento dell'economia. Sono gli stessi addetti ai lavori cinesi ad ammetterlo. Il problema più cogente del governo è come mantenere il controllo dell'offerta di moneta. Una funzione che la banca centrale non è in grado di assumersi per mancanza di strumenti. Di qui le voci pressanti di una rivalutazione, esclusa tuttavia dallo stesso premier Wen Jiabao prima del 2006, poiché, a suo dire, non ci sono le condizioni di mercato. Soluzione alternativa, più praticabile, potrebbe essere allora l'oscillazione in una banda del 2,5% intorno a una quotazione centrale.

Come sia, anche i problemi della moneta cinese rivelano ancora una volta la centralità globale della Cina. Il renminbi, la moneta del popolo, è una moneta in ascesa con l'economia, e la sua influenza si va estendendo coi legami commerciali sempre più intensi che il paese intreccia con la regione circostante. In Birmania e in Laos è considerata una moneta forte e come tale sta sostituendo le deboli monete locali, il kyat e il kip. Si prevede che, in un futuro non troppo lontano, ben oltre i recessi delle economie marginali, lo yuan diventerà una moneta regionale allo stesso titolo di dollaro, euro e yen. Il dollaro continuerà a dominare per un bel pezzo, grazie alla posizione di debitore netto degli Usa, ma la dialettica sarà certo assai più vivace.
A. P.

skepsi
12-07-03, 10:30
Bellissimo articolo e grazie per averlo postato.

In effetti la Cina è stata ripetutamente elogiata per il suo comportamento sobrio durante la crisi del sud est asiatico.
Tale comportamento congiunto con il ruolo di responsabilità che assunse durante la crisi a garanzia della stabilità valutaria dell’area, permise il rapido riconoscimento che il paese aveva tutte le carte in mano per chiudere l’annosa vicenda della sua entrata a pieno titolo come membro della WTO.

Mi risulta curioso che ora i ritmi di crescita del paese possano divenire “variabile negativa” quando fino a poco tempo fa l’auspicio e le paure degli economisti si concentravano proprio alle percentuali di crescita, che ai tempi si prevedeva potessero attestarsi intorno al 6%.
Si sottolineava che ritmi di tale livello erano appena sufficienti per sostenere una crescita armonica di quel paese.

Invece mi sfuggiva che esistono pressioni affinché rivaluti la moneta e soprattutto da parte degli USA. Che il deficit delle partite correnti USA con la Cina fossero in aumento lo si sapeva ed era prevista la loro crescita a discapito delle stesse con il Giappone.

Anche quest’anno la Cina è “paese favorito” per gli USA?
Forse con il cambiare dei tempi e degli eventi, mutano anche le valutazioni.

Skepsi.

overthecounter
12-07-03, 19:53
E' probabile che la Cina decida di rivalutare la sua moneta soltanto quando avrà sviluppato un solido mercato interno capace di assorbire la quota di produzione che non potrebbe più esportare, e quando avrà riposizionato le riserve della sua banca centrale su euro ed oro.

Il ridimensionamento del dollaro nei confronti dello yuan porterebbe negli USA inflazione e rialzo dei tassi ... cosa che in economia indebitata fino al collo come quella a stelle e strisce avrebbe sicuramente effetti devastanti.

Il dollaro probabilmente perderebbe il ruolo di reserve-currency globale a favore di euro, yuan e oro (e forse anche il nascente dinaro islamico ?); i più pessimisti arrivano a profetizzare per gli USA un destino tipo Argentina ... chi di spada ferisce ...

skepsi
12-07-03, 21:09
Stop un attimo.
Sembra che quando si parli di valute e del loro valore le fantasie si scatenano calpestando il terreno del fantastico senza limiti.
Che possa verificarsi fra qualche secolo è possibile.
Che sia alle porte è solo fantasia.
E perché poi le riserve della banca centrale della Cina dovrebbero essere convertite in euro?
Mi dimenticavo. Il suo partner commerciale privilegiato è proprio l’Europa della moneta unica.
Da quando l’euro ha scansato dal trono le altre valute mondiali?
E poi le fantasie sull’oro e lo yuan, quali riserve le supera tutte.
Il primo è stato dimesso perché oltre che non essere liquido aveva necessità di trasporto e…..assicurazione……se no l’assalto all’oro…..dove lo mettiamo.
Le banche centrali ogni tanto si affacciano sui mercati come venditori. Vuoi vedere che i banchieri centrali sbagliano per l’ennesima volta!!!
Il secondo non fa neppure parte delle valute di conto valutario.
Non sarà che gli economisti ogni tanto si divertono alla faccia dei loro lettori?
Skepsi.

overthecounter
13-07-03, 01:23
Per Skepsi. Bella la storia dell'assalto alla diligenza -); Però pare che le cose siano andate diversamente: dal dopoguerra fino al 1971 (accordi Bretton-Woods) il sistema valutario mondiale era basato sulle riserve aurifere USA: in base ad esse la FED emetteva i dollari (con la clausola del riscatto $35 = 1 oz); le banche centrali degli altri paesi tenevano riserve in dollari che però potevano riscattare in qualsiasi momento presso la FED.

Alla fine degli anni 60 la FED, per diversi motivi fra cui finanziamento della guerra in vietnam, aveva cominciato a stampare un po' troppa carta colorata di verde e per tale motivo il gen. de Gaulle minacciò di riscattare in oro le riserve in dollari della banca centrale francese. Siccome gli USA ormai non avrebbero più potuto far fronte a tale obbligazione, Nixon pensò bene di rinnegare la clausola di riscatto (15 agosto 1971): da quel giorno il sistema valutario mondiale si regge su una moneta non convertibile (fiat money) il cui valore non è intrinseco me è dato dalla fiducia che le persone ripongono nel suo emittente. Ora questo sistema sta oggi mostrando evidenti segni di cedimento (la storia economica insegna che TUTTI i regimi di fiat-money presto o tardi sono crollati) e governi e banche centrali cominciano a prendere contromisure.

Mi sembri poco informato anche riguardo agli eventi economici: la scorsa estate le autorità cinesi hanno ANNUNCIATO PUBBLICAMENTE la loro intenzione di diversificare le riserve della loro banca centrale in maniera paritaria fra euro, dollari ed oro (http://www.gold-eagle.com/editorials_03/willie031003.html); è noto che anche i russi, che hanno pure loro un'economia in forte espansione, stanno facendo lo stesso.

Perchè lo fanno ? per gli stessi buoni motivi che aveva de Gaulle trent'anni fa: il dollaro è sopravvalutato, ce ne sono troppi in circolazione, e la FED, se costretta, è pronta a stamparne ancora per monetizzare il gigantesco debito che il sistema economico americano ha accumulato (Barndake, o come si chiama, componente della FED, l'ha detto a chiare lettere poco tempo fa). Il trade-deficit che gli USA hanno con il resto el mondo (soprattutto con la Cina) è il più alto che la storia economica mondiale abbia mai visto; l'indebitamento USA a tutti i lvelli (personale, federale, statale) è a livelli astronomici (perfino su televideo hanno detto che la California è a rischio bancarotta!!); molto interessante per l'argomento è il credit bubble bulletin, sul sito www.prudentbear.com.

Inoltre ti cito alcune righe si un recente articolo (20/06/2003) di un primario economista più "allineato", Stephen Roach (capo economista di Morgan Stanley, http://www.morganstanley.com/GEFdata/digests/20030620-fri.html#anchor0):

... If that were to occur, the current-account deficit could widen sharply further from its record 5.1% of GDP just reported for 1Q03 into the 6.5% to 7.0% range by the end of 2004. Such a massive and ever-widening US current-account deficit could well set the stage for the ultimate post-bubble endgame -- a full-blown dollar crisis that would deal a lethal blow to the global economy and world financial markets.

Sull'oro: fondamento dei principali sistemi valutari dall'inizio della storia umana fino al 1971, è osteggiato in ogni modo da autorità e banche perchè impone una disciplina monetaria che lega le mani a banchieri e politici (sul sito www.gata.org trovi molte informazioni su come il prezzo dell'oro sia stato oggetto di enormi manipolazioni negli ultimi decenni, e del processo in atto contro JPM sull'argomento).
Una sana lettura sull'argomento è un saggio di Alan Greenspan in persona che decanta le lodi del gold-standard: http://kamron.com/gold_and_economic_freedom.htm (predica bene ma razzola male -);
Sulle vendite (e soprattutto prestiti) di oro da parte di banche centrali, l'argomento è lungo e coinvolge le bullion banks, l'hedging dei produttori e vari altri aspetti complessi che sarebbe troppo lungo trattare.

Sull'euro: il 15% delle riserve della BCE sono oro; ed attualmente è l'unico possibile contendente al moribondo biglietto verde, finchè arrivano i cinesi ...

Quindi quelle che tu, con una buona dose di supponenza, chiami fantasie sono sono scenari del tutto plausibili nel giro dei prossimi decenni, che trovano conferme in approfondite analisi fatte da molti economisti seri e preparati e corroborate da "numeri" incontestabili. Dall'altra parte ci sono le analisi e report standard che suonano sempre la stessa musica: va tutto bene, domani c'è la ripresa, bisogna tornare ad investire, magari in asset denominati in dollari, ... tu a quali dai più credito ?

Comunque la prossima volta cerca di rispondere con fatti ed argomentazioni e non con facile ironia.

skepsi
13-07-03, 14:57
Convengo pienamente che esistono dei rischi intorno al sistema e i meccanismi delle parità valutarie mondiali.
Ed è bene che da parte degli economisti questi rischi siano corroborati dai numeri e dalle analisi ante post che le varie componenti del credito e della finanzarizzazione producono nell’odierno sistema delle transazioni monetarie e valutarie.
E’ compito loro partire dalle variabili che ritengono distorsive nell’odierno sistema e proiettarle nell’immediato futuro, divulgando i loro studi ed incrociando le loro esperienze tematiche.

Ma ancora questo non significa che il sistema sia in procinto di crollo e neppure che le diverse regole del gioco sono in prossimità di abbandono.
Esistono sempre i simposi e le riunioni che possono apportare correttivi al sistema esistente.
Esistono enti sovrannazionali creati a tutela delle odierne regole che relazionano annualmente distorsioni e rischi connessi alle manchevolezze di ogni nazione e del sistema in generale.

Per quanto attiene le riserve valutarie di Cina e soprattutto Russia, tralascio l’argomento in quanto non voglio polemizzare con nessuno, scrivendo che poco meno di un anno fa la comunità europea invitò Putin ad aumentare le riserve della B.C della sua nazione, privilegiando l’euro a discapito del dollaro.
Così come tralascio le relazioni diplomatiche ed economiche dei diversi paesi, che con forza oggi si propongono sul palcoscenico mondiale, che trattengono con gli Stati Uniti e con la Comunità Europea, inclusi gli accordi bilaterali.
E per ultimo tralascio anche il fatto che le due aree ritenute il motore della moneta unica, hanno da diverso tempo surclassato le loro origini, per radicarsi ed espandersi sul territorio americano, ritenuto più fertile e maggiormente flessibile.

Skepsi.

rai
13-07-03, 19:05
Scritto da skepsi

Ed è bene che da parte degli economisti questi rischi siano corroborati dai numeri e dalle analisi ante post che le varie componenti del credito e della finanzarizzazione producono nell’odierno sistema delle transazioni monetarie e valutarie.
E’ compito loro partire dalle variabili che ritengono distorsive nell’odierno sistema e proiettarle nell’immediato futuro, divulgando i loro studi ed incrociando le loro esperienze tematiche.



Che traduttore bisogna usare per comprendere questi discorsi?????? Chi me lo sa spiegare in poche parole chiare vince un premio.

mtb369
13-07-03, 20:04
Scritto da overthecounter

Sull'euro: il 15% delle riserve della BCE sono oro; ed attualmente è l'unico possibile contendente al moribondo biglietto verde, finchè arrivano i cinesi ...

Ottimo l'intervento di "Overthecounter", come raramente se ne leggono in questa sezione del Forum, sia per chiarezza, che per esaustività e documentazione di quanto sostenuto (interessantissimi i links, anche se in inglese...); mi interessava , a livello personale, sapere la fonte della notizia sul 15% delle riserve della BCE in oro, e, se possibile, come è suddiviso il restante 85%; e, da ultimo, se lo yuan ha attualmente tutti i crismi per essere all'altezza delle altre monete forti.

overthecounter
14-07-03, 00:40
Per rtb: grazie per aver apprezzato il mio intervento, visto che la discussione è di interesse propongo ancora qualche considerazione sull'argomento.

Per quanto riguarda le riserve della BCE il limite del 15% è nello statuto, il rimanente sono asset in valuta estera (dollari ed yen); trovi i dettagli sul sito della BCE stessa (www.ecb.int e cerca "reserves", non è un sito fatto benissimo -);. Interessante notare che se invece si considera l'"eurosistema" (BCE + Banche Centrali Nazionali) la percentuale di riserve in oro aumenta fino ad oltre il 30%; inoltre tali riserve sono "marked to market" ovvero contabilizzate a prezzi di mercato garantendo una correlazione positiva tra euro ed oro (è noto invece che oro e dollaro sono correlati negativamente). Una disussione più dettagliata su: http://www.goldseek.com/cgi-bin/news/AuthenticMoney/1041454311.php

Quanto allo yuan ritengo che attualmente non sia ancora pronto per affiancarsi alle valute forti (il capitalismo cinese è ancora giovane, inoltre dal punto di vista politico hanno ancora parecchia strada da fare), ma l'impressionante ritmo di crescita unito alla determinazione delle autorità a far emergere il loro paese come potenza economica mondiale fanno presumere un notevole rafforzamento del ruolo dello yuan nello scenario valutario globale.

Per Skepsi: certamente ci sono gli organismi internazionali che cercano di intervenire per porre rimedio agli squilibri del sistema economico (un esempio è proprio il monito della BIS alla Cina di cui si fa riferimento nell'articolo che ha originato queste discussioni). Tuttavia gli strumenti di intervento sono piuttosto limitati ed in ultima analisi possono solo esercitare pressioni economico-politiche sugli attori del sistema affinchè contribuiscano volontariamente a riequilibrare le variabili macroeconomiche.

Un sistema tipo il gold-standard, come spiega bene Greenspan (che tristezza, proprio lui! -); nel suo saggio, ha invece delle regole "automatiche" e vincolanti di riequilibrio nel caso qualche governo abbia il credito troppo facile o la moneta troppo svalutata. La richiesta (o minaccia) di de Gaulle relativamente al riscatto delle proprie riserve può essere interpretato come un tentativo di riequilibriare il sistema del dollar-standard che però portò alla fine del sistema stesso.

Il fatto è che le regole dell'economia e quelle della politica spesso sono in contrasto tra loro: la disciplina del gold-standard è sempre stata detestata politici e banchieri perchè pone loro dei limiti "solidi" alla spesa pubblica ed all'erogazione di credito, al contrario della fiat-money con la quale possono inflazionare il sistema a volontà.

Un'analisi approfondita della crisi del 1929, fatta proprio da Greenspan, mostra come essa fu causata, in ultima analisi, dal mancato rispetto della disciplina monetaria: il gold-standard venne momentaneamente "ammorbidito" per cercare di evitare una recessione, la liquidità in eccesso pompata nel sistema si riversò sull'azionario e la speculazione fece il resto.

Ripercorrendo la storia dal 1971 in poi è possibile vedere come l'aumento della massa monetaria USA, svincolata dall'obbligazione di convertibilità, abbia avuto un impennata notevole portando l'oro da $35 a $800 dollari l'oncia in pochi anni. Di seguito l'affermarsi della potenza militare ed economica americana, il mito di una crescita continua ed inarrestabile, il boom dell'azionario USA (più altre vicende meno edificanti raccontate con precisione dal GATA) hanno contribuito a far emergere definitivamente il re-dollaro ed a cacciare nel dimenticatoio il "relitto barbarico" (infelice espressione di Keynes).

Il recente apprezzamento del metallo giallo (quest'anno ha toccato i $380/oz, dai circa $250 all'inizio 2002), subito liquidato dai commentatori convenzionali come fuoco di paglia di un asset ormai da pensionare, fornisce invece un'importante indicazione: i mercati stanno probabilmente cominciando a restituire all'oro il ruolo monetario (e non di semplice commodity quindi!) che gli fu "usurpato" trent'anni or sono dal biglietto verde.

Arrivando ai giorni nostri, è possibile notare come il mondo (soprattutto asiatico) si sia organizzato per produrre beni da vendere agli americani in cambio dei loro dollari (o di asset in essi denominati); i vari paesi asiatici fanno a gara per svalutare le proprie monete e competere per l'agognato biglietto verde.

Il consumatore USA è al centro del sistema economico mondiale (il 75% del GDP USA è costituito da consumi privati) ed un fiume di dollari e TBond comincia fluire verso l'esterno alimentando fondi e riserve di mezzo mondo. E' facile intuire che un tale sistema può reggere solo finchè ci sono soldi da spendere: nel 2000 la bolla dell'equity è scoppiata facendo venir meno l'"effetto ricchezza" sia per i consumatori che per le imprese.

Nell'attesa che queste ultime si risollevino (e quindi riprendano ad investire, assumere, con conseguente aumento dei redditi dei consumatori e della loro capacità di spesa), la FED ha pensato di puntellare i consumi favorendo l'emergere di una enorme bolla immobiliare, grazie alla quale gli insaziabili consumatori americani possono rifinanziare la propria abitazione a tassi bassi ottenendo liquidità per continuare a spendere come prima (un commentatore che non ricordo ha usato la seguente illuminante espressione: "Americans have transformed their houses into ATMs" (Gli Americani hanno trasformato le loro case in Bancomat). Tuttavia questo ha provocato un notevole incremento dell'indebitamento personale e l'emergere di una pericolosa speculazione (Stephen Roach non esita a definirla bolla) sui TBond lunghi, favorita dalle manipolazioni dei tassi al ribasso.

Il governo USA dal canto suo ha varato drastiche misure di sostegno all'economia (tagli di tasse e spesa pubblica) che stanno provocando deficit di bilancio sempre più profondamente rossi.

La situazione attuale è quindi quella di un sistema economico globale dove la valuta di riferimento (dollaro) è gravata da livelli di deficit ed indebitamento non sostenibili a lungo. Buona parte del debito USA è in mano a stranieri (soprattutto Giappone ed ultimamente Cina) per i quali tuttavia non è conveniente liquidarlo (adesso) pena un rafforzamento della propria valuta, meno esportazione, meno produzione, disoccupazione, ecc. E pertanto sopportano le consistenti perdite dovute all'indebolimento del dollaro pur di tenere in piedi il sistema: le sorti dei creditori sono legate in maniera inscindibile a quella del debitore.

Ed è questo il motivo per cui la Cina fa orecchie da mercante alle richieste di fluttuazione dello yuan: attualmente non è per loro conveniente, almeno finchè il loro mercato interno non sarà abbastanza maturo da sostituire almeno parzialmente il consumatore USA, e le loro riserve saranno meno vulnerabili rispetto ad una violenta svalutazione del dollaro. Inoltre non possono assolutamente permettersi turbolenze sociali (ad esempio dovute a eventuale aumento della disoccupazione) in quanto metterebbero in serio pericolo la permanenza al potere dell'attuale dirigenza.

Come evolverà la situazione ? Nessuno lo sa con certezza. Certo è preoccupante vedere come il sistema valutario globale sia così vulnerabile e come le sue variabili macroeconomiche tanto lontane dall'equilibrio.
Nè può rassicurare il fatto che le misure di stampo keynesiano che la FED e governo USA stanno attuando ricordino molto quelle provate dal Giappone per far ripartire l'economia negli anni 80, i cui disastrosi risultati sono sotto gli occhi di tutti.

A mio modesto parere il nodo della questione sta nella ricerca, da parte della politica, di una economia in continua crescita, senza recessioni importanti, dove tutti vivono (e votano) per sempre felici e contenti. Le leggi economiche, che nel lungo periodo non possono essere ingannate, invece indicano che l'andamento è ciclico, e che le recessioni sono dolorose ma necessarie per liquidare il debito accumulato e gli investimenti non produttivi e far ripartire l'economia in maniera sostenibile.

Le misure messe in atto in USA sono tese ad evitare (o quantomeno posticipare il più possibile) la fase recessiva; tuttavia se la situazione delle loro imprese non migliora rapidamente (e sono in molti a pensarlo) si ritroveranno comunque in recessione con in più un mare di debiti.

A tal punto sono ipotizzabili due possibili scenari, e c'è da scommetere che gli USA opteranno per quello che più conviene a loro (e non necessariamente al resto del mondo dollaro-dipendente):

1 decidono di salvare il dollaro ed accettano una fase deflazionistica di liquidazione dei debiti, con tutte le conseguenze che questa porta (fallimenti, licenziamenti, calo generalizzato tenore di vita)

2 decidono di sacrificare il dollaro e monetizzano il debito del sistema (scenario (iper-?)inflazionistico)

Un mix dei precedenti scenari potrebbe portare, secondo alcuni, al "peggio dei due mondi", ovvero alla stagflazione (deflazione dei prezzi asset interni ed inflazione di quelli importati)

Tutto questo ragionamento per sostanziare le grandi preoccupazioni riguardo alla stabilità del sistema valutario globale, che in ulima analisi è in mano alla FED; se ci fosse un stato un sistema più onesto, disciplinato dal gold-standard (o simile), non ci troveremmo in questa brutta situazione.

Forse noi europei, con tutti i nostri limiti, siamo culturalmente più portati ad uno sviluppo economico più moderato e basato su risparmio ed investimenti (e non su credito e consumi come gli USA). Questo unito con l'euro, la disciplina di Maastricht, l'allargamento verso nuovi mercati (est) e con la lodevole gestione della BCE da parte di Duisembreg (che ha resistito alle pressioni verso una "scorciatoia americano-giapponese" fatta di tassi bassi e credito facile) penso ci consentirà di limitare i danni nel caso di "major pains" del dollaro.

rai
14-07-03, 07:26
Scritto da overthecounter


..... E pertanto sopportano le consistenti perdite dovute all'indebolimento del dollaro pur di tenere in piedi il sistema: le sorti dei creditori sono legate in maniera inscindibile a quella del debitore.


...finche' ne hanno una convenienza ma alla fine ci sara' una "resa dei conti".

Complimenti per il post e soprattutto per la chiarezza con cui viene esposto un argomento cosi vasto.

kukulkàn
14-07-03, 13:09
molti complimenti per il post

e con le motivazioni espresse è anche difficile non esserne d'accordo.

l'unica nota che mi lascia dubbioso è sulla "lodevole gestione della BCE", visto che dal mio punto di vista Duisemberg non ne ha azzeccata una.

ma sicuramente non me ne intendo più di tanto

complimenti ancora e spero di rileggerti con altrettanti argomenti illuminanti

ciao

lucrezio
14-07-03, 14:34
Scritto da overthecounter
Per rtb: grazie per aver apprezzato il mio intervento, visto che la discussione è di interesse propongo ancora qualche considerazione sull'argomento.

Per quanto riguarda le riserve della BCE il limite del 15% è nello statuto, il rimanente sono asset in valuta estera (dollari ed yen); trovi i dettagli sul sito della BCE stessa (www.ecb.int e cerca "reserves", non è un sito fatto benissimo -);. Interessante notare che se invece si considera l'"eurosistema" (BCE + Banche Centrali Nazionali) la percentuale di riserve in oro aumenta fino ad oltre il 30%; inoltre tali riserve sono "marked to market" ovvero contabilizzate a prezzi di mercato garantendo una correlazione positiva tra euro ed oro (è noto invece che oro e dollaro sono correlati negativamente). Una disussione più dettagliata su: http://www.goldseek.com/cgi-bin/news/AuthenticMoney/1041454311.php

Quanto allo yuan ritengo che attualmente non sia ancora pronto per affiancarsi alle valute forti (il capitalismo cinese è ancora giovane, inoltre dal punto di vista politico hanno ancora parecchia strada da fare), ma l'impressionante ritmo di crescita unito alla determinazione delle autorità a far emergere il loro paese come potenza economica mondiale fanno presumere un notevole rafforzamento del ruolo dello yuan nello scenario valutario globale.

Per Skepsi: certamente ci sono gli organismi internazionali che cercano di intervenire per porre rimedio agli squilibri del sistema economico (un esempio è proprio il monito della BIS alla Cina di cui si fa riferimento nell'articolo che ha originato queste discussioni). Tuttavia gli strumenti di intervento sono piuttosto limitati ed in ultima analisi possono solo esercitare pressioni economico-politiche sugli attori del sistema affinchè contribuiscano volontariamente a riequilibrare le variabili macroeconomiche.

Un sistema tipo il gold-standard, come spiega bene Greenspan (che tristezza, proprio lui! -); nel suo saggio, ha invece delle regole "automatiche" e vincolanti di riequilibrio nel caso qualche governo abbia il credito troppo facile o la moneta troppo svalutata. La richiesta (o minaccia) di de Gaulle relativamente al riscatto delle proprie riserve può essere interpretato come un tentativo di riequilibriare il sistema del dollar-standard che però portò alla fine del sistema stesso.

Il fatto è che le regole dell'economia e quelle della politica spesso sono in contrasto tra loro: la disciplina del gold-standard è sempre stata detestata politici e banchieri perchè pone loro dei limiti "solidi" alla spesa pubblica ed all'erogazione di credito, al contrario della fiat-money con la quale possono inflazionare il sistema a volontà.

Un'analisi approfondita della crisi del 1929, fatta proprio da Greenspan, mostra come essa fu causata, in ultima analisi, dal mancato rispetto della disciplina monetaria: il gold-standard venne momentaneamente "ammorbidito" per cercare di evitare una recessione, la liquidità in eccesso pompata nel sistema si riversò sull'azionario e la speculazione fece il resto.

Ripercorrendo la storia dal 1971 in poi è possibile vedere come l'aumento della massa monetaria USA, svincolata dall'obbligazione di convertibilità, abbia avuto un impennata notevole portando l'oro da $35 a $800 dollari l'oncia in pochi anni. Di seguito l'affermarsi della potenza militare ed economica americana, il mito di una crescita continua ed inarrestabile, il boom dell'azionario USA (più altre vicende meno edificanti raccontate con precisione dal GATA) hanno contribuito a far emergere definitivamente il re-dollaro ed a cacciare nel dimenticatoio il "relitto barbarico" (infelice espressione di Keynes).

Il recente apprezzamento del metallo giallo (quest'anno ha toccato i $380/oz, dai circa $250 all'inizio 2002), subito liquidato dai commentatori convenzionali come fuoco di paglia di un asset ormai da pensionare, fornisce invece un'importante indicazione: i mercati stanno probabilmente cominciando a restituire all'oro il ruolo monetario (e non di semplice commodity quindi!) che gli fu "usurpato" trent'anni or sono dal biglietto verde.

Arrivando ai giorni nostri, è possibile notare come il mondo (soprattutto asiatico) si sia organizzato per produrre beni da vendere agli americani in cambio dei loro dollari (o di asset in essi denominati); i vari paesi asiatici fanno a gara per svalutare le proprie monete e competere per l'agognato biglietto verde.

Il consumatore USA è al centro del sistema economico mondiale (il 75% del GDP USA è costituito da consumi privati) ed un fiume di dollari e TBond comincia fluire verso l'esterno alimentando fondi e riserve di mezzo mondo. E' facile intuire che un tale sistema può reggere solo finchè ci sono soldi da spendere: nel 2000 la bolla dell'equity è scoppiata facendo venir meno l'"effetto ricchezza" sia per i consumatori che per le imprese.

Nell'attesa che queste ultime si risollevino (e quindi riprendano ad investire, assumere, con conseguente aumento dei redditi dei consumatori e della loro capacità di spesa), la FED ha pensato di puntellare i consumi favorendo l'emergere di una enorme bolla immobiliare, grazie alla quale gli insaziabili consumatori americani possono rifinanziare la propria abitazione a tassi bassi ottenendo liquidità per continuare a spendere come prima (un commentatore che non ricordo ha usato la seguente illuminante espressione: "Americans have transformed their houses into ATMs" (Gli Americani hanno trasformato le loro case in Bancomat). Tuttavia questo ha provocato un notevole incremento dell'indebitamento personale e l'emergere di una pericolosa speculazione (Stephen Roach non esita a definirla bolla) sui TBond lunghi, favorita dalle manipolazioni dei tassi al ribasso.

Il governo USA dal canto suo ha varato drastiche misure di sostegno all'economia (tagli di tasse e spesa pubblica) che stanno provocando deficit di bilancio sempre più profondamente rossi.

La situazione attuale è quindi quella di un sistema economico globale dove la valuta di riferimento (dollaro) è gravata da livelli di deficit ed indebitamento non sostenibili a lungo. Buona parte del debito USA è in mano a stranieri (soprattutto Giappone ed ultimamente Cina) per i quali tuttavia non è conveniente liquidarlo (adesso) pena un rafforzamento della propria valuta, meno esportazione, meno produzione, disoccupazione, ecc. E pertanto sopportano le consistenti perdite dovute all'indebolimento del dollaro pur di tenere in piedi il sistema: le sorti dei creditori sono legate in maniera inscindibile a quella del debitore.

Ed è questo il motivo per cui la Cina fa orecchie da mercante alle richieste di fluttuazione dello yuan: attualmente non è per loro conveniente, almeno finchè il loro mercato interno non sarà abbastanza maturo da sostituire almeno parzialmente il consumatore USA, e le loro riserve saranno meno vulnerabili rispetto ad una violenta svalutazione del dollaro. Inoltre non possono assolutamente permettersi turbolenze sociali (ad esempio dovute a eventuale aumento della disoccupazione) in quanto metterebbero in serio pericolo la permanenza al potere dell'attuale dirigenza.

Come evolverà la situazione ? Nessuno lo sa con certezza. Certo è preoccupante vedere come il sistema valutario globale sia così vulnerabile e come le sue variabili macroeconomiche tanto lontane dall'equilibrio.
Nè può rassicurare il fatto che le misure di stampo keynesiano che la FED e governo USA stanno attuando ricordino molto quelle provate dal Giappone per far ripartire l'economia negli anni 80, i cui disastrosi risultati sono sotto gli occhi di tutti.

A mio modesto parere il nodo della questione sta nella ricerca, da parte della politica, di una economia in continua crescita, senza recessioni importanti, dove tutti vivono (e votano) per sempre felici e contenti. Le leggi economiche, che nel lungo periodo non possono essere ingannate, invece indicano che l'andamento è ciclico, e che le recessioni sono dolorose ma necessarie per liquidare il debito accumulato e gli investimenti non produttivi e far ripartire l'economia in maniera sostenibile.

Le misure messe in atto in USA sono tese ad evitare (o quantomeno posticipare il più possibile) la fase recessiva; tuttavia se la situazione delle loro imprese non migliora rapidamente (e sono in molti a pensarlo) si ritroveranno comunque in recessione con in più un mare di debiti.

A tal punto sono ipotizzabili due possibili scenari, e c'è da scommetere che gli USA opteranno per quello che più conviene a loro (e non necessariamente al resto del mondo dollaro-dipendente):

1 decidono di salvare il dollaro ed accettano una fase deflazionistica di liquidazione dei debiti, con tutte le conseguenze che questa porta (fallimenti, licenziamenti, calo generalizzato tenore di vita)

2 decidono di sacrificare il dollaro e monetizzano il debito del sistema (scenario (iper-?)inflazionistico)

Un mix dei precedenti scenari potrebbe portare, secondo alcuni, al "peggio dei due mondi", ovvero alla stagflazione (deflazione dei prezzi asset interni ed inflazione di quelli importati)

Tutto questo ragionamento per sostanziare le grandi preoccupazioni riguardo alla stabilità del sistema valutario globale, che in ulima analisi è in mano alla FED; se ci fosse un stato un sistema più onesto, disciplinato dal gold-standard (o simile), non ci troveremmo in questa brutta situazione.

Forse noi europei, con tutti i nostri limiti, siamo culturalmente più portati ad uno sviluppo economico più moderato e basato su risparmio ed investimenti (e non su credito e consumi come gli USA). Questo unito con l'euro, la disciplina di Maastricht, l'allargamento verso nuovi mercati (est) e con la lodevole gestione della BCE da parte di Duisembreg (che ha resistito alle pressioni verso una "scorciatoia americano-giapponese" fatta di tassi bassi e credito facile) penso ci consentirà di limitare i danni nel caso di "major pains" del dollaro.

complimenti per il post... ;)

sono molto d'accordo sulla buona gestione da parte della bce ( come ho anche detto in questo thread http://www.finanzaonline.com/forum/showthread.php?threadid=356376&perpage=20&pagenumber=1 )

ispe
14-07-03, 18:34
Scritto da overthecounter




Il governo USA dal canto suo ha varato drastiche misure di sostegno all'economia (tagli di tasse e spesa pubblica) che stanno provocando deficit di bilancio sempre più profondamente rossi.

A tal punto sono ipotizzabili due possibili scenari, e c'è da scommetere che gli USA opteranno per quello che più conviene a loro (e non necessariamente al resto del mondo dollaro-dipendente):

1 decidono di salvare il dollaro ed accettano una fase deflazionistica di liquidazione dei debiti, con tutte le conseguenze che questa porta (fallimenti, licenziamenti, calo generalizzato tenore di vita)

2 decidono di sacrificare il dollaro e monetizzano il debito del sistema (scenario (iper-?)inflazionistico)



ringrazio Skepsi per i complimenti e li giro a overthecounter che ha fornito a tutti noi una panoramica notevole
A mio modesto parere ci avviamo verso la prima ipotesi ,e neanche in tempi molto lunghi
a questo proposito c'è un post che avevo messo in un altro thread
http://www.finanzaonline.com/forum/showthread.php?threadid=374352

E inoltre fuori di dubbio che il sistema aureoconvertibile si prestava molto meno ad essere distorto, oltre a fornire al cittadino comune certezze sul reale valore delle proprie ricchezze e limitando perdite repentine basate su improvvise svalutazioni decise a tavolino non sempre per il bene comune....
Ma comunque nessuno ha avuto la voglia e la forza per opporsi agli accordi di Bretton Woods....

reef
14-07-03, 20:05
Scritto da ispe


Un thread di livello superiore.
IMHO va mantenuto in cima alla lista e votato.
Grazie.

generali1984
14-07-03, 23:01
Mi permetto di ricordare che la presunta fermezza della Cina
nella crisi Asiatica del 98 , è figlia della svalutazione competitiva
innescata proprio dalla Cina che decise una svalutazione
unilaterale nel97 , mettendo all'angolo per prima la
Thailandia che con la sua industria non specializzata
ne ha subito risentito , avrebbe dovuto immediatamente
svalutare come le Filippine del resto , ma la storia insegna che i governi
sono campioni di inettitudine (Brasile - Argentina poco dopo ,
quasi in contemporanea, ne è un altro esempio ) , il
coinvolgimento degli altri paesi è la classisca palla di neve in discesa .

Mi riprometto di leggere tutto il thread che mi è stato
cortesemente segnalato :)

Cordiali saluti

overthecounter
15-07-03, 01:01
Ringraziando di cuore per i complimenti, volevo spendere ancora qualche parola sulla diversità di comportamento tra BCE e FED e sul perchè apprezzi l' operato del tanto contestato Duisenberg. La differenza principale tra la banca centrale europea e quella americana è che la prima agisce in maniera piuttosto " conservatrice" e si occupa principalmente di mantenere la stabilità dei prezzi, mentre la seconda è molto più "disinvolta" e persegue l'obiettivo primario di sostenere ad ogni costo l'espansione economica.

Il fatto è che una politica monetaria "moderatatamente" accomodante può favorire la crescita economica o la ripresa durante una fase recessiva ciclica, mentre una politica troppo aggressiva e "manipolatrice" delle variabili macroeconomiche può portare qualche beneficio nel breve periodo e però rivelarsi "cura peggiore del male" nel lungo.

La FED infatti dopo aver di fatto favorito la formazione della bolla sull'equity non ha esitato a manipolare pesantemente i tassi per "trasferirla", una volta scoppiata, sul real-estate e recentemente sui tbond. Tali politiche monetarie "estreme" di sostegno ai consumi attraverso il cosiddetto "effetto ricchezza" inoltre sono spesso messe in atto con la complicità degli ambienti speculativi meno raccomandabili (interessante e divertente in proposito l'articolo di Mauldin sulla "mano di poker" alla FED: http://www.gold-eagle.com/editorials_03/mauldin071303.html ).

Tuttavia sebbene tali "cure" siano riuscite ad evitare fino adesso la recessione, hanno avuto l'effetto collaterale di portare il sistema a livelli di indebitamento ormai non più sostenibili a lungo.
Ecco perchè la FED teme di non riuscire più a reflazionare sistema (ovvero a convincere famiglie ed imprese ad indebitarsi ulteriormente) e di farlo precipitare in una spirale deflazionistica, naturale processo di liquidazione del debito dissennatamente accumulato.

La BCE invece non ha mai esercitato, fortunatamente, manovre analoghe. Anzi Duisenberg ha resistito a notevoli pressioni verso un taglio dei tassi "fuori luogo" che forse avrebbe portato qualche beneficio di breve periodo ma sicuramente avrebbe anche spinto il sistema verso un eccessivo indebitamento con tutte nefaste conseguenze che questo comporta. Emblematica è una recente affermazione del governatore della BCE: "We explicitly do not have an activist short-term oriented policy. We do not want it.".
E ha quindi tutte le ragioni Tommaso Padoa-Schioppa, membro italiano della BCE, quando in un interessante articolo del Corriere di ieri scrive che in Europa non c'è rischio di deflazione: grazie alla fermezza della BCE (ed alla nostra cultura più orientata al risparmio ed alla moderazione) non abbiamo avuto bolle (rilevanti), non è aumentato il livello di indebitamento, perchè mai dovrebbe attivarsi un processo deflazionistico di liquidazione ? Forse pochi sanno inoltre che ci sono diversi commentatori d'oltre-oceano hanno un'ottima opinione di Duisenberg ed una pessima di Greenspan (http://www.safehaven.com/Credit/Credit050903.htm).

Ciao a tutti e grazie.

rai
15-07-03, 07:48
Scritto da overthecounter
Ringraziando di cuore per i complimenti, volevo spendere ancora qualche parola sulla diversità di comportamento tra BCE e FED e sul perchè apprezzi l' operato del tanto contestato Duisenberg. La differenza principale tra la banca centrale europea e quella americana è che la prima agisce in maniera piuttosto " conservatrice" e si occupa principalmente di mantenere la stabilità dei prezzi, mentre la seconda è molto più "disinvolta" e persegue l'obiettivo primario di sostenere ad ogni costo l'espansione economica.

Il fatto è che una politica monetaria "moderatatamente" accomodante può favorire la crescita economica o la ripresa durante una fase recessiva ciclica, mentre una politica troppo aggressiva e "manipolatrice" delle variabili macroeconomiche può portare qualche beneficio nel breve periodo e però rivelarsi "cura peggiore del male" nel lungo.

La FED infatti dopo aver di fatto favorito la formazione della bolla sull'equity non ha esitato a manipolare pesantemente i tassi per "trasferirla", una volta scoppiata, sul real-estate e recentemente sui tbond. Tali politiche monetarie "estreme" di sostegno ai consumi attraverso il cosiddetto "effetto ricchezza" inoltre sono spesso messe in atto con la complicità degli ambienti speculativi meno raccomandabili (interessante e divertente in proposito l'articolo di Mauldin sulla "mano di poker" alla FED: http://www.gold-eagle.com/editorials_03/mauldin071303.html ).

Tuttavia sebbene tali "cure" siano riuscite ad evitare fino adesso la recessione, hanno avuto l'effetto collaterale di portare il sistema a livelli di indebitamento ormai non più sostenibili a lungo.
Ecco perchè la FED teme di non riuscire più a reflazionare sistema (ovvero a convincere famiglie ed imprese ad indebitarsi ulteriormente) e di farlo precipitare in una spirale deflazionistica, naturale processo di liquidazione del debito dissennatamente accumulato.

La BCE invece non ha mai esercitato, fortunatamente, manovre analoghe. Anzi Duisenberg ha resistito a notevoli pressioni verso un taglio dei tassi "fuori luogo" che forse avrebbe portato qualche beneficio di breve periodo ma sicuramente avrebbe anche spinto il sistema verso un eccessivo indebitamento con tutte nefaste conseguenze che questo comporta. Emblematica è una recente affermazione del governatore della BCE: "We explicitly do not have an activist short-term oriented policy. We do not want it.".
E ha quindi tutte le ragioni Tommaso Padoa-Schioppa, membro italiano della BCE, quando in un interessante articolo del Corriere di ieri scrive che in Europa non c'è rischio di deflazione: grazie alla fermezza della BCE (ed alla nostra cultura più orientata al risparmio ed alla moderazione) non abbiamo avuto bolle (rilevanti), non è aumentato il livello di indebitamento, perchè mai dovrebbe attivarsi un processo deflazionistico di liquidazione ? Forse pochi sanno inoltre che ci sono diversi commentatori d'oltre-oceano hanno un'ottima opinione di Duisenberg ed una pessima di Greenspan (http://www.safehaven.com/Credit/Credit050903.htm).

Ciao a tutti e grazie.

Interessante e di facile comprensione.

kukulkàn
15-07-03, 11:03
la critica che veniva mossa a duisemberg era quella di preoccuparsi eccesivamente ed unicamente del problema inflazione in un momento che il rischio inflattivo era trascurabile e / o comunque non il problema primario della situazione economica, ad esempio curare il malato per un mal di testa e non accorgersi o non voler accorgersi che invece ha un tumore.

questa era la critica che più gli veniva mossa dagli economisti, penso quasi la maggior parte.

avrebbe potuto essere meno intransigente sui tassi anche se non aggresivo come ha fatto la fed, in pratica un colpo al cerchio ed uno alla botte come si suol dire. ed infatti a giustificazione del suo "non intervento" ricordava il fatto che il suo mandato era solo di controllo sull'inflazione e non sul contesto economico.

ma se overthecounter ha un giudizio diverso, indubbiamente si discosta dalla maggior parte degli economisti da me sentiti o letti.

e le motivazioni che adduce sono sicuramente valide, chiare ed alla portata di tutti, anche di un non troppo competente come me

sarebbe bastato che duisenberg avesse esplicitato come ha fatto overthecounter che tutto sarebbe stato più chiaro e sicuramente più apprezzato dai molti

buona giornata a tutti

gipa69
15-07-03, 19:12
Il dollaro, lo yuan viene giusto a fagiolo:)

gipa69
15-07-03, 19:13
..

gipa69
15-07-03, 19:17
poi

gipa69
15-07-03, 19:19
ancora

mtb369
15-07-03, 19:49
Scritto da gipa69
ancora azz!!!!!!!!!!!! anche Gipa69 quanto a documentazione non scherza!! Da quel punto di vista sarà uno scontro fra titani , con OTC.... :D

Però, c'è un però: gipa69 ha allegato dei bei grafici, molto interessanti ed istruttivi; ma...le conclusioni??? dove sono i commenti?? Che posizione prende il Gipa69 sulla politica dei tassi bassi di A.Greespan e quella + "accorta" di Wim "il capellone"????

mtb369
15-07-03, 20:40
Scritto da overthecounter
Il consumatore USA è al centro del sistema economico mondiale (il 75% del GDP USA è costituito da consumi privati) ed un fiume di dollari e TBond comincia fluire verso l'esterno alimentando fondi e riserve di mezzo mondo. E' facile intuire che un tale sistema può reggere solo finchè ci sono soldi da spendere: nel 2000 la bolla dell'equity è scoppiata facendo venir meno l'"effetto ricchezza" sia per i consumatori che per le imprese.

Nell'attesa che queste ultime si risollevino (e quindi riprendano ad investire, assumere, con conseguente aumento dei redditi dei consumatori e della loro capacità di spesa), la FED ha pensato di puntellare i consumi favorendo l'emergere di una enorme bolla immobiliare, grazie alla quale gli insaziabili consumatori americani possono rifinanziare la propria abitazione a tassi bassi ottenendo liquidità per continuare a spendere come prima (un commentatore che non ricordo ha usato la seguente illuminante espressione: "Americans have transformed their houses into ATMs" (Gli Americani hanno trasformato le loro case in Bancomat). Tuttavia questo ha provocato un notevole incremento dell'indebitamento personale e l'emergere di una pericolosa speculazione (Stephen Roach non esita a definirla bolla) sui TBond lunghi, favorita dalle manipolazioni dei tassi al ribasso.

Il governo USA dal canto suo ha varato drastiche misure di sostegno all'economia (tagli di tasse e spesa pubblica) che stanno provocando deficit di bilancio sempre più profondamente rossi. ......

Forse noi europei, con tutti i nostri limiti, siamo culturalmente più portati ad uno sviluppo economico più moderato e basato su risparmio ed investimenti (e non su credito e consumi come gli USA). Questo unito con l'euro, la disciplina di Maastricht, l'allargamento verso nuovi mercati (est) e con la lodevole gestione della BCE da parte di Duisembreg (che ha resistito alle pressioni verso una "scorciatoia americano-giapponese" fatta di tassi bassi e credito facile) penso ci consentirà di limitare i danni nel caso di "major pains" del dollaro. Però, alla faccia di questi bei ragionamenti, i quali, peraltro, mi trovano pienamente daccordo, il dollaro nel momento in cui scrivo ha ricominciato la corsa al recupero sull'€; 1,119 alle 20,30...si vede che le parole di greespan qualche effetto l'hanno avuto: forse quello contrario all'intenzione di greespan stesso!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

gipa69
15-07-03, 22:39
Per MTB369:

Non sei stato attento, perchè (qualche mese fa) su un'altro thread avevo già espresso la mia opinione.
Comunque se devo essere sincero un pochino Greenspan l'ho rivalutato ma preferiso sempre Duisemberg per l'indipendenza dalla politica che ha sempre mostrato (o comunque l'ha fatto credere più di Greenspan).
Preferisco però ritornare all'argomento del thread e cioè al rapporto Yuan/dollaro e valute asiatiche.
La mia posizione è ben espressa da questo articolo:

Asia, its reserves and the coming dollar crisis
By Richard Duncan

During the 30 years since the breakdown of the Bretton Woods International Monetary System, the global economy has been flooded with dollar liquidity. International reserves are one of the best measures of that liquidity. During the quasi-gold standard Bretton Woods era, international reserves expanded only slowly. For example, total international reserves increased by only 55% during the 20 years between 1949 and 1969, the year Bretton Woods began to come under strain. Since 1969, total international reserves have surged by more than 2000%. This explosion of reserve assets has been one of the most significant economic events of the last 50 years.



Today, Asian central banks hold approximately $1.5 trillion in US dollar-denominated reserve assets. Most of the world's international reserves come into existence as a result of the United States current account deficit. That deficit is now $1 million a minute. Last year, it amounted to $503 billion or roughly 2% of global GDP. The combined international reserves of the countries with a current account surplus increase by more or less the same amount as the US current account deficit each year. So central bankers must worry not only about their existing stockpile of dollar reserves, but also about the flow of new US dollar reserves they will continue to accumulate each year so long as their countries continue to achieve a surplus on their overall balance of payments.

With the depreciation of the dollar rapidly gaining momentum, Asian central bankers are scrambling to find alternative, non-dollar denominated investment vehicles in which to hold their countries' reserves. Consequently, this is a topic that is attracting considerable attention in the press.

There is a related issue of much greater importance being entirely overlooked, however. The surge in international reserves has created unprecedented macroeconomic imbalances that are destabilizing the global economy. The global economic disequilibrium caused by these imbalances is the subject of this article. It is also the subject my recently published book, THE DOLLAR CRISIS: Causes, Consequences, Cures (John Wiley & Sons, 2003).

Since the breakdown of Bretton Woods, dollars have replaced gold as the international reserve currency. The international monetary system now functions on a Dollar Standard rather than a Gold Standard.



The primary characteristic of The Dollar Standard is that it has allowed the United States to finance extraordinarily large current account deficits by selling debt instruments to its trading partners instead of paying for its imports with gold as would have been required under the Bretton Woods System or The Gold Standard.

In this manner, The Dollar Standard has ushered in the age of globalization by allowing the rest of the world to sell their products to the United States on credit. This arrangement has had the benefit of allowing much more rapid economic growth, particularly in large parts of the developing world, than could have occurred otherwise.

It also has put downward pressure on consumer prices and, therefore, interest rates in the United States as cheap manufactured goods made with very low-cost labor have been imported into the United States in rapidly increasing amounts.

However, it is now becoming increasingly apparent that The Dollar Standard has also resulted in a number of undesirable and potentially disastrous consequences.

First, it is clear that countries which built up large stockpiles of international reserves through current account or financial account surpluses have experienced severe economic overheating and hyper-inflation in asset prices that ultimately resulted in economic collapse. Japan and the Asia crisis countries are the most obvious examples of countries that suffered from that process. Those countries were able to avoid complete economic depression only because their governments went deeply into debt to bailout the depositors of their bankrupt banks.

Second, flaws in the current international monetary system have also resulted in economic overheating and hyper-inflation in asset prices in the United States as that country's trading partners have reinvested their dollar surpluses (i.e. their reserve assets) in dollar-denominated assets. Their acquisitions of stocks, corporate bonds, and US agency debt have helped fuel the stock market bubble, facilitated the extraordinary misallocation of corporate capital, and helped drive US property prices to unsustainable levels.

Third, the credit creation The Dollar Standard made possible has resulted in overinvestment on a grand scale across almost every industry worldwide. Overinvestment has produced excess capacity and deflationary pressures that are undermining corporate profitability around the world.

To understand how this unprecedented expansion of dollar-denominated reserve assets has created bubble economies, systemic banking crises and deflation around the world, it is first necessary to understand how the large inflow of dollar reserves affects the banking system in countries with balance of payments surpluses. Next it is necessary to understand how the central banks in those countries come to hold the dollars that enter their economies as a result of current account (or, less commonly, financial account) surpluses. Finally, an examination of the investment alternatives available to the central banks, and the economic impact resulting from each of those alternatives, makes it clear why central banks hold most of their reserve assets in dollars.

The United States is the major deficit nation. When exporters from surplus countries bring their dollar earnings home, those dollars enter their domestic banking system and, being exogenous to the system, act just like high powered money.

The affect on the economy is just the same as if the central bank of that country had injected high powered money into the banking system: as those export earnings are deposited into commercial banks, they sparked off an explosion of credit creation. That is because when new deposits enter a banking system they are lent and re-lent multiple times given that commercial banks need only set aside a fraction of the credit they extend as reserves.

Take Thailand as an example. Beginning in 1986, loan growth expanded by 25% to 30% a year for the next 10 years. Had Thailand been a closed economy without a large balance of payments surplus, such rapid loan growth would have been impossible. The banks would have very quickly run out of deposits to lend, and the economy would have slowed down very much sooner.

In the event, however, so much foreign capital came into Thailand and was deposited in the Thai banks that the deposits never ran out, and the lending spree went on for more than a decade. By 1990 an asset bubble in property had developed. Every inch of Thailand had gone up in value from 4 to 10 times. Higher property prices provided more collateral backing for yet more loans.

An incredible building boom began. A thousand high rise buildings were added to the skyline. All the building material industries quadrupled their capacity. Corporate profits surged and the stock market shot higher. Every industry had access to cheap credit; and every industry dramatically expanded capacity. The economy rocketed into double digit annual growth.

And, so it was in all the countries that rapidly built up large foreign exchange reserves: credit expansion surged, investment and economic growth accelerated at an extraordinary pace, and asset price bubbles began to form. That was the case in Japan in the 1980s and in Thailand and the other Asia cisis cuntries in the 1990s. It is also true of China today. Wherever reserve assets ballooned in a short space of time, economic bubbles formed.

Unfortunately, economic bubbles always pop. And when they pop, they leave behind two serious problems.

First, they cause systemic banking crises that require governments to go deeply in debt to bailout the depositors of the failed banks. Economic bubbles always end in excess industrial capacity and/or unsustainably high asset prices. Banks fail because deflating asset prices and falling product prices make it impossible for over-stretched borrowers to repay their loans.

During the Bretton Woods era, systemic banking crises were practically unheard of. Since Bretton Woods broke down, they have occurred on a nearly pandemic scale.



The preceding table lists 40 banking crises between 1980 and today and provides estimates of their high fiscal costs as a percentage of GDP.

The second problem economic bubbles leave behind when they pop is excess industrial capacity caused by the extraordinary expansion of credit during the boom years. The problem with excess capacity is that it causes deflation.

Japan is suffering from deflation. Hong Kong and Taiwan have deflation. Even China, where an economic bubble is still inflating, has been experiencing deflation since 1998. The rest of the Asia crisis countries only avoided deflation by drastically devaluing their currencies and exporting deflation abroad. Think of the impact that the over expansion of Korea's semiconductor industry has had on global chip prices.

Hopefully the preceding paragraphs have clarified how unprecedented US current account deficits have sparked off extraordinary credit creation in those countries with the corresponding surpluses, causing unsustainable economic bubbles which subsequently implode, leaving behind wrecked banking systems, heavily indebted governments, excess capacity and deflation.

Now consider how those US current account deficits end up being held as dollar-denominated assets by the central banks of the surplus countries.

There are several reasons why central banks accumulate international reserves. The most compelling reason - in Asia, at least - is the desire of the central banks to prevent their currencies from appreciating. When Asian exporters sell products in the United States, they earn dollars. When they bring those dollars back to Asia, they either exchange them for their domestic currency on the currency market or deposit them in their banks, in which case their banks exchange them for the domestic currency.

This process puts upward pressure on the Asian currencies. Asian policy makers do not want their currencies to appreciate since currency appreciation would cause a reduction in exports and, therefore, a reduction in economic growth.

Consequently, Asian central banks intervene in the currency market and acquire the dollars that the exporters and banks wish to sell. They pay for those dollars by issuing their own currency, whether Yen, Baht or Yuan. Asia's export-led economic growth strategy therefore requires that the Asian central banks build up their dollar reserve assets to prevent their currencies from appreciating. This process simultaneously expands the domestic money supply, which further fuels the domestic economy.

In theory, it is possible for the Asia central banks to absorb the domestic liquidity created through this process by issuing bonds to soak back up the currency they issued to acquire the dollars. However, sterilization on a grand scale is expensive as the central banks must pay interest on the bonds they issue. Judging by the size of the economic bubbles that have arisen across most of Asia during the past two decades, it is quite clear that if such sterilization was attempted at all, it occurred on too small a scale to be effective.

Once the Asian central banks have acquired dollars, they must either convert them into some other foreign currency or else invest those dollars in an interest bearing dollar-denominated asset in order to earn a return on those funds.

They must decide between holding those dollars in dollar-denominated investments that will generate a return, converting the dollars into some other currency, or else buying some other store of value such as gold.

Their options are fewer than they at first appear however. That is because the amounts involved are so large.

For example, China and Japan each enjoyed a trade surplus of more than $100 billion with the United States last year. That is in addition to the hundreds of billions of dollar-denominated reserves assets they had accumulated in prior years.

Any attempt to convert even a small portion of that into gold would drive the price of gold wildly higher. Similarly, any strategy that attempted to convert a significant portion of those dollar holdings into Euros would cause a very sharp spike in that currency that the European Central Bank and other European policy makers would view as most unwelcome because of the negative impact it would have on Europe's exports.

It is quite probable that politicians and central bankers in Europe would call their counterparts in Asia and politely ask them to stop driving up the Euro. Or, imagine the response in Tokyo if China began converting its dollar hoard into Yen. Diplomatically, it would be unacceptable and, for that reason, it is not an option.

The fact of the matter is that Asia's dollar reserve holdings, both stock and flow, are so large that they only place they can be accommodated is in US Dollar-denominated assets such as Treasury Bonds; agency debt, such as Fannie Mae and Freddie Mac; corporate debt; equities; or bank deposits.

That is why it has been so easy for the United States to finance its enormous current account deficit. There is really nowhere else for that much money to go.

In other words, the US financial account surplus is actually merely a function of the US current account deficit. The surplus countries can't afford to convert those dollars into their own currencies because of the harm that would do to their exports, and other countries do not want the dollars converted into their currencies for the same reason.

Therefore, the dollar could be described as a boomerang currency. First it goes abroad as the export earnings of non-US exporters. Then foreign central banks send it back to be invested in US dollar-denominated assets because there is really no place else to put it.

It is ironic that not only has the US current account deficit fueled bubble economies in all the major surplus countries, it has also helped create the current economic bubble in the United States as the dollar export earnings of surplus nations come back into the US.

The investments by the surplus countries into US stocks, corporate bonds, and US agency debt have helped fuel the US stock market bubble, facilitated the extraordinary misallocation of corporate capital, and helped inflate the current US property bubble.

This year, the US current account deficit will be $500 to $600 billion. That means the surplus nations will have to find places to invest that sum of dollars in dollar-denominated assets. This is an annual task that is becoming increasingly difficult.

Which sector or sectors of the US economy can afford to issue and service $500 to $600 billion in additional debt - not only this year, but every year into the future so long as the United States continues to run such large current account deficits? The consumer sector has never been more indebted and corporations are going bankrupt in record numbers.

Neither the consumer sector nor the business sector can afford to take on any more debt. That leaves only the government sector.

Strangely, it is rather fortuitous - at least from the point of view of Asian central banks - that the United States government has once again begun to run such large budget deficits. At this stage in the business cycle, only the US government has the debt servicing capacity to issue and service the amounts of debt required to provide a safe home for the half a trillion dollars and more that the US current account deficit is adding to the world's stock of reserve assets each year.

This year, the US government deficit is well on its way toward $400 billion. Foreign central banks will be more than happy to snap all that up and then some.

It is no coincidence that the worst of the bubble excesses took place in the United Stated between 1998 and 2000 when the government briefly achieved a budget surplus. During those years when the government stopped issuing new treasury bonds, the many countries experiencing a current account surplus with the US had little choice but to buy other, more risky dollar-denominated assets such as Fannie Maes, corporate bonds or NASDAQ stocks.

Those are the years of supper easy credit when Fannie and Freddy dramatically expanded their balance sheets and sparked-off the US property boom. And those are the years when corporations found it so easy to raise and waste money. Finally, those were the years of the great NASDAQ blow-off.

Such excesses are unlikely to be repeated now that the Department of Treasury will be selling hundreds of billions of dollars of its debt at auction every few months now for years into the future. New US government debt will supply most of the dollar-denominated investment vehicles required to house the current account surpluses of the United States' trading partners. Fannie Mae and US corporates will be happy to supply the rest.

The United States' net indebtedness to the rest of the world is approximately $3 trillion or 30% of US GDP. It increased by approximately $500 billion, or 5% of GDP, last year and it will increase by a similar amount again this year and the year after and every year into the future until a sharp fall in the value of the dollar against the currencies of all its major trading partners puts an end to the gapping US current account deficit or until the United States is so heavily indebted to the rest of the world that it becomes incapable of servicing the interest on its multi-trillion dollar debt.

It is difficult to know which will happen first. However, it is certain that one of the two will eventually occur. Either outcome would put an end to the era of export-led growth that Asia has enjoyed for so long.

In the meantime, and here is the story that is of much greater significance than how much Asian central banks will lose as the dollar depreciates, so long as the US current account deficit continues to flood the world with US Dollar liquidity - in effect blowing up the global money supply - new asset price bubble are likely to inflate and implode; more systemic banking crises can be expected to occur; and intensifying deflationary pressure can be anticipated as falling interest rates and easy credit result in excess industrial capacity and falling prices.

In other words, so long as the US current account deficit persists, the global economic disequilibrium that it generates will continue to cause economic upheavals around the world. The costs of those upheavals will far exceed the foreign exchange losses Asian central banks will suffer as the dollar continues to weaken in the months and years ahead.

gipa69
15-07-03, 22:40
..

gipa69
15-07-03, 22:41
infine una tabella interessante.....
Bel thread ragazzi :)

mtb369
16-07-03, 06:08
Scritto da gipa69
Per MTB369:

Non sei stato attento, perchè (qualche mese fa) su un'altro thread avevo già espresso la mia opinione.
Bè, sono 2 anni che sono iscritto a questo forum, e ogni tanto leggo qua e là i 3ads che + mi interessano: è chiaro che non posso leggerli TUTTI , ed il tuo che citi nella tua risposta, chiaramente mi è sfuggito!!! Se vuoi, faccio "mea culpa"....ma lascia il tempo che trova; piuttosto riesci a linkarlo, quel 3ad dove qualche mese fa esprimevi la tua opinione al riguardo?

Devo comunque confermare che il materiale riportato, e le fonti citate, è ottimo!! continua così, per il bene del Forum!;)

Noto che il $ prosegue stamane la corsa al rialzo, nonostante Alan abbia "minacciato" di metter mano nuovamente alla "scure dei tassi" se non ci saranno altri segnali di ripresa + convincenti , in USA; sarà solo un movimento tecnico??Oppure??? La discussione è aperta...

mtb369
16-07-03, 06:29
Scritto da mtb369
Bè, sono 2 anni che sono iscritto a questo forum, e ogni tanto leggo qua e là i 3ads che + mi interessano: è chiaro che non posso leggerli TUTTI , ed il tuo che citi nella tua risposta, chiaramente mi è sfuggito!!! Se vuoi, faccio "mea culpa"....ma lascia il tempo che trova; piuttosto riesci a linkarlo, quel 3ad dove qualche mese fa esprimevi la tua opinione al riguardo?

Devo comunque confermare che il materiale riportato, e le fonti citate, è ottimo!! continua così, per il bene del Forum!;)

Noto che il $ prosegue stamane la corsa al rialzo, nonostante Alan abbia "minacciato" di metter mano nuovamente alla "scure dei tassi" se non ci saranno altri segnali di ripresa + convincenti , in USA; sarà solo un movimento tecnico??Oppure??? La discussione è aperta...
A proposito del dollaro , sapete perché sul retro del biglietto verde c'è uno strano simbolo esoterico, una piramide tronca? La risposta in questo link...
http://www.luino-online.it/Notizie/dollaro.html

overthecounter
16-07-03, 10:32
Scritto da mtb369

Noto che il $ prosegue stamane la corsa al rialzo, nonostante Alan abbia "minacciato" di metter mano nuovamente alla "scure dei tassi" se non ci saranno altri segnali di ripresa + convincenti , in USA; sarà solo un movimento tecnico??Oppure??? La discussione è aperta...

E' sempre difficile interpretare i movimenti di breve periodo, cmq pare che ieri Greenspan nel suo discorso abbia abbandonato l'idea di usare misure "non-convenzionali" per manipolare i tassi al ribasso. Gli speculatori sui tbond non hanno gradito il bluff ed hanno venduto a mano bassa i treasury a 10 e 30 anni provocandone un crollo dei prezzi da record (con conseguente rialzo dei rendimenti e rafforzamento del dollaro).

Claudio50
16-07-03, 10:53
Complimenti a tutti per l'ottimo 3d...

Claudio

ispe
16-07-03, 12:54
Alan Greenspan durante la sua audizione al Congresso in cui ha illustrato il rapporto semestrale della Fed è parso ieri piuttosto preoccupato per l'andamento dell'economia, e ha rassicurato di essere pronto a mantenere i tassi al minimo storico da 45 anni, l'1%, al quale sono stati portati il 25 giugno scorso, con il tredicesimo taglio dall'inizio del 2001. Se non dovesse bastare, il presidente della Fed ha affermato che vi sono margini per una riduzione ulteriore, qualora il cavallo dell'economia si rifiutasse di bere ancora per riprendere la corsa. :eek: Una delle ragioni per cui la Reserve ha deciso di intreprendere una politica tanto aggressiva dei tassi, ha spiegato il suo capo, è la preoccupazione per la possibilità che il basso tasso di inflazione possa avviare una spirale deflattiva qualora l'eonomia fosse colpita da uno shock improvviso. «Scenario particolarmente pernicioso, quantunque remoto». Stante che la situazione è tra le più incerte, Nonno Greenspan ha cercato comunque di barcamenarsi, per evitare di affondare il vascello senza tuttavia dare la spola ad aspettative irrealistiche. Così ha visto nero per il breve periodo, preannunciando per il 2003 una crescita del Pil tra il 2,5 e il 2,75%, più bassa del previsto 3,25 - 3,5%. Ma il 2004, secondo la vestale del dollaro, vedrà un incremento fra il 3,75 e il 4,75%.

overthecounter
16-07-03, 18:35
Complimenti a gipa69 x ottimo articolo, evidenzia in maniera chiara come l'attuale sistema valutario sia oggetto di enormi manipolazioni e distorsioni.

Vorrei proseguire la discussione prendendo spunto da un recente articolo apparso su Forbes (http://www.forbes.com/free_global/2002/0610/064.html): viene fatto un inquietante parallelo fra l'impero romano, quello spagnolo del 1500 e quello attuale americano. Tutti e tre avevano un esercito molto potente (chi non ricorda l'"invincibile armata" ?) ed avevano colonizzato mezzo mondo dal quale riscuotevano tributi (gli americani lo fanno in maniera "discreta" attraverso il biglietto verde: http://www.usemlab.com/html/analisi/tributo.htm). Sembravano eterni.

I primi due sono caduti per bancarotta: i romani hanno cominciato con Nerone a monetizzare il debito diminuendo fino ad annullare progressivamente la quantità di oro ed argento contenuta nella loro monete; mentre gli spagnoli hanno semplicemente dichiarato default sul debito per ben 6 volte.

Che la storia abbia qualcosa da insegnare ? Ad esempio che non c'è due senza tre ?

mtb369
16-07-03, 19:55
Scritto da overthecounter
Complimenti a gipa69 x ottimo articolo, evidenzia in maniera chiara come l'attuale sistema valutario sia oggetto di enormi manipolazioni e distorsioni.

Vorrei proseguire la discussione prendendo spunto da un recente articolo apparso su Forbes (http://www.forbes.com/free_global/2002/0610/064.html): viene fatto un inquietante parallelo fra l'impero romano, quello spagnolo del 1500 e quello attuale americano. Tutti e tre avevano un esercito molto potente (chi non ricorda l'"invincibile armata" ?) ed avevano colonizzato mezzo mondo dal quale riscuotevano tributi (gli americani lo fanno in maniera "discreta" attraverso il biglietto verde: http://www.usemlab.com/html/analisi/tributo.htm). Sembravano eterni.

I primi due sono caduti per bancarotta: i romani hanno cominciato con Nerone a monetizzare il debito diminuendo fino ad annullare progressivamente la quantità di oro ed argento contenuta nella loro monete; mentre gli spagnoli hanno semplicemente dichiarato default sul debito per ben 6 volte.

Che la storia abbia qualcosa da insegnare ? Ad esempio che non c'è due senza tre ? Non sono daccordo con la similitudine con gli imperi del passato: l'attuale "impero" yankee, ammesso che esista, è troppo diverso da quello romano e da quello spagnolo. La debolezza del dollaro potrebbe essere un fatto transitorio; le altre monete che le si contrappongono, mi sembra abbiano i piedi d'argilla: lo yuan perchè espressione di una dittatura politica che stava per essere spazzata da un'epidemia , l'euro, perchè espressione di una coalizione politica molto fragile(è bastata una battuta infelice del presidente di turno alla seduta di insediamento per creare un caso diplomatico fra 2 degli stati + importanti...). Le grandi multinazionali americane, che sono quelle che + spingono per il mantenimento in essere del sistema "imperialista" americano, non mi sembra che siano state messe in crisi + di tanto dalla politica di weakness del $.
Tutto il ragionamento di Forbes si basa sulla similitudine dell'episodio di Bretton Woods con quanto successo in passato con Nerone prima e Filippo II , poi; ma, al di là di ciò, non è detto affatto che la storia si ripeta.

rapace
16-07-03, 20:35
Scritto da mtb369
Non sono daccordo con la similitudine con gli imperi del passato: l'attuale "impero" yankee, ammesso che esista, è troppo diverso da quello romano e da quello spagnolo. La debolezza del dollaro potrebbe essere un fatto transitorio; le altre monete che le si contrappongono, mi sembra abbiano i piedi d'argilla: lo yuan perchè espressione di una dittatura politica che stava per essere spazzata da un'epidemia , l'euro, perchè espressione di una coalizione politica molto fragile(è bastata una battuta infelice del presidente di turno alla seduta di insediamento per creare un caso diplomatico fra 2 degli stati + importanti...). Le grandi multinazionali americane, che sono quelle che + spingono per il mantenimento in essere del sistema "imperialista" americano, non mi sembra che siano state messe in crisi + di tanto dalla politica di weakness del $.
Tutto il ragionamento di Forbes si basa sulla similitudine dell'episodio di Bretton Woods con quanto successo in passato con Nerone prima e Filippo II , poi; ma, al di là di ciò, non è detto affatto che la storia si ripeta.



Quello che dici sulle multinazionali probabilmente è vero,stanno però cominciando ad uscire gli scandali anche tra le Multi. vedi Coca Cola.
Non so se sia un segnale, ma che la Storia si ripete lo sanno benissimo gli Americani e stanno facendo del tutto perchè questo non avvenga......nessuno vuole spodestarli o ha la presunzione di farlo ma la loro paura è questa...perchè loro sono Cows Boy e pensano che soldi e armi la facciano da padrone adesso come nel passato. Fortunatamente da quelle parti non tutti la pensano così. Ragionamento un pò semplicistico, però penso ci sia del vero
Bye

reef
22-07-03, 14:34
up...

generali1984
22-07-03, 14:48
Scritto da overthecounter
Complimenti a gipa69 x ottimo articolo, evidenzia in maniera chiara come l'attuale sistema valutario sia oggetto di enormi manipolazioni e distorsioni.

Vorrei proseguire la discussione prendendo spunto da un recente articolo apparso su Forbes (http://www.forbes.com/free_global/2002/0610/064.html): viene fatto un inquietante parallelo fra l'impero romano, quello spagnolo del 1500 e quello attuale americano. Tutti e tre avevano un esercito molto potente (chi non ricorda l'"invincibile armata" ?) ed avevano colonizzato mezzo mondo dal quale riscuotevano tributi (gli americani lo fanno in maniera "discreta" attraverso il biglietto verde: http://www.usemlab.com/html/analisi/tributo.htm). Sembravano eterni.

I primi due sono caduti per bancarotta: i romani hanno cominciato con Nerone a monetizzare il debito diminuendo fino ad annullare progressivamente la quantità di oro ed argento contenuta nella loro monete; mentre gli spagnoli hanno semplicemente dichiarato default sul debito per ben 6 volte.

Che la storia abbia qualcosa da insegnare ? Ad esempio che non c'è due senza tre ?


In tal senso , il paragone mi sembrerebbe più consono con
l'impero Inglese , la cui decadenza economica fu anticipata di
quasi mezzo secolo da quella militare .
Resta chiaro che se questi sono i termini di aspettative ,
non siamo noi nè i nostri figli che potranno scorgere il
tramonto dell'imperialismo economico-militare a stelle e strisce ,
i nostri nipoti forse , ma saranno già nonni .

In quanto a decadenza , non andrei troppo lontano
per scorgerne segnali niente affatto occulti ,
ma guarderei all'interni dei confini Europei ,
le rotte commerciali , venute meno le motivazioni politiche
dei due bloocchi Usa-Urss , stanno mutando e il rischio che il
pacifico soppianti l'atlantico come principale rotta è una realtà
già oggi , ci sarà chiara in tutta la sua portata entro 15-20 anni ,
solo che per noi , come per il SudAmerica di inizio secolo sarà
allora troppo tardi per prendere provvedimenti .
La storia economica ha sempre fatto giustizia di chi non sa
vedere oltre , e la miopia Euro mi sembra evidente .

Cordiali saluti

gipa69
23-07-03, 21:52
The world's next superpower

China is growing with bewildering speed, but it is undergoing social upheavals on the way to becoming an economic superpower
By Jonathan Fenby
THE OBSERVER
Wednesday, Jul 23, 2003,Page 9


ILLUSTRATION: MOUNTAIN PEOPLE

Conventional wisdom insists that nations ruled by communist parties are regimented, unimaginative failures. Yet nowhere on earth is changing so fast and on such a scale as in China, where market economics and rampant consumerism meet the remnants of Maoism, throwing up paradoxes with profound implications for its 1.3 billion people -- and for the rest of the world.

It is not clear, however, if even the leadership in its heavily guarded Beijing compound knows exactly what is going on in the 9.5 million km2 between the booming development zones of the coast and the huge deserts and mountains on the doorstep of Central Asia.

China is racing to meet its future, confident it will grow into a superpower within a couple of decades, with all that implies for the West and for its Asian neighbors. Yet it remains stunted under the authoritarian hand of a Communist Party for which the retention of power has become an end in itself.

It is the main motor of international expansion, but it contains an uncomfortable expanse of shady zones and, owing to its size and diversity, is very hard to control.

China's gleaming airports put Heathrow to shame. The size of construction projects have led to the joke about the crane being the national bird.

The tycoon class has expanded so substantially that the American business magazine Forbes produces an annual list of China's 100 richest. Car production is rising by millions of vehicles a year.

There are about 300 million mobile-phone users. Shopping malls are crammed with designer clothes, real and counterfeit. Top tickets for Real Madrid's forthcoming game against a Chinese team are priced at ?125 (US$200) each.

Figures issued last week showed that, despite a dip last spring because of the SARS epidemic, China's economic growth should still hit the 7 percent target for the year, with industrial production up by 16 percent in the first six months. Though there are doubts about the precision of official figures, this rate is even higher in the special economic development zones where big, modern factories ally automation with low-cost labour

Having started by making cheap goods, Chinese firms are moving on to more profitable ones as their country's membership of the WTO guarantees them access to world markets.

From toys to computer chips, just about everything seems to come from China these days. Despite SARS, exports in the first half of this year bounded by 34 percent to the equivalent of ?120 billion (US$192 billion). Foreign investment, bringing money, technology and expertise, rises by the year as Western and Japanese executives put the country at the top of their plans.

Made in China

A recent article by an American economist was headlined: "What happens when everything is made in China?"

That raises concern about foreign jobs being exported to China -- as in the decision by Waterford Wedgwood crystal to close British factories and shift production to China for lower costs. But, while international pressure on Beijing to revalue its currency upwards grows, economic expansion is making the mainland a major importer of raw materials, machinery and factory components. Its purchases of crude oil rose by a third in the first half of this year and it could be the salvation of the world steel industry.

On his drive from the airport, British Prime Minister Tony Blair would have seen Beijing engaged in a huge building program running up to its staging of the 2008 Olympics. In Shanghai, a new business district has gone up on marshland and gleaming blocks of flats line the eight-lane roads into the city. A German magnetic-levitation train whisks passengers in from Shanghai's new Pudong airport at 402kph, and a Japanese bullet train is likely to link the city to Beijing. Shenzhen, a pioneering economic development zone across the border from Hong Kong, has grown from a small town into a city of millions attracted by work in its fast-growing factories. Chongqing, capital of the biggest province, Sichuan, is being transformed from a shabby city notorious for its nasty climate into what aims to be a model of growth in a special zone containing 30 million people.

The Three Gorges dam, with its enormous hydro-electric potential, has gone into operation, and there are plans for a mammoth waterway across the country to check the recurrent pattern of droughts and floods. Visit city centers from the once-isolated Kunming in the lush south-west to Manchuria on the border with Russia, and you find the same lines of glass and concrete offices, shops and flats on proud display as signs of modernity.

A middle class is emerging and, this being China, it is numbered in hundreds of millions. Artists and writers challenge tradition in a major way. The "iron rice bowl" of cradle-to-grave welfare promised by Mao Zedong (–ÑàV“Œ) is being smashed. Beijing's development is demolishing the alleyway hutong houses that were a characteristic of the capital for eight centuries.

Modern life is eating away at the traditional family: 14 percent of households now consist of either a single adult or a childless couple who both work. Older people are deeply worried about the future, as their children save to pay for health care and private education. At a lunch in Beijing, the Education Minister spoke to me enthusiastically about the model set by Warwick University for attracting paying students.

A lot of dark areas lie behind the bright lights on the Yangtze cliffs of Chongqing and the Shanghai Bund, where the huge Hong Kong and Shanghai Bank building from before the World War II has been restored as the headquarters of a local development organization.

Income inequalities are enormous. Factory modernization has boosted unemployment, and there are periodic demonstrations by workers who have not been paid. Outside the city centers and modern apartment blocks, China's urban areas are dirty, unhealthy and overcrowded. Workers newly arrived from the country sleep out around train and bus stations, and drive down the already tiny wages paid for manual labor on all those building sites.

Health and safety

Low health and safety standards are highlighted by repeated industrial accidents and the recent spread of SARS. Pollution and environmental destruction are high. Floods kill an average of nearly 4,000 people a year.

The government has launched a series of high-profile crackdowns on major offenders, but corruption is embedded. Badly paid officials exploit their position -- in one city, police stopped motorists to tell them their cars contravened cleanliness regulations: they had a friend standing by to wash vehicles for a small fee.

Much of rural China, which contains most of the country's people, is left behind. Depending on the criteria adopted, upwards of 100 million Chinese live below the absolute poverty line. Though cities are linked by a fast-expanding motorway network, rural communications remain poor. Farmers stage periodic protests about local officials levying "special taxes" for their own enrichment.

Many villages are age-old huddles of mud or adobe huts without sanitation. One villager joked that, if the government really wanted to reduce the number of children, it should lay on electricity so people could watch television at night rather than having sex.

Foreign financial houses have started trading in Chinese shares, but the stock market is run largely for speculation and to direct capital to well-connected firms. The banking system is shot through with huge bad debts as a result of channelling money to politically favored enterprises rather than those which could best use the cash.

The reform of state enterprises seems to be taking longer than expected. Corporate accounts often bear little relation to reality.

An inquiry found recently that most state firms cooked the books. No wonder some commentators see as inevitable the scenario outlined in a recent book called The Coming Collapse of China.

Some of the highest-flying businessmen have crashed to Earth -- the second-ranking person on the Forbes list for 2001 has just been jailed for 18 years for fraud. Huge smuggling rings involving local dignitaries have been uncovered. Municipal officials in Manchuria's main city were found to have been in cahoots with the local mafia.

This is partly the result of such rapid development in a country with no independent legal system, where favors that bring the chance to make a fortune are bought and sold. But the way China is developing poses a distinct problem for the organization that sits obstinately on top of that system and has used its ability to hand out favors and punishment, as the glue that holds it together.

As an old Maoist once said, if the Communist Party does not get rid of corruption, it is done for; but, if does get rid of corruption, it is doomed anyway. Since the move to the market launched by the patriarch Deng Xiaoping (û¹¬•½) two decades ago, individual liberty has grown enormously. Walking in the streets of Chinese cities, you do not feel the oppression that characterized eastern Europe under communism.

Taxi drivers joke about the leadership, and only the politically ambitious pay much attention to its ideological forays.

Basic gamble

That is, in its way, is what the leadership is after. Its basic gamble is that growing wealth will provide a legitimacy to replace the tenets of Maoism. After the first, second and third ways of politics, welcome to China's fourth way where the prospect of getting rich means that politics, in the conventional Western sense, can be pigeonholed for so long as the economy roars ahead.

So, though there have been some electoral experiments at local level,democracy is far away, as it has been throughout China's history. For the new leadership of President Hu Jintao (ŒÓ‹ÑŸ·), as for his predecessor, Jiang Zemin (]àV–¯) stability is paramount -- the Cultural Revolution is held up as a terrible example of what can happen when things get out of hand.

Crossing the political line is perilous. Dissidents are out of the headlines in the West, but they are still persecuted relentlessly. Members of the deep-breathing Falun Gong exercise group are arrested as a security threat. Tibet remains tightly policed, and the war on terrorism is a convenient pretext for cracking down on the mainly Muslim population of the vast western territory of Xinjiang.

China has put on its best face for the world, particularly since it realized the benefits to be gained from Sept. 11. Blair and the other leaders beating a path to Beijing should realize, however, that, useful as foreigners are, China has never set much store by them. The round-eyes can provide technology and money, but the country will go its own path, making temporary alliances that suit it while increasingly using its clout as it chooses, in its bid to displace Japan as Asia's economic and political motor.

To do that, the leaders Blair met this week have to maintain the breakneck momentum of "socialism with Chinese characteristics" to demonstrate that "It's the economy, stupid."


Jonathan Fenby edited the South China Morning Post in Hong Kong from 1995 to 1999 and is the author of Dealing with the Dragon: A Year in the new Hong Kong.
This story has been viewed 1362 times.

kukulkàn
24-07-03, 10:20
Scritto da gipa69
The world's next superpower

China is growing with bewildering speed, but it is undergoing social upheavals on the way to becoming an economic superpower
By Jonathan Fenby
THE OBSERVER
Wednesday, Jul 23, 2003,Page 9


ILLUSTRATION: MOUNTAIN PEOPLE

Conventional wisdom insists that nations ruled by communist parties are regimented, unimaginative failures. Yet nowhere on earth is changing so fast and on such a scale as in China, where market economics and rampant consumerism meet the remnants of Maoism, throwing up paradoxes with profound implications for its 1.3 billion people -- and for the rest of the world.

It is not clear, however, if even the leadership in its heavily guarded Beijing compound knows exactly what is going on in the 9.5 million km2 between the booming development zones of the coast and the huge deserts and mountains on the doorstep of Central Asia.

China is racing to meet its future, confident it will grow into a superpower within a couple of decades, with all that implies for the West and for its Asian neighbors. Yet it remains stunted under the authoritarian hand of a Communist Party for which the retention of power has become an end in itself.

It is the main motor of international expansion, but it contains an uncomfortable expanse of shady zones and, owing to its size and diversity, is very hard to control.

China's gleaming airports put Heathrow to shame. The size of construction projects have led to the joke about the crane being the national bird.

The tycoon class has expanded so substantially that the American business magazine Forbes produces an annual list of China's 100 richest. Car production is rising by millions of vehicles a year.

There are about 300 million mobile-phone users. Shopping malls are crammed with designer clothes, real and counterfeit. Top tickets for Real Madrid's forthcoming game against a Chinese team are priced at ?125 (US$200) each.

Figures issued last week showed that, despite a dip last spring because of the SARS epidemic, China's economic growth should still hit the 7 percent target for the year, with industrial production up by 16 percent in the first six months. Though there are doubts about the precision of official figures, this rate is even higher in the special economic development zones where big, modern factories ally automation with low-cost labour

Having started by making cheap goods, Chinese firms are moving on to more profitable ones as their country's membership of the WTO guarantees them access to world markets.

From toys to computer chips, just about everything seems to come from China these days. Despite SARS, exports in the first half of this year bounded by 34 percent to the equivalent of ?120 billion (US$192 billion). Foreign investment, bringing money, technology and expertise, rises by the year as Western and Japanese executives put the country at the top of their plans.

Made in China

A recent article by an American economist was headlined: "What happens when everything is made in China?"

That raises concern about foreign jobs being exported to China -- as in the decision by Waterford Wedgwood crystal to close British factories and shift production to China for lower costs. But, while international pressure on Beijing to revalue its currency upwards grows, economic expansion is making the mainland a major importer of raw materials, machinery and factory components. Its purchases of crude oil rose by a third in the first half of this year and it could be the salvation of the world steel industry.

On his drive from the airport, British Prime Minister Tony Blair would have seen Beijing engaged in a huge building program running up to its staging of the 2008 Olympics. In Shanghai, a new business district has gone up on marshland and gleaming blocks of flats line the eight-lane roads into the city. A German magnetic-levitation train whisks passengers in from Shanghai's new Pudong airport at 402kph, and a Japanese bullet train is likely to link the city to Beijing. Shenzhen, a pioneering economic development zone across the border from Hong Kong, has grown from a small town into a city of millions attracted by work in its fast-growing factories. Chongqing, capital of the biggest province, Sichuan, is being transformed from a shabby city notorious for its nasty climate into what aims to be a model of growth in a special zone containing 30 million people.

The Three Gorges dam, with its enormous hydro-electric potential, has gone into operation, and there are plans for a mammoth waterway across the country to check the recurrent pattern of droughts and floods. Visit city centers from the once-isolated Kunming in the lush south-west to Manchuria on the border with Russia, and you find the same lines of glass and concrete offices, shops and flats on proud display as signs of modernity.

A middle class is emerging and, this being China, it is numbered in hundreds of millions. Artists and writers challenge tradition in a major way. The "iron rice bowl" of cradle-to-grave welfare promised by Mao Zedong (–ÑàV“Œ) is being smashed. Beijing's development is demolishing the alleyway hutong houses that were a characteristic of the capital for eight centuries.

Modern life is eating away at the traditional family: 14 percent of households now consist of either a single adult or a childless couple who both work. Older people are deeply worried about the future, as their children save to pay for health care and private education. At a lunch in Beijing, the Education Minister spoke to me enthusiastically about the model set by Warwick University for attracting paying students.

A lot of dark areas lie behind the bright lights on the Yangtze cliffs of Chongqing and the Shanghai Bund, where the huge Hong Kong and Shanghai Bank building from before the World War II has been restored as the headquarters of a local development organization.

Income inequalities are enormous. Factory modernization has boosted unemployment, and there are periodic demonstrations by workers who have not been paid. Outside the city centers and modern apartment blocks, China's urban areas are dirty, unhealthy and overcrowded. Workers newly arrived from the country sleep out around train and bus stations, and drive down the already tiny wages paid for manual labor on all those building sites.

Health and safety

Low health and safety standards are highlighted by repeated industrial accidents and the recent spread of SARS. Pollution and environmental destruction are high. Floods kill an average of nearly 4,000 people a year.

The government has launched a series of high-profile crackdowns on major offenders, but corruption is embedded. Badly paid officials exploit their position -- in one city, police stopped motorists to tell them their cars contravened cleanliness regulations: they had a friend standing by to wash vehicles for a small fee.

Much of rural China, which contains most of the country's people, is left behind. Depending on the criteria adopted, upwards of 100 million Chinese live below the absolute poverty line. Though cities are linked by a fast-expanding motorway network, rural communications remain poor. Farmers stage periodic protests about local officials levying "special taxes" for their own enrichment.

Many villages are age-old huddles of mud or adobe huts without sanitation. One villager joked that, if the government really wanted to reduce the number of children, it should lay on electricity so people could watch television at night rather than having sex.

Foreign financial houses have started trading in Chinese shares, but the stock market is run largely for speculation and to direct capital to well-connected firms. The banking system is shot through with huge bad debts as a result of channelling money to politically favored enterprises rather than those which could best use the cash.

The reform of state enterprises seems to be taking longer than expected. Corporate accounts often bear little relation to reality.

An inquiry found recently that most state firms cooked the books. No wonder some commentators see as inevitable the scenario outlined in a recent book called The Coming Collapse of China.

Some of the highest-flying businessmen have crashed to Earth -- the second-ranking person on the Forbes list for 2001 has just been jailed for 18 years for fraud. Huge smuggling rings involving local dignitaries have been uncovered. Municipal officials in Manchuria's main city were found to have been in cahoots with the local mafia.

This is partly the result of such rapid development in a country with no independent legal system, where favors that bring the chance to make a fortune are bought and sold. But the way China is developing poses a distinct problem for the organization that sits obstinately on top of that system and has used its ability to hand out favors and punishment, as the glue that holds it together.

As an old Maoist once said, if the Communist Party does not get rid of corruption, it is done for; but, if does get rid of corruption, it is doomed anyway. Since the move to the market launched by the patriarch Deng Xiaoping (û¹¬•½) two decades ago, individual liberty has grown enormously. Walking in the streets of Chinese cities, you do not feel the oppression that characterized eastern Europe under communism.

Taxi drivers joke about the leadership, and only the politically ambitious pay much attention to its ideological forays.

Basic gamble

That is, in its way, is what the leadership is after. Its basic gamble is that growing wealth will provide a legitimacy to replace the tenets of Maoism. After the first, second and third ways of politics, welcome to China's fourth way where the prospect of getting rich means that politics, in the conventional Western sense, can be pigeonholed for so long as the economy roars ahead.

So, though there have been some electoral experiments at local level,democracy is far away, as it has been throughout China's history. For the new leadership of President Hu Jintao (ŒÓ‹ÑŸ·), as for his predecessor, Jiang Zemin (]àV–¯) stability is paramount -- the Cultural Revolution is held up as a terrible example of what can happen when things get out of hand.

Crossing the political line is perilous. Dissidents are out of the headlines in the West, but they are still persecuted relentlessly. Members of the deep-breathing Falun Gong exercise group are arrested as a security threat. Tibet remains tightly policed, and the war on terrorism is a convenient pretext for cracking down on the mainly Muslim population of the vast western territory of Xinjiang.

China has put on its best face for the world, particularly since it realized the benefits to be gained from Sept. 11. Blair and the other leaders beating a path to Beijing should realize, however, that, useful as foreigners are, China has never set much store by them. The round-eyes can provide technology and money, but the country will go its own path, making temporary alliances that suit it while increasingly using its clout as it chooses, in its bid to displace Japan as Asia's economic and political motor.

To do that, the leaders Blair met this week have to maintain the breakneck momentum of "socialism with Chinese characteristics" to demonstrate that "It's the economy, stupid."


Jonathan Fenby edited the South China Morning Post in Hong Kong from 1995 to 1999 and is the author of Dealing with the Dragon: A Year in the new Hong Kong.
This story has been viewed 1362 times.


gran bel articolo, ma se c'erano le figure forse qualcosa capivo...........

:rolleyes: :rolleyes: :rolleyes:

gipa69
31-07-03, 11:05
Con un buon traduttore o con un pò di attenzione...



The link between industrial production and underlying base metals demand is strongly positively correlated, despite the impact of new industrial processes which tend to use less metal per unit of production. Industrial production is also strongly linked to overall GDP growth and macro economic trends. We examine the state of some of the major economies with special reference to industrial output with a view to the price consequences for the industrial metals.

China Possibly the most important economic development in the past few years is the emergence of China as an industrial power. Industrial production growth is double digit and overall GDP growth is also impressive. Currently there is a sustained shift of manufacturing and industrial enterprises from a number of OECD nations to the southern and coastal provinces of China. The net increase in Chinese industrial production is not necessarily therefore a net increase in world industrial production. If factories are closing in Germany or the United States, or even Japan and Korea and the same enterprises opening in China then the net demand for base metals will not necessarily improve. That is not to say that all of the increase in Chinese industry is the result of a transfer of industry from other economies—but it is a component of the increase, and is sometimes underestimated. China is not only creating new industry but is also winning market share and volume from other nations. This explains the global increase in industrial production despite the outright sluggish performance in many of the OECD economies and the increase in market share of metals demand in China at the expense of North America, Western Europe and Japan. Second Quarter GDP According to official state statistics Chinese GDP rose 6.7% in the second quarter—down from the breakneck increase of nearly 10% in the first quarter but still very strong. The deceleration in growth was blamed mostly on the SARS epidemic, which clobbered some aspects of private consumption, such as restaurants, leisure entertainments, shopping in malls, etc. Fixed Investment, Manufacturing and Exports Despite the SARS scare fixed investment for Q2 remained strong moving up a staggering 31.1% compared to a year ago. Also unaffected were exports, the bulk of which are manufacturing. These soared 34% in Q2. The manufacturing sector is the main driver of the economy and it remained relatively untouched by SARS. The growing demand for Chinese products abroad fueled continued industrial expansion at home. Industrial production increased 16.2% in the first half of 2003. In addition to increased competitiveness, China is also benefiting from admittance to the World Trade Organization. Export growth is significantly greater than before membership and China has moved back to a current account surplus of $4.5 bn in Q2 after a deficit in Q1. Latest Monthly Industrial Production Chinese industrial production surged in June to 16.9% compared to June 2002. This is nothing short of a furious pace and is in line with the tempo of the entire first half of the year. Heavy industry increased 18.2% and light industry increased 14.9%. Automobile production rose 31.8%--with passenger vehicles up 82.9% compared to a year ago. Export-oriented industries moved up 29.6%. The SARS scare and its impact on production was clearly overestimated. Firstly factories where SARS was detected did not close but continued to operate under guidance from the health authorities. Travel tourism and many other sectors that were affected by SARS are not related to industry or manufacturing. Another feature that stands out in the latest industrial figures is the transformation of China into a communications production hub. Production in communications, computers and electronics industries for exports increased nearly 47% compared to June 2002 and up 34% from May. But this was very much to the detriment of production in other Asia Pacific Rim economies and does not represent a net increase in global telecommunications production. Domestic demand is also an important factor for Chinese industry and metals demand. China has large private savings to support continued industrial development. Two sectors in particular that will impact base metals demand, in particular copper and aluminum and to a lesser degree zinc.o o Domestic automobile production is rising quickly and will continue too o The IT industries will expand vigorously

Malaysian Industrial Production Jumped 16.2% yr-o-yr for May, with manufacturing rising strongly, with impressive but less vigorous increases in mining and utilities. The Malaysian economy is benefiting from an upturn in the electronics industry and manufactured exports.

Indonesian Industrial production Moved up 2.4% for May, showing industrial demand to be a little sluggish. The manufacturing sector is weak in Indonesia but domestic demand is generally strong. Excluding oil & gas other exports have been quite sluggish and volatile. Indonesia has lost market share to Chinese competition and so may have difficulty in expanding.


Thai Industrial Production Stayed strong in May up 12.6% but eased from the month before. Vehicle and equipment production rocketed 36.7% on domestic and foreign demand. Construction material increased 11% and electronic and electrical production increased 23%. The demand for Thai products domestically and internationally is strong and the recent interest rate cut by the central bank is likely to reinforce economic vigor for the rest of the year.


Taiwanese Industrial Production Dropped in May down –2.8% on a yr-o-yr basis. SARS seems to have affected this economy more than others in Asia. Weaker investment and other factors including sluggish exports also slowed industrial output. But export orders appear to be rising and there should be some recovery in the second half of the year, although some long-term decline in manufacturing seems to be ongoing. Indian Industrial Production Was robust in May moving up 5.7% yr-o-yr on strong growth in the manufacturing and electricity sectors.


The Indian economy in general but the manufacturing sector in particular is performing well after some weakness the previous month and sluggish performance in most of 2002. Transportation equipment showed a startling rise of 21%. The good monsoon will also help industry, as it will raise income levels in the important agricultural sectors. India’s manufacturing sector is driven by both domestic and export demand. A large portion of the industrial output, which has shown the most gain—textiles, beverages, tobacco, and consumer non-durables are not particularly metals intensive however. But in general metals demand is brisk based on the above and expected to remain buoyant for the rest of the year.


South Korea Industrial production fell in Korea down –1.9% yr-o-yr. This suggests second quarter GDP could be negative. Demand weakened for general machinery, motor vehicles, communications equipment and textiles. A key factor in future industrial output growth, which looks quite negative, is the drop in capacity utilization and sharp decline in equipment investment. The most encouraging element of the data is growth in exports, but this was more than offset by a contraction in domestic demand for industrial products. General economic conditions in Korea are deteriorating and are unlikely to improve near term. Abroad Korea is losing export volume and market share, especially to China and at home unemployment is rising as well as bankruptcies. Although it is still expected Korean GDP will expand 3% this year—this is not a good figure for Korea and industrial production will certainly be less than GDP growth. Consequently we do not expect metals demand to be active.


Japanese Industrial Production Is higher but not by much with a 1.5% increase for May on a yr-o-yr basis. It is up 2.5% from a –1.5% decline in the previous month however. Some metals producing sectors, iron and steel and general machinery had modest rises, but in general the Japanese industrial sector is not vigorous. There is some rebound in Japanese productive output but it is muted. Export growth to Asia is slowing and are down –5 % to the crucial US market. Domestic demand for industrial goods is holding firm from low levels but showing some indications of improvement. Business spending looks improved and shipments are showing signs of mild recovery. There is increased hope for a better 2nd half with a more general Japanese economic recovery.

mtb369
08-08-03, 14:59
L’avanzata cinese
MariaGrazia Briganti | 2003-08-07

Una ristrutturazione interna che prosegue da un decennio: è questo il fattore principale che ha permesso alla Cina di correre nei primi sei mesi dell’anno, mentre Europa e Usa pagavano la debolezza congiunturale. Per Billy Chan, gestore di Invesco Greather China Opportunities, è il momento per approfittare del decollo della repubblica più grande del mondo.

Qual è l’attuale situazione dell’economia cinese?

Il primo trimestre del 2003 è stato molto favorevole, tanto che vi è stato qualche timore di surriscaldamento dell’economia, con il Prodotto Interno Lordo pari al 9,9%, contro l’8% del 2002.

Tale crescita ha poi rallentato il passo in aprile e maggio a causa dello scoppio della Sars, ma il tasso di crescita di importazioni ed esportazioni è rimasto superiore del 30% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Così, le attività manifatturiere non sono andate giù del tutto a causa della Sars: sono stati invece i consumi domestici delle principali città ad essere i più penalizzati dall’epidemia.

Con la Sars ora sotto controllo, le attività domestiche sono tornate nella normalità e la fiducia nazionale resta elevata. Perciò il governo sta operando aggiustamenti nell’economia introducendo alcune misure stringenti, quali ad esempio quelle sulla proprietà. In generale, al momento la Cina appare forte e in buona salute.

Qual è la situazione del mercato valutario e di quello finanziario?

Lo yuan resta al momento stabile poiché il tasso di cambio è controllato dal governo, ma la tendenza potrebbe ora essere quella di un apprezzamento contro il dollaro, data la forza dell’economia cinese. Riguardo al mercato finanziario, si sono verificate solo due settimane di panic selling nella metà di aprile quando il governo cinese ammise che la Sars si stava diffondendo. Con l’epidemia sotto controllo, il recupero è stato veloce e costante, grazie alla solidità dell’economia e ai buoni fondamentali delle società.

Come ha influito la debolezza degli Stati Uniti sull’economia della Repubblica?

La Cina è stata in Asia il paese che più ha beneficiato della flessione dell’economia americana e di quella europea negli ultimi anni, grazie ai contratti in outsourcing e agli ordini dei paesi sviluppati: poiché le società interessate hanno dovuto razionalizzare le operazioni e spostare i processi produttivi a basso valore aggiunto in Cina per restare competitivi. Sotto questo aspetto la Repubblica cinese ha spiazzato i principali competitors emergenti ampliando l’offerta di lavoro a basso costo. Non dimentichiamo che la Cina rappresenta il 20% della popolazione mondiale.

Ma soprattutto, la Cina ha beneficiato di ingenti investimenti esteri, dopo il deterioramento dell’ambiente economico americano che ha frenato gli investimenti negli States. Per esempio, nel 2002 il paese è stato il più grande ricevitore di investimenti diretti esteri per un totale 53 miliardi di dollari, più degli Stati Uniti.

kukulkàn
09-08-03, 16:40
Scritto da mtb369
L’avanzata cinese
MariaGrazia Briganti | 2003-08-07

Una ristrutturazione interna che prosegue da un decennio: è questo il fattore principale che ha permesso alla Cina di correre nei primi sei mesi dell’anno, mentre Europa e Usa pagavano la debolezza congiunturale. Per Billy Chan, gestore di Invesco Greather China Opportunities, è il momento per approfittare del decollo della repubblica più grande del mondo.

Qual è l’attuale situazione dell’economia cinese?

Il primo trimestre del 2003 è stato molto favorevole, tanto che vi è stato qualche timore di surriscaldamento dell’economia, con il Prodotto Interno Lordo pari al 9,9%, contro l’8% del 2002.

Tale crescita ha poi rallentato il passo in aprile e maggio a causa dello scoppio della Sars, ma il tasso di crescita di importazioni ed esportazioni è rimasto superiore del 30% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Così, le attività manifatturiere non sono andate giù del tutto a causa della Sars: sono stati invece i consumi domestici delle principali città ad essere i più penalizzati dall’epidemia.

Con la Sars ora sotto controllo, le attività domestiche sono tornate nella normalità e la fiducia nazionale resta elevata. Perciò il governo sta operando aggiustamenti nell’economia introducendo alcune misure stringenti, quali ad esempio quelle sulla proprietà. In generale, al momento la Cina appare forte e in buona salute.

Qual è la situazione del mercato valutario e di quello finanziario?

Lo yuan resta al momento stabile poiché il tasso di cambio è controllato dal governo, ma la tendenza potrebbe ora essere quella di un apprezzamento contro il dollaro, data la forza dell’economia cinese. Riguardo al mercato finanziario, si sono verificate solo due settimane di panic selling nella metà di aprile quando il governo cinese ammise che la Sars si stava diffondendo. Con l’epidemia sotto controllo, il recupero è stato veloce e costante, grazie alla solidità dell’economia e ai buoni fondamentali delle società.

Come ha influito la debolezza degli Stati Uniti sull’economia della Repubblica?

La Cina è stata in Asia il paese che più ha beneficiato della flessione dell’economia americana e di quella europea negli ultimi anni, grazie ai contratti in outsourcing e agli ordini dei paesi sviluppati: poiché le società interessate hanno dovuto razionalizzare le operazioni e spostare i processi produttivi a basso valore aggiunto in Cina per restare competitivi. Sotto questo aspetto la Repubblica cinese ha spiazzato i principali competitors emergenti ampliando l’offerta di lavoro a basso costo. Non dimentichiamo che la Cina rappresenta il 20% della popolazione mondiale.

Ma soprattutto, la Cina ha beneficiato di ingenti investimenti esteri, dopo il deterioramento dell’ambiente economico americano che ha frenato gli investimenti negli States. Per esempio, nel 2002 il paese è stato il più grande ricevitore di investimenti diretti esteri per un totale 53 miliardi di dollari, più degli Stati Uniti.


;)

ispe
28-08-03, 16:28
«La Cina guadagna rapidamente terreno nella sfida agli Stati uniti, come destinazione preferita per gli investimenti stranieri». Così martedì scorso il Financial Times ha aperto la sua prima pagina, attizzando il fuoco della competizione spinta ai limiti dello scontro che sta prendendo forza tra le due coste del Pacifico. Il breviario inglese del mondo degli affari globali ha anticipato, con il suo articolo, alcuni dati contenuti nel rapporto 2003 sugli investimenti mondiali (World Investement Report), l'analisi annuale curata dall'Unctad, la Conferenza Onu per il Commercio e lo Sviluppo, che sarà ufficialmente diffusa il prossimo 4 settembre. Di tutto il ponderoso tomo, sempre zeppo di cifre, grafici e tabelle, Ft estrae uno dei dati indubbiamente più interessanti. All'interno di un quadro complessivo che resta di caduta forte dei flussi mondiali di investimenti diretti (Fdi), la situazione delle diverse posizioni è tuttavia in continua evoluzione. La contrazione degli Fdi, iniziata bruscamente nel 2000, è proseguita anche nel 2002 e gli andamenti la confermano anche per il 2003. Ma la Cina tiene e avanza, avvicinandosi anno dopo anno agli Stati uniti, anche se questi rimangono ancora in testa. Ma sui percorsi lunghi, la velocità di tenuta è quella che conta. Così, prendendo in considerazione l'arco di tempo che va dal 1980 al 2002, emerge che se gli Stati uniti hanno attirato complessivamente 1.351 miliardi di dollari di Fdi, la Cina da parte sua ne ha totalizzati 448 (ai quali vanno aggiunti, per completezza di quadro, i 433 miliardi che costituiscono la parte di Hong Kong). Solo che fino al 1990 Pechino (da sola) aveva atttirato appena 25 miliardi di dollari.

Il divario continua a restringersi, anno dopo anno. Così lo scorso anno, anche in questi tempi magri, il mercato cinese ha attirato un ammontare record di 52,7 miliardi di dollari di investimenti diretti - più di ogni altro paese, sembra di capire dalle indiscrezioni di Ft. Invece il flusso netto di Fdi verso gli Usa ha ristagnato, dopo il violento dimezzamento che tra il 2000 e il 2001 aveva portato a 125 miliardi di dollari, dai 300 dell'anno prima, l'ammontare degli Fdi. Circostanza alla quale si aggiunge il fatto che lo scorso anno tra gli investimenti ricevuti e quelli effettuati gli Usa hanno registrato un saldo negativo di 98 miliardi di dollari.

Nella accesa polemica che avanza contro la «competizione scorretta» dei cinesi, le cifre del nuovo rapporto indicano una verità lapalissiana, rilevata anche da un analista interpellato dal Financial Times: «La Cina viene accusata di invadere i paesi del mondo sviluppato con le sue merci a buon mercato. Ma sono gli investitori occidentali che rendono possibile la crescita della sua capacità produttiva».

Le scarne anticipazioni sul Rapporto dell'Unctad non mostrano altri grandi modifiche nello scenario complessivo, dove i paesi industrializzati ancora attirano i due terzi degli Fdi, che si scambiano reciprocamente. Può essere invece una novità il fatto che, tra i paesi in via di sviluppo, il Brasile si sia piazzato al secondo posto dopo la Cina come percettore di Fdi.

Una considerazione va infine aggiunta alle osservazioni lapalissiane di cui sopra: quando si parla di investimenti, è in realtà di società transnazionali che si parla. Oggi sono 65mila, con 850mila filiali all'estero sparse per il globo, con 58 milioni di dipendenti e un giro di vendite di 19mila miliardi di dollari nel 2001. E' il loro impulso che spinge in avanti ampie quote di export, circostanza che pare estranea ai vari dibattiti sul protezionismo rinascente e necessario. La destinazione dei loro investimenti è decisa dai vantaggi offerti dai paesi, e la Cina è in questo maestra di offerte. Nel 2001, secondo il Rapporto Unctad 2002 sugli investimenti, 71 paesi hanno effettuato 208 modifiche della loro legislazione sugli Fdi, in gran parte volte a creare «un clima più favorevole».
A.P.

ispe
03-09-03, 15:28
«Non vi saranno cambiamenti nel tasso di cambio solo perché qualcuno è in visita alla Cina». Così il portavoce della Banca centrale cinese dichiarava ieri all'agenzia Reuters mentre il Segretario al tesoro americano, John Snow, atterrava a Pechino, seconda tappa, dopo Tokyo, del suo tour asiatico. Un viaggio cruciale monitorato in patria da un esercito di scontenti che, in vista delle elezioni del 2004, trovano orecchie politiche sempre più attente e voci per le loro rivendicazioni. La rivalutazione della moneta cinese, detta anche renminbi, è uno degli obiettivi più concreti individuati finora. La fonte di una lunga serie di mali economici Usa sarebbe infatti nell' ancoraggio dello yuan al dollaro, con un cambio che dal 1994 è fissato a 8,28. Ma il recente indebolimento della valuta Usa porta quella cinese ad avere un valore, dicono i critici, di almeno il 40% inferiore a quello che un verdetto del mercato le assegnerebbe, se Pechino facesse la grazia di sottoporcisi. Questa sottovalutazione, unita ai bassissimi costi della manodopera, dicono gli accusatori, dà ai produttori cinesi un vantaggio competitivo scorretto che ha prodotto un deficit commerciale con la Cina superiore ormai ai 100 miliardi di dollari e sta provocando il collasso dell'industria manifatturiera americana, con una perdita di 2,5 milioni di posti di lavoro nel settore. Che hanno fatto il dispetto di sparire tutti da quando George Bush è in carica.

Ma Pechino non ha nessuna intenzione di lasciare lo yuan in balia del mercato, come ha dichiarato ieri anche il portavoce del ministero degli esteri, Kong Quan. «La Cina continuerà a mantenere stabile la situazione del suo tasso di cambio» ha detto, spiegando che la posta in gioco è niente meno che «la stabilità economica della Cina, dell'Asia e del mondo». Anche se il Fondo monetario non è, naturalmente, dello stesso avviso e ieri ha fatto sapere ai cinesi che sarebbe nel loro miglior interesse andare verso un sistema di tassi di cambio flessibili.

Nel dire no è stato ancor più esplicito, se possibile, un editoriale pubblicato sempre ieri dal China Daily, quotidiano ufficiale in lingua inglese, che sotto il titolo «Non vi intromettete nello yuan» argomenta sull'inutilità, per gli Usa, di una rivalutazione del renminbi, che invece sarebbe catastrofica per la Cina. «Secondo i calcoli dell'Organizzazione internazionale del lavoro» si legge «in Cina il costo del lavoro nel settore manifatturiero è circa il 2,5% di quello Usa. Anche se il renminbi si apprezzasse del 100% rispetto al dollaro, la competitività delle merci cinesi rispetto a quelle americane resterebbe intatta. Ma i prodotti di altri paesi, il cui costo del lavoro è un po' più elevato che in Cina, potrebbero rimpiazzare l'export cinese verso gli Usa». Conclusione: non ve ne importa nulla dei vostri consumatori, che usufruiscono del made in China a buon mercato? Pensate almeno ai poveri lavoratori cinesi che vivono grazie al commercio (e sono molto più poveri dei loro pari americani). Ma soprattutto, spiega il China Daily, «non abbiamo ancora strumenti per limitare i rischi di un renminbi fluttuante, così che un irragionevole aggiustamento del valore della valuta rovinerebbe le imprese cinesi e l'intera economia, che è tra le poche locomotive dell'economia mondiale che ancora marciano alla grande». E poi, last but not least «una conseguenza ancor più indesiderabile potrebbe essere l'impressione che le minacce internazionali possano effettivamente dare ordini alla politica di cambio della Cina».

Posizioni agli antipodi che la diplomazia nell'immediato non scalfirà. Facile prevedere dunque, anche in mancanza di comunicati ufficiali, che Snow è uscito dall'incontro di ieri pomeriggio con il governatore della banca centrale Zhou Xiaochuan e il ministro delle finanze Jin Renqing a mani vuote. Ma, ufficiosamente, qualcosa Pechino intende dare. Un taglio, se non l'eliminazione, ai sussidi più o meno nascosti all'esportazione per alcune produzioni industriali. Una maggiore disponibilità di valuta per i cinesi che vanno all'estero. Inoltre, la Cina continua a investire una parte delle enormi riserve accumulate (circa 356 miliardi di dollari) nell'acquisto di buoni del tesoro Usa: nei primi sei mesi di quest'anno ne ha acquistati una quantità record, 41 miliardi. Meno del Giappone, molto più di ogni altro paese.

Ma di sicuro non basterà, per l'enorme fornace che alimenta la campagna elettorale Usa, e che ha cominciato ad andare a tutto vapore.
A.P.

yellow
03-09-03, 17:28
Probabile compromesso ( cambio non libero ma fluttuazione ad es. di un 15% ) raggiunto dietro le quinte :

Cina: Snow soddisfatto malgrado rigidita' Pechino su yuan -2-
Radiocor - Pechino, 03 set - Snow, a proposito della fluttuazione dello yuan, ha detto di essere "stato incoraggiato dalla conferma della Cina circa il vecchio obiettivo di avvicinarsi verso una maggiore flessibilita'". Il segretario del Tesoro Usa ha inoltre assicurato che i responsabili cinesi hanno promesso di prendere "misure temporanee" per favorire soprattutto gli investimenti delle imprese statunitensi in Cina e viceversa. "Sono provvedimenti - ha detto - che preparano l'economia verso un sistema a tasso di cambio fluttuante".

I responsabili cinesi non hanno smentito che uno yuan sganciato dal dollaro possa essere l'obiettivo ultimo, ma si sono rifiutati di fissare una data per l'abbandono del 'peg'. Secondo Snow non e' una cosa utile parlare ora di un calendario a questo proposito.

Pechino ha infatti ripetuto che l'economia del Paese non sopporterebbe un adeguamento brutale del tasso di cambio, che da nove anni oscilla in una banda compresa tra 8,276 e 8,28 per un dollaro. Da oltre due mesi le pressioni internazionali spingono affinche' la Cina riveda al rialzo il tasso di cambio o lasci libera la fluttuazione della divisa. Di tutt'altro avviso il Governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, che in questi giorni ha ripetuto che "e' troppo presto per dire se lo yuan e' sottovalutato".

Man- (RADIOCOR) 03-09-03 16:33:34 (0436) 5 NNNN

mtb369
03-09-03, 21:17
Scritto da yellow
Probabile compromesso ( cambio non libero ma fluttuazione ad es. di un 15% ) raggiunto dietro le quinte :

I responsabili cinesi non hanno smentito che uno yuan sganciato dal dollaro possa essere l'obiettivo ultimo, ma si sono rifiutati di fissare una data per l'abbandono del 'peg'. Secondo Snow non e' una cosa utile parlare ora di un calendario a questo proposito.

Pechino ha infatti ripetuto che l'economia del Paese non sopporterebbe un adeguamento brutale del tasso di cambio, che da nove anni oscilla in una banda compresa tra 8,276 e 8,28 per un dollaro. Da oltre due mesi le pressioni internazionali spingono affinche' la Cina riveda al rialzo il tasso di cambio o lasci libera la fluttuazione della divisa. Di tutt'altro avviso il Governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, che in questi giorni ha ripetuto che "e' troppo presto per dire se lo yuan e' sottovalutato".

Man- (RADIOCOR) 03-09-03 16:33:34 (0436) 5 NNNN
Proprio un tipo spiritoso, il Gov. della B.C. cinese!!

yellow
11-09-03, 12:00
Il sostegno tramite la Boj, con acquisto Usd, per impedire una rivalutazione dello yen, potrebbe subire variazioni :

Gm: lo yen preoccupa piu' dello yuan Intervista dell'a.d. Wagoner al 'Financial Times'

Radiocor - Francoforte, 11 set - General Motors ha chiesto al Governo americano di concentrare l'attenzione sugli interventi del Giappone nei confronti dello yen piuttosto che sullo yuan cinese. In un'intervista al 'Financial Times' Wagoner ha detto che i frequenti interventi delle autorita' di Tokyo per limitare l'apprezzamento dello yen verso il dollaro stanno danneggiando la produzione americana e sono piu' preoccupanti del tasso fisso di cambio rispetto allo yaun cinese. "Gli Usa dovrebbero concentrarsi sul Giappone", ha detto, aggiungendo di aver comunicato all'Amministrazione americana la necessita' "di concentrare gli sforzi sul Giappone".

Lo yen ha registrato un nuovo massimo sul dollaro il 4 settembre a 115,75 prima di cedere un po' di terreno a seguito di presunti interventi da parte della Banca del

Giappone.

Pal- (RADIOCOR) 11-09-03 11:39:40 (0225) 5 NNNN

value
11-09-03, 14:52
scusate il disturbo...questo mi sembra interessante:
FleckensteinCapital (http://www.fleckensteincapital.com/askfleck.aspx)

bokassa
11-09-03, 16:52
Scritto da yellow
Il sostegno tramite la Boj, con acquisto Usd, per impedire una rivalutazione dello yen, potrebbe subire variazioni :


Pal- (RADIOCOR) 11-09-03 11:39:40 (0225) 5 NNNN

L'ammontare di "riserve" in Usd detenuto dalle principali banche centrali mondiali era, al 31/12/02, 1800 mld di usd (!)
Fonte Unicredit

Dunque tu lo chiami sostegno, questo.
Ma vogliamo dargli il vero nome? IMBOSCAMENTO

Perchè la BOJ non da ai giapponesi 500 mld $ per comprare prodotti americani pagando con quella carta straccia?
Te lo dico io: PERCHE' NON E' DEI GIAPPONESI, ma della Fed.

Perchè la B.C.Argentina non Fa altrettanto con i suoi 15 MLD?
PERCHE' NON E' DEGLI ARGENTINI MA DELLA FED.

Se tu vai per negozi e paghi staccando assegni che nessuno porterà mai all'incasso, significa che tu compri GRATIS.
Questa è la FED. Perchè l'America è cosI' indebitata?
PERCHE' LA FED NON E' DEGLI AMERICANI MA DEI SOLITI 20-30 BANCHIERI INTERNAZIONALI DISTRIBUITI TRA LONDRA, NEW YORK,
FORSE AMBURGO E PARIGI .

Es claro hombre??:) :) ;)

rapace
11-09-03, 19:25
Scritto da bokassa
L'ammontare di "riserve" in Usd detenuto dalle principali banche centrali mondiali era, al 31/12/02, 1800 mld di usd (!)
Fonte Unicredit

Dunque tu lo chiami sostegno, questo.
Ma vogliamo dargli il vero nome? IMBOSCAMENTO

Perchè la BOJ non da ai giapponesi 500 mld $ per comprare prodotti americani pagando con quella carta straccia?
Te lo dico io: PERCHE' NON E' DEI GIAPPONESI, ma della Fed.

Perchè la B.C.Argentina non Fa altrettanto con i suoi 15 MLD?
PERCHE' NON E' DEGLI ARGENTINI MA DELLA FED.

Se tu vai per negozi e paghi staccando assegni che nessuno porterà mai all'incasso, significa che tu compri GRATIS.
Questa è la FED. Perchè l'America è cosI' indebitata?
PERCHE' LA FED NON E' DEGLI AMERICANI MA DEI SOLITI 20-30 BANCHIERI INTERNAZIONALI DISTRIBUITI TRA LONDRA, NEW YORK,
FORSE AMBURGO E PARIGI .

Es claro hombre??:) :) ;)


Potrebbero ripagare un pò di Bond gli Argentini con quei soldi,
basta avvisare la Fed::rolleyes:
Londra-N.Y. Amburgo-Parigi:mad: che dice il FMI all'Argentina:
restituisci i soldi a risparmiatori ingrata!!!!
Argentina:( sigh sigh...............ma no dai stavo scherzando,ti pare che ti rilevo i soldini:) ....................:mad:

yellow
15-09-03, 11:11
A mio modo di vedere le considerazioni qui riportate sono condivisibili e realistiche :

Cina: per Standard&Poor's pericolosa fluttuazione yuan -2-
Radiocor - Singapore, 15 set - Standard & Poor's ricorda la crescente pressione dei vari partner commerciali, tra cui Giappone e Usa, che chiedono una rivalutazione della divisa cinese mediante l'adozione di un cambio fluttuante, e sottolinea che le banche cinesi non sono attrezzate per gestire la situazione di volatilita' che si creerebbe con l'abolizione dei controlli.

Lo squilibrio della bilancia commerciale cinese non sarebbe cosi' ampio come si dice e le importazioni di beni e servizi hanno subito un'ampia accelerazioni in linea con la crescita dell'export. Inoltre Pechino potrebbe decidere, nel medio termine, di ancorare il cambio non al dollaro ma ad un paniere commercialmente ponderato di valute.

La crisi asiatica degli anni '90 ha insegnato che la combinazione di un sistema bancario debole, cambio fluttuante e flussi liberi di capitale e' molto pericolosa. Per Standard & Poor's il sistema bancario cinese e' insolvente con una stima di crediti a rischio pari al 45% del totale. Prima della rivalutazione, la Cina puo' usare altri strumenti per ridurre l'avanzo, come abolire i sussidi fiscali alle esportazioni, incoraggiare il turismo e gli investimenti all'estero e, piu' in generale, adottare la liberalizzazione del Wto per spingere le importazioni. La rapida accumulazione di riserve valutarie della Cina e' stata guidata infatti dai movimenti di capitale piu' che dai flussi commerciali. Grandi flussi di denaro si sono infatti diretti in Cina per investire in attivita' manifatturiere caratterizzate da un basso costo del lavoro e da un mercato di sbocco potenzialmente enorme.

Le banche cinesi riescono a fronteggiare il problema dei crediti a rischio grazie all'elevato tasso di risparmio dei cinesi (40%) e agli afflussi di capitali.

L'adozione in futuro di un cambio fisso ancorato ad un paniere ponderato di valute in sostituzione del dollaro non risolverebbe, secondo Standard&Poor's, il problema del surplus commerciale cinese, ma potrebbe consentire alle banche di adeguarsi gradualmente ad un sistema di cambi flessibili.

Amb- (RADIOCOR) 15-09-03 11:03:38 (0165) 5 NNNN

yellow
17-09-03, 13:53
I segnali dall'arcipelago monete/cambi propenderebbero per una futura flessibilità della valuta cinese " ma in un MEDIO periodo e non a breve ", mentre per lo yen giapponese in primis, un apprezzamento parrebbe oramai prossimo :

Fmi: Koehler, no a drastici cambiamenti sistema cambi -2-

Radiocor - Francoforte, 17 set - Koehler si e' detto impressionato dalla prudenza con la quale le autorita' cinesi valutano i rischi di una ulteriore apertura monetaria del paese ed ha sottolineato che, nonostante, gli ultimi "buoni dati economici" il doppio deficit Usa rappresenta uno dei maggiori rischi per una crescita sana e sostenuta dell'economia mondiale.

Una modifica del sistema dei cambi per risolvere il problema in un'ottica di breve termine, secondo Koehler "farebbe precipitare nel caos l'intera economia mondiale".

"I mercati valutari non sono auto che possono essere modificate arbitrariamente - osserva Koehler - e la regolazione dei rapporti di cambio tra dollaro, euro e yen deve essere sostanzialmente lasciata al mercato".

Le principali economie devono lavorare congiuntamente per risolvere lo "squilibrio globale". I paesi asiatici in via di sviluppo devono rivalutare in modo significativo le rispettive divise per ridurre gli alti surplus correnti e gli elevati livelli di riserve valutarie.

Amb- (RADIOCOR) 17-09-03 13:12:40 (0312) 5 NNNN

bokassa
17-09-03, 16:10
Per le importazioni dalla Cina si sta verificando ultimamemnte un aumento dei prezzi (in Usd), il che spiegherebbe una futura prossima rivalutazione dello yuan.

yellow
18-09-03, 10:42
Fmi: Rogoff, serve un rialzo delle valute asiatiche

Radiocor - Dubai, 18 sett - I Paesi asiatici devono lasciare che le loro valute si apprezzino verso il dollaro per agevolare la correzione degli squilibri delle partite correnti. Lo ha detto Kenneth Rogoff, capo economista Fmi. E' importante secondo l'Fmi che il peso dell'aggiustamento del dollaro non ricada solo sull'euro, come e' accaduto lo scorso anno, ma che sia 'spalmato' attraverso piu' valute. Per questo, a fronte di un nuovo calo del dollaro sarebbe meglio se "tutte le valute asiatiche, e non solo la Cina, si lasciassero apprezzare in modo significativo".

Gli- (RADIOCOR) 18-09-03 10:18:03 (0140) 3 NNNN

amaser
18-09-03, 14:34
la competitività, per cosi dire, deli prodotti cinesi è tale che nemmeno una rivalutazione del 30% cambierebbe molto...
basta vedere tutti i paesi che nel corso del tempo pensavano che lre svalutazioni/rivalutazioni della loro moneta risolvessero problemi strutturali, noi come primi!

Il surplus non è cinese, ma soprattutto "causato" dalle grandi multinazionali che hanno delocalizzato li la loro produzione e poi esportano questi prodotti nei loro paesi d'origine, USA ed Europa in testa. Pertanto i benefici ricadono soprattutto sui bilanci di tale aziende. Semplificando il "beneficio" cinese è quello di ottenere posti di lavoro per "sfamare" il popolo, ma soprattutto, quello di insegnare ed imparare i processi e produzioni industriali.

Basta vedere come ed in che modo sono fatte le loro leggi economiche. Ponti d'oro a chi porta know-how nel paese, pertanto, spalancano porte a consulenze e produzione per l'export, ma parlate con gli occidentali che operano o lavorano li circa le difficolta che hanno per importare o produrre per il mercato interno.

Comunque non è "colpa" della Cina se i consumatori occidentali vogliono consumare sempre di più a prezzi sempre più bassi.

Secondo me, non è una rivalutazione dello yuan la soluzione, ma un'innalzamento dei costi di produzione, costi sostenuti però per un miglioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori del luogo, assistenza medica, sanitaria etc.

Ma di questo non se ne parla sulla stampa, solo lamenti sul deficit imprecando da rivalutazione, che comunque non porterebbe nessun beneficio ai lavoratori, ma anzi porterebbe più problemi di quanti ne risolva,

e forse tutti hanno già dimenticato il 1998, quando le debacle finanziaria asiatiche e le svalutazioni a catena permisero alle grandi aziende soprattuto USA, non solo di aumentare le produzioni in loco e godersi l'abbassamento dei costi a spese di questi paesi, ma anche di continuare in questo modo allegramente i fasti del 1999 e 2000. Perchè mai questi paesi adesso dovrebbero preoccuparsi dei deficit USA e occidentali???

saluti
amaser

yellow
18-09-03, 15:29
Concordo con amaser sulle perplessità riguardanti la Cina, al massimo una minima flessibilità della valuta, altrimenti se crollasse la Cina sarebbe un vero e proprio disastro per il globo, come già asserito dal bravo economista P.Krugman.
Tra l'altro il pianeta bancario cinese ( se emergessero le REALI condizioni/bilanci etc. ) sarebbe a rischio default second gli standards internazionali comuni.

Mentre a mio modo di vedere diversa è la situazione dello yen, poichè vi è uno Squilibrio di portata storica degli Usa che paventano un deficit comm.le da vero e proprio crac finanziario, le aree che maggiormente vantano un Surplus comm.le con il Paese a stelle e strisce sono l'Europa e il Giappone in primis, e perciò in parte dovranno inevitabilmente farsi carico di alleggerire il pericolo valanga, onde riequilibrare un decennale Squilibrio con gli Usa.

Ovviamente gli States hanno in essere una molteplicità di Squilibri ( Deficit Risparmio Aziende/Famiglie e conseguente elevato indebitamento oramai di Lungo Termine, Deficit Comm.le, ora avanza anche il Deficit/Pil al 5% e oltre e una Bubble finanziaria non ancora smaltita ) , per cui tutto ciò non sarà la panacea.

D'altra parte il Surplus Comm.le di Europa e Giappone è maturato in buona parte proprio dalla locomotiva statunitense, che oggettivamente ha bisogno di ricambio ma ciò non è semplice.

Comunque tale Squilibrio è oramai riconosciuto da tutti e non più prorogabile, perciò ......

Il fatto/problema è che al momento il deprezzamento del Usd è avvenuto principalmente a danno dell'Euro e ora probabilmente toccherà al Giappone condividerlo.

Nel frattempo rotto l'argine :***Dollaro: scende sotto 115 yen a 114,80 (RCO) (RADIOCOR) 18-09-03 14:47:49 (0368) 0 NNNN

yellow
19-09-03, 17:30
Yen: 113,61 sul dollaro, nuovo top da inizio gennaio 2001
Radiocor - Londra, 19 set - Improvvisa accelerazione dello yen sul dollaro nel tardo pomeriggio. La divisa nipponica si e' spinta fino ai nuovi massimi da inizio gennaio 2001 (113,61), per poi correggere a 113,86.
A meta' seduta la divisa nipponica era indicata 115,38, in recupero dai minimi di meta' febbraio 2001 toccati nella vigilia (114,73).

Il mercato continua dunque a sfidare la volonta' della BoJ di tenere bassa la fiducia, convinti che l'Istituto rimanga immobile in vista del vertice di Dubai per non assumere una posizione contraria alle critiche espresse da Europa e Usa ai suoi interventi sul forex.

Man- (RADIOCOR) 19-09-03 17:16:27 (0228) 5 NNNN

ispe
22-09-03, 15:28
Sul piano economico è in atto un notevole scontro tra Pechino e Washington. A Cancun con il Brasile la Cina ha sostenuto il fronte contro i governi dei paesi sviluppati con un'accezione prevalentemente antiamericana. Per il prossimo futuro dobbiamo attenderci atteggiamenti ancora più duri nella misura in cui gli Usa effettueranno ulteriori pressioni per la rivalutazione dello yuan, soprattutto ora che la bilancia commerciale cinese perde colpi. Infatti, contrariamente a quanto vanno ululando i padroncini delle fabbrichette veneto-friuliane, il grosso del surplus cinese si realizza nelle esportazioni verso gli Usa. Con l'insieme del resto del mondo i conti cinesi sono raramente eccedentari, piuttosto terminano in pareggio. Ora, però, la stagnazione mondiale sta trasformando i conti correnti complessivi della Cina da attivi in passivi, mentre aumenta il surplus con gli Usa, acuendo le tensioni tra i due paesi.

Tuttavia dietro la questione della rivalutazione dello yuan ci sono problemi che riguardano la fondamentale differenza nelle strategie economiche delle due nazioni. Per la Cina vendere significa comprare, perciò il surplus commerciale è prevalentemente nei confronti degli Usa. L'economia civile americana è spanata, soggetta com'è ad un accelerato processo di deindustrializzazione. La quantità di posti di lavoro distrutti dalla recessione del 2000-2002 supera le 2milioni e ottocentomila unità. Il grosso è nell'industria.

Alle multinazionali Usa e alle grandi società di distribuzione non importa assolutamente nulla. Le prime utilizzano le loro filiali in Cina e in America latina (Messico) per riesportare sul mercato Usa con elevati margini di profitto, dovuti ai differenziali nei costi salariali. Le seconde importano sempre dalle stesse zone subappaltando ordinativi alle imprese delle due aree. Per la Cina tale processo è molto importante perchè i proventi delle esportazioni nette verso gli Usa sono utilizzati sia per accumulare riserve che per comperare macchinari e tecnologie da paesi terzi.

Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale la Cina, includendo Hong Kong, è in deficit verso i paesi produttori di beni capitali e di beni intermedi per l'industria: Germania, Giappone, Svezia, Finlandia, Svizzera, Corea meridionale, Singapore, Austria. Inoltre Pechino è importatrice netta di materie prime. Oltre agli Usa le esportazioni nette cinesi si manifestano nel commercio con Taiwan e Canada e in Europa con la Spagna, l'Italia, la Francia ma soprattutto con la Gran Bretagna e l'Olanda.

L'export cinese (con Hong Kong) verso il mondo industrializzato - che, secondo la classificazione del Fmi, comprende gli Usa, il Giappone, l'Europa occidentale nonché Canada, Australia e Nuova Zelanda - era a tutto il 2002 di 291 miliardi di dollari. Di questi il 70% si concentra su tre paesi: Usa, Giappone, Canada. L'Europa figura in maniera molto limitata nell'export cinese, che è comunque polarizzato su Germania (con cui però il paese è in deficit), Gran Bretagna e Olanda.

I poli di gravitazione dell'economia cinese sono sostanzialmente tre: gli Usa, il Giappone e l'Asia orientale. Da questi ultimi due la Cina importa più di quanto esporti, per cui la zona di realizzo effettiva dell'economia cinese sono gli Stati uniti. Questo fatto porta Pechino a cozzare contro la grande strategia Usa di una zona di libero scambio per l'insieme delle Americhe, concepita come un'area simile al sistema di preferenze imperiali del vecchio British Empire.

Su quest'aspetto ritorneremo successivamente perchè la questione cinese da un lato stimola ma dall'altro ostacola la messa in opera del disegno di Washington nei confronti delle Americhe da cui dipende anche la posizione internazionale del dollaro.
J.H.

generali1984
22-09-03, 16:13
Particolarmente bello e utile quest'ultimo articolo .

emmepi
22-09-03, 22:00
[QUOTE]Scritto da ispe
[B]Sul piano economico è in atto un notevole scontro tra Pechino e Washington.
CUT
Salve Ispe, grazie di postare articoli così interessanti, se possibile, qual'è la fonte?

ispe
23-09-03, 08:21
Scritto da emmepi
[QUOTE]Scritto da ispe
[B]Sul piano economico è in atto un notevole scontro tra Pechino e Washington.
CUT
Salve Ispe, grazie di postare articoli così interessanti, se possibile, qual'è la fonte?

risposto in privato

ispe
23-09-03, 11:08
A Dubai l'Europa si è alleata con gli Stati uniti contro la Cina così come nel 1997, quando esplose la grave crisi asiatica, si schierò dalla parte di Washington e del Fondo monetario contro l'iniziativa giapponese di un fondo comune asiatico. Eppure la proposta di Tokyo, caldeggiata dagli altri paesi del continente asiatico, era molto ragionevole dato che mirava a creare un meccanismo di interventi che evitasse ai paesi deficitari e colpiti da repentini movimenti di capitale di piombare nella crisi. In tal modo i paesi asiatici avrebbero evitato di decurtare drasticamente le importazioni dal resto del mondo, quindi dall'Europa, come invece è successo.

Washington ed il Fondo monetario si opposero all'idea di Tokyo perchè la sua attuazione implicava l'uso del surplus con gli Usa per finalità diverse dal riciclaggio automatico, ottenuto con manovre politiche, delle eccedenze asiatiche nel sistema finanziario americano. Ipnotizzata dai capitali che fuggivano dall'Asia la citrulla dirigenza europea voleva che le locali piazze finanziarie partecipassero con Wall Street e Londra alla spartizione della torta. Tutto qui, nessun ragionamento di fondo.

A Dubai l'Europa si è nuovamente autolesionata. Gli interessi dell'industria europea stanno nella crescita cinese, oltre che nella dinamica della domanda interna. Tuttavia prima che quest'ultima si riprenda in maniera sostanziale molti cavalli dovranno campare aspettando la crescita della proverbiale erba. America latina e Russia sono fuori gioco e comunque il continente sudamericano è in un vortice dettato dalle strategie Usa. L'unico paese del mondo che, compatibilmente con il capitalismo odierno, attua una strategia di crescita industriale di lungo periodo è la Cina. E l'Europa non dovrebbe scontrarsi con tale strategia per motivi puramente egoistici: vendere dove cresce la domanda e fare concorrenza alle industrie nipponiche.

Pechino è molto disposta ad aumentare le importazioni europee in quanto permettono una diversificazione rispetto al Giappone le cui keiretsu sono maestre nell'esercitare poteri monopolistici in Asia orientale. Alcune settimane fa il Guardian Weekly pubblicò un articolo sulla dinamica della produzione automobilistica cinese: sta superando i livelli francesi e fra pochissimi anni sorpasserà anche i livelli tedeschi. E'interessante notare che il gruppo Volkswagen-Audi è la multinazionale maggiormente presente, piuttosto che le vicine case nipponiche. Per sviluppare questi settori la Cina ha bisogno di molte importazioni altamente industriali e sofisticate le cui fonti si situano in due zone economiche: in Giappone - con la Corea, e Singapore - ed in Europa.

Certamente, la grande espansione della produzione automobilistica in Cina si tradurrà in esportazioni mondiali e non sarà minimamente arrestata da un'ipotetica rivalutazione dello yuan. Anzi, nel caso di una rivalutazione la Cina accelererà la transizione verso produzioni a maggiore tasso di meccanizzazione, come già fecero in forma altamente programmata il Giappone e la Corea meridionale. Tuttavia nella fase di costruzione, che durerà un po' di tempo, la Cina può benissimo essere un'importatrice netta dall'Europa.

Contemporanemente, le prospettive riguardo alla crescita cinese sottolineano il sistematico emergere di una questione che l'Europa non vuole discutere mentre gli Usa vi hanno già dato una risposta. Il modello di produzione e consumo che vige nei paesi occidentali è sostenibile? Mi sembra di no. Il caso più emblematico è il Giappone. Il paese manca di spazio sviluppabile ed è completamente saturo, di cemento, di accaio, di auto, di prodotti elettronici e chimici. Questa è la vera questione, non la difesa del pantaloncino e dell'occhiale come vorrebbero leghisti e padroncini veneti incapaci di vedere che il problema non sta nell'espansione industriale cinese, che è l'unica possibile nel contesto capitalistico attuale, ma - come più volte osservato da Augusto Graziani - proprio nel pantaloncino e nella scarpetta, nonché nella voluta assenza di strategie alternative riguardo la mobilità di massa.

Gli Usa invece al problema hanno dato una risposta: finaziamento del deficit con dollarizzazione e guerra e contano anche sul surriscaldamento del pianeta che, secondo documenti di Washington, favorirebbe moltissimo l'agricoltura americana rispetto al resto del mondo (National Academies of Science, 2001: Climate Change Science: An Analysis of Some Key Questions. http://www.nap.edu/html/climatechange/ ).

J.H.

ispe
23-09-03, 11:15
Notevole, l'effetto Dubai sui mercati valutari e borsisitici mondiali, e tutto da meditare. Il dollaro si è indebolito ovunque, toccando il valore minimo degli ultimi tre anni nei confronti dello yen e il punto più basso contro l'euro da otto settimane. Detto e fatto: gli Usa avevano chiesto al G7 più flessibilità nei cambi, con esplicito riferimento alla rivalutazione delle valute asiatiche (yen giapponese e yuan cinese in testa), ultimo capro espiatorio della super potenza in affanno (anche) da bilancia commerciale. Sono stati accontentati, anche se con alcuni danni collaterali non ancora pienamente valutati, come da qualche tempo accade agli strateghi di Washington. Dall'alba giapponese al tramonto newyorchese le borse hanno recepito che per i grandi esportatori si preannunciano dolori, e hanno venduto a tutto spiano, soprattutto titoli tecnologici e automobilistici, molti afferrando al volo la buona occasione per un realizzo.

A Dubai è stata sottoscritta la teoria Usa che la causa degli squilibri dell'economia globale è soprattutto monetaria. E piuttosto paradossali sono parse le dichiarazioni rilasciate ieri dal segretario del Tesoro Usa, John Snow che, rifiutando di commentare lo slittamento valutario in corso, ha ribadito che «non c'è cambiamento nella politica del dollaro forte» dell'amministrazione. Vero è che il governo dell'economia in questi tempi duri è una sorta di pattinaggio su ghiaccio sottile, e il ministro americano ha inteso probabilmente parare gli effetti negativi sui mercati della dichiarazione dei G7 di domenica. Perché di fatto i mercati hanno tradotto a loro modo la decisione di avallare, se non l'indebolimento del dollaro, il rafforzamento degli altri. E poiché la tenuta delle proprie monete era ottenuta dalle banche asiatiche con l'acquisizione di dollari tramite acquisto di Buoni del tesoro Usa, il valore di questi ultimi è stato coinvolto nell'onda di caduta di ieri (così che i loro rendimenti si sono inevitabilmente alzati). Sono invece cresciuti i Bond giapponesi ed europei.

Il gioco vale allora la candela? Gli Usa hanno bisogno di attirare non meno di 1,5 miliardi di dollari al giorno, per far girare la loro giostra, e di sicuro un aumento dei rendimenti dei titoli, sia pure a lungo termine, non giova alle loro già molto provate casse.

La mossa di Dubai appare foriera di altre sventure, come premi Nobel per l'economia e grandi società di ratings vanno affermando da tempo. Per Robert Mundell, Nobel nel 1999, la rivalutazione della yuan sarebbe «un suicidio politico» per Pechino, dal momento che la volatilità della moneta «imporrebbe costi enormi all'economia cinese». Ma neppure le altre economie mondiali se ne avvantaggerebbero, dal momento che un inceppamento dell'Asia andrebbe oggi a scapito dell'economia globale. La stessa Standard& Poor è intervenuta nel dibattito sul rafforzamento della moneta cinese, raccomandando che ciò non avvenga. Le pressioni internazionali che ne deriverebbero sarebbero fatali per il fragile sistema bancario della Cina, il cui collasso trascinerebbe sì l'economia del paese, ma anche quella globale. Dello stesso tono le raccomandazioni rivolte ieri persino dalla Cnn in un'analisi dal significativo titolo «Aprire il vaso di Pandora» nel quale si argomenta che l'indebolimento del dollaro «minaccia di trascinare di nuovo l'Asia nella recessione quando l'economia Usa non è in grado di sostenere il peso che era solita sostenere». Che Washington, accecata dalle scadenze elettorali, stia segando il ramo su cui siede?
A.P.

amaser
03-10-03, 15:07
BusinessWeek Online
Is the Job Drain China's Fault?
Friday October 3, 8:18 am ET
By Rich Miller in Washington and Pete Engardio in New York, with Dexter Roberts in Beijing, Michael Arndt in Chicago, and bureau reports


China bashing is all the rage. With millions of manufacturing jobs evaporating from the U.S. while China's trade surplus soars, politicians of all stripes are under pressure to show the folks back home that they're doing something, anything, to stem the losses. The swelling federal budget gap means that further stimulative tax cuts are out of the question. So many politicians, manufacturers, and labor representatives have pounced on China, accusing it of keeping its currency artificially low to boost exports and snatch jobs from American workers.
ADVERTISEMENT


In Congress, moves are afoot to impose punishing tariffs on U.S. imports from China if Beijing doesn't mend its ways. Separately, a coalition of business groups, led by the 14,000-strong National Association of Manufacturers [NAM], is planning to file an anti-China trade case with the government, alleging that it rigs its currency to gain unfair advantage.

The Bush Administration has also gotten into the act. Treasury Secretary John W. Snow flew to Beijing in early September and called on China to stop rigidly controlling its currency rate, then sang a similar song at the G-7 meetings in Dubai. Administration officials say the President may repeat that refrain when he meets with Chinese leaders in Bangkok on Oct. 20-21.

UNDER THE GUN. One reason politicians are whipping themselves into a frenzy over China is because it's an easy way to explain the constant din of layoff announcements that show little sign of slowing. From Levi Strauss, which announced on Sept. 25 that it will close its last remaining U.S. factory and lay off 2,000 workers, to Detroit, where Ford Motor (NYSE:F - News) and DaimlerChrysler (NYSE:DCX - News) were laying plans in early October to lay off thousands of U.S. workers in coming months, the toll continues. All told, the Big Three could shrink their workforces by 50,000 jobs over the next five years, after inking a new union labor contract.

But all the political handwringing misses a crucial point. The relationship between the world's biggest economy and its fastest-growing one in recent years can't be reduced to a single trade statistic or a single exchange rate. It's far more complex than that. Over the last decade, the two countries have become increasingly intertwined and interdependent thanks to a rapidly globalizing world economy where cutthroat competition among multinationals is the norm.

U.S. companies from Intel (NasdaqNM:INTC - News) to General Motors (NYSE:GM - News) face a simple imperative: invest in China to take advantage of the country's cheap labor and its fast-growing economy or lose out to rivals from Europe, Japan, and elsewhere. "It's hard to serve Chinese customers in a lot of our businesses unless we manufacture there," says W. James McNerney Jr., chairman and CEO of 3M (NYSE:MMM - News). "We don't do it just to eviscerate U.S. jobs. We do it to be competitive." The $17 billion maker of consumer and industrial products was the first U.S. entry to set up a holding company in China in 1984.

SMALLER GAPS. Still, there's no disputing that the U.S trade deficit with China is soaring. Since 1994, Chinese exports to the U.S. have more than tripled, rising from $39 billion to an annualized $137 billion in the first seven months of this year. While U.S. exports have risen, too, to around $25 billion, the resulting imbalance has led to a staggering trade deficit of more than $100 billion.

Those numbers obscure the real story, however. With scores of U.S., Asian, and other companies opening factories in low-wage China, corporations around the globe are benefiting, and so are the consumers who buy their low-priced, high-quality goods. And as the U.S. trade deficit with China grows, the gap is shrinking with such countries as Taiwan, Singapore, and even Japan, which are increasingly moving factory floors to such mainland China industrial cities as Tianjin and Guangzhou.

As a result of that shift in production, some 65% of the rise in Chinese exports since 1994 have come not from Chinese companies but from foreign companies, including many U.S. corporate giants.

LOWER RATES. This increased interconnectedness is making it a lot harder for Washington to get beyond anti-China rhetoric. Of China's top 40 exporters, 10 are U.S. companies, including Motorola (NYSE:MOT - News) and Dell (NasdaqNM:DELL - News). What's more, retailers Wal-Mart (NYSE:WMT - News) and Target (NYSE:TGT - News) count on low-priced goods from China to help meet U.S. consumer demand for affordable products.

Wal-Mart alone has doubled its imports from China over the last five years, to $12 billion. It now accounts for nearly 10% of all Chinese exports to the U.S. That has helped keep U.S. inflation down, allowing the Federal Reserve to cut interest rates to their lowest level in four decades. Moreover, China is helping to keep U.S. interest rates down by investing bundles of money in U.S. Treasury securities -- some $126 billion, up from $60 billion in 2000.

The moral of all this: China is not another Japan, bent on grabbing global share for home-grown companies with mercantilist trade policies and stiff barriers to keep foreigners out of its own markets. While Beijing often talks about industrial policies, its economy is dramatically more open to trade and direct foreign investment than the old Japan Inc.

STEEP ENTRY COSTS. Foreign manufacturers of autos, telecom equipment, and computers dominate the increasingly buoyant domestic Chinese market. China "is allowing American companies to participate in its growth," says Mustafa Mohatarem, GM's chief economist. "That distinguishes it from Japan." Indeed, China now imports more than Japan, even though its economy is one-third of the size.

That doesn't mean China is an ideal trading partner. After getting off to an impressive start in meeting its commitments to the World Trade Organization, China's compliance has begun to flag. Foreign insurers can now sell policies directly to Chinese consumers, for example, but the entry cost is steep. Foreign insurers must inject at least $20 million in capital to set up shop.

While tariffs and import quotas have fallen for farm goods, U.S. agribusiness outfits still must overcome complex import-licensing procedures. And while Beijing has enacted important laws protecting intellectual-property rights, piracy of software, music, and movies remains rampant.

FAULTY LOGIC. Moreover, China's currency may indeed be undervalued. Morris Goldstein of the Institute for International Economics, a Washington think tank, figures China's currency is undervalued by about 15% to 25%. That's not insignificant, but it's well below the 40% figure China's critics bandy about.

Still, the logic behind scapegoating China for the loss of American manufacturing jobs doesn't hold up. U.S. manufacturing employment peaked in 1979 and has been declining ever since. True, the drop has accelerated tremendously, with 2.7 million manufacturing jobs lost in the last three years alone. But a good part of that simply reflects stepped-up productivity, or, as in the case of Detroit, sales lost to the Japanese.

Of course, the widening U.S. trade gap -- up from $107 billion in 1997 to $418 billion last year -- has played a part in manufacturing's swoon. But here again, China isn't to blame. The biggest rise in the U.S. deficit over the last five years has come not with China but with the European Union.

"HUGE BUYERS." What's more, as even the NAM concedes, it has been a shortfall of exports rather than a boom in imports that has been most responsible for the growing U.S. trade gap. Over the last two years, U.S. manufacturing exports fell by $85 billion, accounting for roughly one-third of the fall in U.S. shipments during that period, according to the NAM. Behind the plummeting exports: weak demand overseas, especially in Europe and Japan.

China, by contrast, is sucking in imports. U.S. shipments rose by over 20% in the first seven months of this year as China snapped up everything from X-ray machines to cope with last spring's SARS epidemic to steel for its booming construction business. "The Chinese were huge buyers," says Keith E. Busse, CEO of Steel Dynamics (NasdaqNM:STLD - News) in Fort Wayne, Ind., which sold 180,000 tons of light-gauge sheet steel to the Chinese in the first half of 2003.

The tighter links between the U.S. and Chinese economies means that a change in Beijing's currency policy would not be the panacea the China bashers seek. While a big rise in the value of the yuan would undoubtedly boost the competitiveness of U.S. exports, it might not have much impact on U.S. imports. "An appreciation of [China's currency] would have a negligible effect on the overall trade balance and manufacturing jobs at home," says Rich Brecher, Motorola's director for global business relations.

ON COURSE. Many of the low-tech industries the U.S. has lost to China and other countries with cheap labor are gone for good. Case in point: textiles. Levi Strauss & Co. was among the last to keep some production at home.

A lot is at stake in getting the U.S. relationship with China right. Following its accession into the WTO in 2001, the country is on course to open its economy and markets to foreign competition. It's up to Washington to encourage China to continue down that path. Bashing Bejing over mutually beneficial bilateral trade is not the way to go.

ispe
10-10-03, 13:36
Il meccanismo dell'export asiatico imperniato sulla Cina non si distingue molto da quello che caratterizzava la piccola Asia nippo-americana formata da Corea del sud, Taiwan e paesi dell'Asean. Allora i paesi nippoamericani importavano massicciamente dal Giappone ed esportavano prevalentemente verso gli Usa. Benché spesso si lamentassero dell'avarizia monopolistica del Giappone che non comprava molto, la dimensione relativamente piccola della zona nippoamericana faceva apparire il mercato Usa come illimitato. Sul piano delle esportazioni, la Cina segue esattamente lo stesso schema realizzando attivi commerciali prevalentemente con gli Usa. Tuttavia, la dimensione del paese e la volontà politica di non entrare in una profonda dipendenza strutturale nei confronti del Giappone hanno trasformato la Cina in importatrice netta di prodotti asiatici. Se la bilancia commerciale cinese riflette la strategia di Pechino verso la trasformazione del paese in una grande potenza industriale e militare, la situazione americana esprime invece un paese in cui le forze al potere si dedicano anima e corpo a obbligare il resto del mondo a convalidare l'irrecuperabile deficit estero Usa.

Il disegno americano di inglobare l'insieme delle Americhe in un'area di libero scambio rappresenta, assieme al controllo delle fonti energetiche e petrolifere mondiali, un obiettivo di enorme importanza, contenente un forte elemento anticinese. In ordine decrescente, le importazioni americane provengono dal Canada, dalla Cina, dal Messico e dal Giappone. Nel 2002 questi quattro paesi hanno totalizzato il 52% dell'import globale statunitense di 1202 miliardi di dollari. Le importazioni Usa dall'insieme delle Americhe, compresi quindi anche il Messico e il Canada, costituiscono il 35% dell'import. Nei confronti delle Americhe il tasso di copertura delle esportazioni Usa rispetto alle importazioni è del 73%, di gran lunga il migliore rispetto a qualunque altra area del mondo. Infatti, con il Giappone la copertura è del 41%, mentre con la Cina, Hong Kong e Macao incluse, è appena del 24%.

E' evidente che la strategia di Washington è volta a trasformare l'insieme delle Americhe in una zona preferenziale ove maggiormente si verificherebbe la chiusura del circuito del dollaro. Lo schema di libero scambio per le Americhe rispecchierà le regole del Nafta sulle fonti di approvvigionamento, in base alle quali il 60% degli inputs industriali deve provenire dall'area stessa. Questi criteri faciliteranno gli Usa, perché l'America latina, anche con la presenza dell'industrializzato Brasile, ha una densità produttiva troppo bassa per evitare di rifornirsi presso l'America del nord. Oggi i criteri afferenti alle fonti di origine non stanno però proteggendo a sufficienza il flusso di investimenti nella zona del Nafta. Dal Messico è infatti in atto uno spostamento di industrie multinazionali verso la Cina, la cui densità industriale è maggiore e i cui salari sono inferiori a quelli vigenti nei corrispondenti settori messicani. Il Messico da solo è troppo striminzito per controbilanciare la Cina, ma l'insieme dell'America latina no.

Lo schema di libero scambio per le Americhe ha inoltre una valenza finanziaria, la cui importanza si può cogliere in relazione al deficit Usa con la Cina che la trasformerà nella maggiore proprietaria di titoli e buoni del tesoro americani. Pechino esercita un agile ma severo ed efficace controllo sui movimenti in conto capitale. Ne consegue che il surplus commerciale cinese non si tradurrà in un flusso di capitali a piede libero verso i mercati finanziari americani. Invece, da decenni esattamente questo sta succedendo in America latina. Le periodiche crisi di indebitamento hanno legato il continente mani e piedi al Fondo monetario e al tesoro di Washington. A tutti gli effetti, i surplus commerciali non ce la fanno nemmeno a pagare gli interessi sul debito, imponendo quindi ulteriori richieste di prestiti a Washington e al suo famigerato Fondo. Questa situazione toglie ovviamente ogni legittimità alle istituzioni monetarie nazionali, con la conseguenza che le classi ricche latino-americane sono diventate espertissime a organizzare fughe di capitali e a detenere dollari. L'America potrà anche permettersi di ridurre il tasso di copertura nei confronti dell'America latina, dato che la dipendenza dal debito garantisce l'egemonia e la solvibilità del dollaro. Certamente, gli Usa non potranno fare a meno della Cina, non si tratta dunque di una sostituzione totale. Semplicemente, si tratta di porre due enormi masse umane in concorrenza diretta e feroce. Un gigantesco esercito industriale di riserva su scala mondiale fa sempre bene.
Luther Blisset

ispe
16-10-03, 13:00
In settembre, calo dell'86,7%. L'import dall'Asia aumenta più delle esportazioni negli Stati uniti
Luther Blisset
Il surplus commerciale cinese si sta restringendo. A settembre, si è ridotto dell'86,7% rispetto allo stesso mese del 2002. Riportato ai primi nove mesi del 2003, l'avanzo è diminuito del 54%, arrivando a circa 9 miliardi di dollari. Lo ha annunciato ieri il Ministero del commercio di Pechino. Analizzato più da vicino, l'ammontare complessivo del commercio cinese si compone oggi così: le importazioni sono aumentate tra gennaio e settembre di quest'anno del 40%, arrivando a 298 miliardi di dollari, mentre le esportazioni sono cresciute del 32%, a 307 miliardi di dollari. L'import cinese è stato favorito dall'abbassamento di alcune tariffe, imposto dall'entrata nel Wto, che ha prodotto la diminuzione dei prezzi di alcune merci straniere. Ad essere particolarmente favorite sono state le vendite di automobili, aumentate nel corso di quest'anno del 40%. Sta poi rapidamente crescendo il credito al consumo, che alimenta gli acquisti della nuova classe media.

Chissà se davanti a queste cifre, che delineano anche una nuova realtà, verrà rivista la vulgata corrente che, gridando al pericolo giallo, vede solo la valanga di merci a buon mercato cinesi che si abbatte sulle mercanzie del resto del mondo, sgominandole e mandando a picco le altrui bilance commerciali. In primis quella degli Stati uniti, che l'anno scorso hanno segnato un deficit con la Cina di 103 miliardi di dollari, e dove la lobby della manifattura si sta organizzando e lancia di continuo inziative per spingere l'amministrazione ad arginare la Cina. L'ultima è quella del deputato Bernie Sanders, che lunedì scorso ha proposto di revocare tutte le misure commerciali che hanno aperto la strada dell'Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) alla Cina, affermando che sono costate agli Stati uniti troppi posti di lavoro. La sua proposta ha raccolto l'appoggio bipartisan di altri 40 rappresentanti del Congresso, che già sta considerando in ritorsione tariffe protettive.

Alle stelle anche la polemica sulla valuta cinese che, secondo Washington, dovrebbe essere rivalutata. George Bush dovrebbe sollevare direttamente la questione la prossima settimana, a margine del Forum Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) che si terrà a Bangkok dal 20 al 21 ottobre. E' improbabile che, per l'occasione, la posizione Usa sia condivisa anche dagli altri partner asiatici, visto che rispetto a questi ultimi la Cina registra un consistente deficit commerciale. Con i suoi tassi di crescita, l'economia cinese è quella che dà oggi il contributo maggiore alla ripresa dell'export nella regione asiatica che fu più duramente colpita dalla crisi del 1997. Già nel corso del pre summit Apec tenuto il mese scorso, i ministri delle finanze avevano respinto la posizione americana con un comunicato nel quale si affermava che «non esiste un singolo regime di cambio che vada bene a tutte le economie nello stesso tempo».

overthecounter
16-10-03, 15:22
Mi sembra estremamente interessante ed istruttivo il recente articolo di Stephen Roach (Morgan Stanley) sulla questione "cinese", di cui riporto alcuni passi significativi:
...
Lost in the din of the politically-inspired blame game is the inarguable power of a simple macro accounting identity: Saving must always equal investment. This isn’t some wild-eyed theory -- it’s just the way that any economy must always balance its books. If a country is lacking in domestically generated saving -- precisely the case in the United States today, with its rock-bottom 0.7% net national saving rate in the first half of 2003 -- it is faced with two stark choices: It can either rebuild domestic saving by suppressing aggregate demand or borrow surplus saving from abroad
...

Congress has used the trade gap as a foil to justify rising protectionist sentiment -- especially China bashing.
On the surface, there appears to be good reason for that. After all, China accounts for the largest portion of the overall US trade deficit -- some $103 billion in 2002 and probably in excess of $120 billion in 2003. But there’s one critical flaw in this approach: China is the means by which America finances its saving-short economy -- it is not the reason why we have a trade deficit. And, by the way, as long as a saving-short US is forced to run a trade deficit, getting low-cost, high-quality goods from China is certainly in America’s best interest. Not only does it give US consumers a break in purchasing power but, courtesy of China’s willingness to recycle its trade earnings back into dollar-denominated assets, it also helps provide America with the low interest rates so desperately needed to underwrite economic recovery. Which takes us to the essence of the blame game: If the United States truly wanted to eliminate its trade deficit with China -- or, for that matter, with any other nation -- it would need to rebuild domestic saving. To me, that unmasks the real culprit in all of this: America’s irresponsible fiscal policy. ...


Articolo spietato ed illuminante che mette in luce il profondo contrasto tra politica ed economia: http://www.morganstanley.com/GEFdata/digests/20031010-fri.html

ispe
20-10-03, 10:22
Scritto da overthecounter
Mi sembra estremamente interessante ed istruttivo il recente articolo di Stephen Roach (Morgan Stanley) sulla questione "cinese", di cui riporto alcuni passi significativi:
...
Lost in the din of the politically-inspired blame game is the inarguable power of a simple macro accounting identity: Saving must always equal investment. This isn’t some wild-eyed theory -- it’s just the way that any economy must always balance its books. If a country is lacking in domestically generated saving -- precisely the case in the United States today, with its rock-bottom 0.7% net national saving rate in the first half of 2003 -- it is faced with two stark choices: It can either rebuild domestic saving by suppressing aggregate demand or borrow surplus saving from abroad
...

Congress has used the trade gap as a foil to justify rising protectionist sentiment -- especially China bashing.
On the surface, there appears to be good reason for that. After all, China accounts for the largest portion of the overall US trade deficit -- some $103 billion in 2002 and probably in excess of $120 billion in 2003. But there’s one critical flaw in this approach: China is the means by which America finances its saving-short economy -- it is not the reason why we have a trade deficit. And, by the way, as long as a saving-short US is forced to run a trade deficit, getting low-cost, high-quality goods from China is certainly in America’s best interest. Not only does it give US consumers a break in purchasing power but, courtesy of China’s willingness to recycle its trade earnings back into dollar-denominated assets, it also helps provide America with the low interest rates so desperately needed to underwrite economic recovery. Which takes us to the essence of the blame game: If the United States truly wanted to eliminate its trade deficit with China -- or, for that matter, with any other nation -- it would need to rebuild domestic saving. To me, that unmasks the real culprit in all of this: America’s irresponsible fiscal policy. ...


Articolo spietato ed illuminante che mette in luce il profondo contrasto tra politica ed economia: http://www.morganstanley.com/GEFdata/digests/20031010-fri.html

bell'articolo, grazie over... ;)

eccone un altro..

Febbre di crescita per l'economia cinese

In un anno il Pil è aumentato del 9%, nonostante la Sars. Ma la corsa di Pechino esaspera i problemi
Sfila la Cina Sfilata di moda a Hong Kong, a uso e consumo di quella parte di cinesi favoriti dalle riforme.

Luther Blisset

Nell'arco di 12 mesi, dall'ottobre 2002 al settembre 2003, la Cina ha visto il suo prodotto interno lordo crescere del 9,1%. Ma siccome siamo in un mondo dall'economia infelice, questa avanzata solitaria tra percentuali globali di crescita che nella migliore delle ipotesi non raggiungono la metà delle percentuali cinesi, suscita tuttavia timori non da poco. Quella che è ormai la sesta economia del mondo, motore importante di crescita soprattutto per l'area asiatica che la circonda (con un import che nei primi nove mesi di quest'anno è aumentato del 40%) può andare in surriscaldamento, dicono gli esperti. L'andamento è stato per la verità alterno nel corso dell'anno. L'epidemia di Sars ha frenato la corsa cinese nei primi sei mesi dell'anno, che hanno visto un incremento di «appena» il 6,7%. Ma sgominata, per ora, l'epidemia, la corsa è ripresa. Per alcuni economisti indipendenti, il cui parere è stato riportato ieri dal Financial Times, la Cina correrebbe in realtà ben più in fretta di quanto dicano le cifre ufficiali, e cioè tra l'11 e il 12%, trascinata da un boom degli investimenti (più 30% nei primi nove mesi del 2003 per quelli in beni immobili) che ha causato un eccesso di domanda di acciaio, carbone, alluminio, zinco e altre materie prime.

Non è dunque tutto oro quel che luce, e in Cina le zone d'ombra in questo suo correre a rotta di collo abbondano. Un elenco dei problemi lo ha stilato anche il portavoce dell'Ufficio nazionale di statistiche Qiu Xiaohua, e comprende: crescita troppo rapida del credito, energia scarsa, aumento delle scorte e...disoccupazione in aumento. L'inflazione resta tuttavia sotto controllo, con un incremento nei primi nove mesi del 2003 dell'1,1% grazie al bilanciamento tra i prezzi di alcune merci come le automobili e i telefoni mobili, che scendono, e quelli degli alimentari, che invece salgono. Per prevenire l'esplosione di bolle speculative in alcuni settori, le autorità sono intervenute per restringere il credito, frenare l'acquisto e la costruzione di immobili di lusso e hanno annunciato che rallenteranno le spese in infrastrutture. Eppure la domanda di alcuni beni resta eccezionale: nel corso dell'anno quella per automobili è aumentata del 77,5%, mentre le vendite di apparecchiature legate alle comunicazioni sono aumentate del 74%. Ma le autorità sono preoccupate da un eccesso di investimenti in alcuni settori. D'altra parte la Cina assiste a un afflusso di capitali (che spesso è un ritorno a casa dopo la fuga) inedito, probabilmente in attesa di una rivalutazione dello yuan, chiesta pressantemente soprattutto dagli Usa che denunciano una «manipolazione» della valuta da parte di Pechino.

Dal quadro di luci e ombre esce un'economia, e dunque un paese, a due velocità che rischia di squartarsi se non troverà il modo di ricomporsi. Lo ha avvertito in settembre anche la Banca mondiale, ma è ben chiaro anche all'attuale leadership che ha affrontato la questione nel corso dell'ultimo Plenum del Partito, decidendo tuttavia alla fine di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, e cioè assicurando di andare avanti sulla strada della liberalizzazione economica (con grandi garanzie alla proprietà privata) ma anche di dare più attenzione al divario crescente tra ricchi e poveri, che richiederebbe di affrontare l'arretramento crescente delle campagne, il problema del welfare per i migranti e gli operai licenziati dalle fabbriche di stato smantellate, la frattura economica e sociale tra l'interno e la costa.

Quanto i due obiettivi siano conciliabili, resta da vedere. Anche se la nuova leadership, quella che vede alla testa del gruppo di potere il finora enigmatico Hu Jintao, viene accreditata di essere più attenta alle questioni sociali. Di fatto, nessun preciso annuncio è arrivato dal Plenum. Solo promesse indefinite.

reef
04-04-04, 11:08
Questo rimane uno dei migliori 3D.
:bow:


Sarebbe interessante un intervento degli stessi follisti a sei mesi di distanza e con la percezione che lo "sgancio" dello yuan e' (forse) piu' vicino.

gioia23
04-04-04, 22:40
Dubito fortemente che ci possa essere in un prossimo futuro un qualsiasi sgancio, forse potrebbero attenuare l'aggancio fisso al dollaro con una banda di fluttuazione del 3 o 5 %.
Ci possono essere molti altri modi per attenuare la forza dello Yuan, quando gli stranieri si accorgeranno che in Cina non ¨¨ tutto rose e fiori, caleranno gli investimenti stranieri, inoltre la Cina ¨¨ un forte importatore di beni soprattutto industriale, l'export tedesco verso la Cina ¨¨ aumentato nel 03 di oltre il 25%,
si potrebbe parlare e scrivere a lungo su questo tema,
poi ci sono i flussi turistici cinesi che vanno all'estero,
sapete che spread usano le banche/uffici cambio nostrani?
se vai in cina la ti danno circa 10 Yuan per un'euro adesso, qui i turisti cinesi invece devono pagare 13 Yuan per avere un'euro!!!
Uno spread del 30%, bel modo per incentivare il turismo verso il ns. paese...
gioia 23

ispe
21-04-04, 13:33
Scritto da reef
Questo rimane uno dei migliori 3D.
:bow:


Sarebbe interessante un intervento degli stessi follisti a sei mesi di distanza e con la percezione che lo "sgancio" dello yuan e' (forse) piu' vicino.


Cina, crescita boom

Se gli Usa vanno abbastanza bene, mentre l'Europa arranca, chi seguita a non avere problemi di crescita è la Cina: il Pil è cresciuto del 9,7% nel primo trimestre 2004 rispetto allo stesso periodo del 2003. La corsa dell'economia cinese resta costante considerato che nel terzo trimestre 2003 l'aumento era stato del 9,6% e del 9,9% nel quarto trimestre. Per il Fondo monetario l'economia cinese può mantenere a lungo il suo trend di espansione che dura da 25 anni con un ritmo di 6-9% annuo e il suo impatto nel resto del mondo sara' significativo. Per l'Fmi, tuttavia, la mancanza di riforme potrebbe creare alcuni problemi al Paese che, negli ultimi 25 anni, ha registrato una crescita media annua superiore al 9%.
Luther Blisset

ispe
21-04-04, 16:40
Scritto da reef
Questo rimane uno dei migliori 3D.
:bow:


Sarebbe interessante un intervento degli stessi follisti a sei mesi di distanza e con la percezione che lo "sgancio" dello yuan e' (forse) piu' vicino.

è un articolo di ottobre 2003 , ma fa un escursus interessante...

CINQUE ANNI DOPO LA CRISI
Pechino si impone in un'Asia in fase di ripresa


Da parecchio tempo, Washington scarica sull'Asia orientale la responsabilità dei mali economici degli Stati uniti. L'offensiva attualmente diretta contro Pechino è motivata in apparenza dall'aumento del deficit commerciale americano. In realtà la sua ragione profonda è l'emergere della Cina come motore dell'integrazione regionale in questa parte del mondo - conseguenza imprevista della gestione egemonica da parte di Washignton della crisi finanziaria del 1997-1998.


A metà luglio del 2003, un coro di voci americane accusava la Cina di essere responsabile del cronico deficit commerciale degli Stati uniti, dell'aumento della disoccupazione e della deindustrializzazione dei settori tessile ed elettronico. «Sta uccidendo l'industria manifatturiera [americana]», inveiva il senatore Charles Schumer il 18 luglio. «La svalutazione artificiale dello yuan cinese provoca un'inondazione di prodotti stranieri a basso costo con cui le nostre società non possono competere», dichiarava invece la senatrice Elisabeth Dole.
«I cinesi non rispettano gli accordi commerciali... Il dipartimento del tesoro deve studiare il problema e prendere misure appropriate affinché non venga permesso ai cinesi di svalutare la propria moneta continuamente a scapito delle nostre industrie nazionali», aggiungeva il senatore Lindsey Graham (1).
Questa discussione era stata scatenata il giorno prima dal presidente della Federal Reserve Alan Greenspan il quale, testimoniando davanti al Congresso, aveva affermato che la moneta cinese e quella di altre economie dell'Asia orientale erano sottovalutate e che quei paesi non potevano continuare ad accumulare indefinitamente riserve così massicce di valute straniere (2).
Udito il segnale, i senatori chiedevano ufficialmente al dipartimento del tesoro americano di fare pressione sulla Cina perché sopprimesse il controllo dei cambi e lasciasse fluttuare la propria moneta, lo yuan, fissato a 8,3 yuan per un dollaro. Questo furore nazionalista è un po' decaduto ad agosto ma all'inizio di settembre il segretario del dipartimento del tesoro americano, John Snow, in viaggio in Asia, è tornato alla carica esortando la Cina a «lasciare che il mercato fissi il valore della sua moneta». Un comportamento davvero bizzarro da parte di un governo che ha drammaticamente bisogno dell'aiuto di Pechino per affrontare la questione della Corea del Nord e della sicurezza regionale asiatica.
Fu vero miracolo? O solo miraggio?
È comunque il caso di aspettarsi che l'offensiva continui nei prossimi mesi e nei prossimi anni, quando gli Stati uniti si ritroveranno alle prese con deficit crescenti mentre la Cina, uno dei pochi poli di crescita dell'economia mondiale, diventerà l'epicentro dell'integrazione economica regionale in Asia orientale. Questa offensiva contro l'Asia non dipende in realtà soltanto dal ritorno di una diplomazia commerciale americana aggressiva, che riflette la volubilità della propria politica interna. Essa mostra una vecchia preoccupazione causata dall'idea di un prossimo sconvolgimento epocale nella distribuzione del potere economico mondiale a favore dell'Asia orientale e più precisamente della Cina.
L'ambiguità degli Stati uniti rispetto al dinamismo economico delle «tigri» e dei «dragoni» era già percepibile negli anni '80 quando il fiume di commenti sul «miracolo asiatico» veniva accompagnato da avvertimenti allarmistici sul mercantilismo e la minaccia competitiva asiatica. Allora per la prima volta dal 1918 gli Stati uniti diventavano un paese debitore e affrontavano dei deficit nel bilancio e nella loro bilancia dei pagamenti. Come oggi la Cina, il Giappone e le Nazioni di recente industrializzazione (Nis) dell'Asia orientale furono allora accusati di fendere il tessuto industriale dell'Occidente e sottoposti a intense pressioni perché rivalutassero la propria moneta e aprissero la propria economia e il proprio sistema finanziario al commercio e agli investimenti americani.
Nel 1985, l'amministrazione di Ronald Reagan attuò una rivalutazione dello yen del 50% mediante la scappatoia dei cosiddetti accordi del Plaza. Si riteneva che questi accordi, imposti dagli Stati uniti ad alleati strutturalmente dipendenti e senza alcun margine di manovra, avrebbero automaticamente stimolato le esportazioni americane e intaccato la competitività industriale del Giappone. Questa politica, tuttavia, ebbe delle conseguenze inattese: da un giorno all'altro l'apprezzamento dello yen fece del Giappone il primo paese creditore del mondo e accelerò l'integrazione economica regionale in Asia spingendo le società giapponesi a rilocalizzare nel Sud est asiatico le proprie attività per l'esportazione di debole valore aggiunto. Il nuovo spiegamento della capacità manifatturiera giapponese creò rapidamente una divisione regionale del lavoro in Asia orientale imperniata sul Giappone.
Dagli anni '50 agli anni '70, l'economia politica regionale si era organizzata intorno al commercio trans-pacifico ed era caratterizzata dalla dipendenza strutturale dei paesi dell'Asia del nord est sul mercato americano («single market dependance»). Per riprendere l'espressione di Meredith Woo Cumings (3), l'Asia orientale era una «lago americano» e gli Stati uniti avevano spianato la strada alla reindustrializzazione del Giappone grazie alle esportazioni. Lo stato investitore dirigista era tollerato e anche incoraggiato nel quadro di un accordo secondo il quale il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan dovevano essere un bastione di sicurezza e prosperità intorno all'Unione sovietica e alla Cina.
Questi paesi scambiarono dunque la propria sovranità politica con l'accesso senza restrizioni al mercato americano. Fino alla metà degli anni '80, gli Stati uniti assorbivano quindi più di un terzo delle esportazioni del Giappone, il 40% di quelle della Corea e il 44% di quelle di Taiwan. Questa dipendenza strutturale conferì a Washington una notevole influenza politica sui suoi alleati. Dopo gli accordi del Plaza, però, il Giappone diversificò il proprio commercio e i propri flussi di investimento rivolgendosi principalmente al resto dell'Asia orientale. All'inizio degli anni '90, la quota delle esportazioni giapponesi negli Stati uniti si abbassò al 27% e nello stesso periodo la parte giapponese nel commercio intra-asiatico crebbe di 12 punti, passando dal 32% al 44%, un aumento che rifletteva la crescente importanza delle filiali delle multinazionali giapponesi nella divisione regionale del lavoro (4). Nel 1994 il commercio interregionale rappresentava il 48,5% dell'insieme del commercio asiatico e nel 1995 superò il 50%.
Un risultato simile gli Stati uniti non l'avevano né voluto né previsto.
Durante la guerra fredda, il Giappone e più tardi i Nis erano stati «invitati dagli occidentali a comportarsi bene, ma non al punto di minacciarli (5)», e di certo non al punto di candidarsi all'egemonia dell'economia mondiale. Nell'universo del dopo guerra fredda, lo stato interventista asiatico non solo perdeva il suo ruolo strategico, ma agli occhi degli americani e degli europei si trasformava in una minaccia. Per Washington iniziò l'ossessione di un blocco regionale asiatico dinamico.
Nel 1989, Lawrence Summers, che sarebbe diventato sottosegretario al tesoro di Clinton, formulò il problema in questo modo: «Si sta formando un blocco economico asiatico con il Giappone al vertice.
Così è possibile che la maggioranza degli americani che oggi pensano che il Giappone rappresenti una minaccia più grande dell'Unione sovietica, abbiano ragione» (6). Un sospiro di sollievo si fece quindi sentire quando nel 1990 il Giappone sprofondò in un lungo periodo di stagnazione economica in seguito allo scoppio della bolla finanziaria e immobiliare di Tokyo. Per riprendere le parole sdegnate di un autore americano, la crisi dimostrava che «il modello giapponese non era un tipo di capitalismo diverso... ma il residuo di uno stadio anteriore del capitalismo (7)».
La crisi non dimostrava nulla del genere, è chiaro, ma allontanando lo spettro di un blocco asiatico autonomo, dava sollievo a chi in Occidente temeva il declino. E qualche anno dopo, nella grave crisi regionale che l'Asia subì nel 1997-98 si vide un'ulteriore prova della singolarità e della superiorità occidentale (o al contrario dell'infantilismo economico orientale). Come ha notato Chalmers Johnson «autorità ed economisti hanno apertamente espresso la loro soddisfazione» nel veder vacillare la regione sull'orlo del disastro sociale ed economico (8). Charles Krauthammer, scribacchino neo-conservatore che oggi deve la propria fama all'entusiasmo per la guerra e per l'impero, all'epoca scriveva: «Il nostro successo risiede nel modello capitalista americano, più vicino di ogni altro alla visione liberoscambista di Adam Smith. E di sicuro molto più vicino del capitalismo paternalista asiatico, che tanto ha sedotto i detrattori del sistema americano all'epoca della bolla asiatica oggi esplosa (9)». Alcuni ricercatori universitari condividevano la stessa opinione: «La crisi - diceva uno di loro - ha distrutto la credibilità del modello di crescita economica giapponese o dell'Asia orientale (10)».
Greenspan scese nell'arena in prima persona per sostenere che la crisi asiatica era stata provocata dallo stato interventista, ovvero da un'industrializzazione diretta dallo stato e da un'allocazione delle risorse diretta dal governo invece che dal mercato. La crisi, affermò, dimostrava che il mondo si stava inesorabilmente allontanando dal dirigismo a vantaggio della «forma occidentale del capitalismo di libero mercato (11)». In breve «il miracolo» asiatico era bruscamente diventato un «miraggio».
Tra le righe del dibattito bisognava leggere: «gli ultimi arrivati» del capitalismo moderno erano stati rimessi in riga. Dalle due parti del Pacifico, si interpretò la crisi come uno scontro tra Oriente e Occidente e un momento decisivo per l'equilibrio del potere economico mondiale. La gestione americana della crisi del 1997-98 rafforza l'idea che la liberalizzazione aggressiva dei mercati finanziari locali promossa da Washington e dal Fondo monetario internazionale (Fmi) durante e dopo la crisi sia servita come strumento di potere inserendosi in uno sforzo più ampio mirante a «smantellare le politiche dello stato interventista nel mondo intero (12)».
Mentre nel 1994 il Dipartimento del tesoro americano aveva proceduto al salvataggio rapido e decisivo del Messico, nel 1997 gli Stati uniti e i loro partner transatlantici si astennero per mesi dal fare qualsiasi cosa mentre la crisi colpiva l'intera Asia orientale. Un importante piano di salvataggio del Fmi fu messo in atto solo quando venne capita l'ampiezza del fenomeno: il contagio sfuggiva a qualsiasi controllo e la crisi colpiva i mercati mondiali. Per di più, il tesoro americano oppose il veto alla proposta giapponese della fine del 1997 di instaurare un Fondo monetario asiatico (Fma) che avrebbe fornito ai paesi che avevano a che fare con fughe massicce di capitali gran parte delle liquidità necessarie.
Questa proposta fu «rapidamente e... brutalmente schiacciata dal segretario al Tesoro [americano] di allora, Lawrence Summers». Il che, in Asia orientale, confermò l'idea secondo cui «gli Stati uniti erano pronti a tagliar fuori economicamente molti paesi asiatici.
Alcuni pensarono anche che gli americani avessero fretta di trarre profitto dallo stato critico in cui versava l'Asia (13)». Per Washington, il problema stava nel fatto che il Fma avrebbe potuto costituire il nodo di un sistema monetario regionale autonomo che avrebbe fatto concorrenza al Fmi, uno degli strumenti globali dell'egemonia occidentale.
Fu quindi fatto intervenire quest'ultimo, col suo abituale pacchetto di inesorabili politiche di aggiustamento strutturale destinate a salvare i creditori, ad aprire settori protetti dell'economia e a comprimere la domanda interna.
Non vi è dubbio che la crisi sia stata considerata un'occasione per accedere al controllo dei settori strategici protetti delle economie locali. Come sottolinea Daniel Lian del gruppo finanziario Morgan Stanley in un'analisi critica della politica americana: se l'Occidente ha interesse a mantenere «la dipendenza [est asiatica] dalla domanda estera e dalla capacità di produzione detenuta o finanziata da interessi stranieri», vuole anche «poter comprare le economie interne della regione (14)».
Questa politica, i cui risultati furono diametralmente opposti a quelli cercati, si risolse in uno scacco totale,come quando si trattò di rivalutare lo yen. In primo luogo, provocò un'ondata di nazionalismo in tutti i paesi coinvolti. Così le industrie nazionali non furono svendute; anzi, se non per alcune eccezioni come l'Indonesia, la maggior parte dei paesi toccati dalla crisi riuscirono a mantenere il controllo dei loro settori strategici grazie al riscatto da parte dello stato del debito delle aziende private o bloccando la privatizzazione del settore pubblico (si veda il box).
In secondo luogo, questa politica stimolò la cooperazione monetaria regionale. Nel 2000, i paesi asiatici lanciarono l'iniziativa di Chiang Mai (Icm) che mirava a organizzare il coordinamento monetario regionale creando una sorta di Fma informale. Nel 2003, un certo numero di paesi asiatici hanno creato l'Asia Bond, uno strumento monetario comune destinato a mobilitare le enormi riserve di valuta estera accumulate dalla regione a fini produttivi (15). In terzo luogo, per una crudele ironia, indebolendo lo sforzo giapponese di costruzione regionale gli Stati uniti hanno senza volerlo consolidato la posizione strategica della Cina. Fino a quel momento diretta da Tokyo, oggi l'integrazione economica regionale è sotto l'egida di Pechino. La sfida della Cina La Cina, risparmiata dagli effetti diretti della crisi grazie al controllo dei cambi, è diventata dalla fine degli anni '90 l'epicentro delle tendenze integratrici regionali. Questo fenomeno riflette la perdita di dinamicità registrata dal Giappone e il dinamismo dell'economia cinese - la crescita del Pil dal 7,8 nel 2002 dovrebbe raggiungere l'8-9% nel 2003, a dispetto dell'epidemia di Sars, e la Cina nel 2002 è diventato il primo paese di raccolta degli investimenti diretti internazionali (52,7 miliardi di dollari). E dimostra anche l'intenzione geopolitica della Cina di acquistare una posizione centrale in Asia orientale nei decenni a venire.
Nel 2001, le autorità cinesi hanno lanciato l'idea di instaurare, da qui al 2010, zone di libero scambio regionale con il Nord-est e il Sud-est asiatico. Mentre il commercio mondiale è in flessione, gli scambi e gli investimenti tra la Cina e il resto dell'Asia conoscono una forte espansione. In Cina, le esportazioni dell'Associazione delle nazioni del Sud est asiatico (Asean) sono cresciute del 55% nel primo semestre del 2003, raggiungendo i 20 miliardi di dollari su un totale di 70 miliardi di dollari. In effetti, gli scambi della regione con la Cina sono aumentati a un ritmo molto più sostenuto degli scambi asiatici con gli Stati uniti. In Giappone le importazioni dalla Cina sorpassano già le importazioni dagli Usa, e le esportazioni giapponesi in Cina conoscono un aumento regolare. Si rileva la stessa tendenza per quel che riguarda gli scambi bilaterali con la Corea del Sud, la Thailandia, la Malaysia e Singapore (16).
Questi fenomeni indicano che siamo di fronte alle prime fasi della costruzione di un'economia politica regionale cinese. Per Pechino questa prospettiva presenta numerosi vantaggi: ridurrà la dipendenza del paese dal mercato americano e la sua vulnerabilità alle pressioni e alle crisi esterne. Le reti di interdipendenza costruite con il resto dell'Asia agiranno come una specie di tampone tra la Cina e gli Stati uniti.
Per quanto riguarda il resto della regione, le conseguenze di questo sviluppo sono più ambigue. Il Giappone, da tempo il paese più avanzato, rivaleggia con Pechino per il controllo della regione, sebbene le sue multinazionali investano sempre di più in Cina. Forse questa competizione sarà utile ai paesi dell'Asia orientale che non hanno nessuna voglia di scambiare una dipendenza strategica (americana) con un'altra (cinese). Inoltre, dato il profilo di produzione dei paesi in via di sviluppo della regione e la loro specializzazione ristretta in settori dal basso valore aggiunto (elettronica, tessile), per essi la Cina rappresenta una grossa sfida sul piano della concorrenza.
Il regionalismo giapponese ha generato un'industrializzazione superficiale e non una modernizzazione profonda del Sud est asiatico. Visto il notevole scarto che separa i paesi sviluppati (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore) dai meno sviluppati (Malaysia, Thailandia, Indonesia, Vietnam) e le rivalità regionali, si dovrà attendere a lungo prima di veder costituito un sistema regionale asiatico coerente.
È necessario che le tendenze a lungo termine vadano in questa direzione . Sotto numerosi aspetti si può paragonare questo fenomeno strutturale a quello che ha condotto gli Stati uniti a diventare una potenza economica egemonica, processo interrotto ma non fermato dalla depressione degli anni '30. Visto il gran baccano che si fa a proposito della moneta cinese è chiaro che l'Occidente dovrà passare attraverso un'autentica rivoluzione copernicana prima di accettare questo fatto di buon grado.

Luther Blisset

note:


(1) «Senators urge Treasury to take action to get China to float its currency», http://schumer.senate.gov.

(2) «Fed's calls for yuan float grow louder», in International Herald Tribune, Paris, 17 luglio 2003.

(3) Meredith Woo-Cumings, «East Asia's American Problem» in Past as prelude, Westview Press, Boulder, Colorado, 1993.

(4) Si veda Claude Pottier, Les multinationales et la mise en concurrence des salariés, l'Harmattan, Paris, 2003.
(5) Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 2003.
(6) Citato da Richard Katz, The System that Soured: The Rise and Fall of the Japanese Economic Miracle, M. E. Sharpe, 1998, p. 9.
Gli europei hanno espresso punti di vista simili. Nel 1991, il primo ministro francese Edith Cresson pronunciò delle parole altrettanto infelici che fecero molto rumore: il Giappone, disse nel 1991, è un «sistema ermeticamente chiuso» che «vuole conquistare» l'Europa e il mondo.
(7) Ibid, p. 7.

(8) Chalmers Johnson, Blowback, the Costs and Consequenses of American Empire, Metropolitan Books, New York, 2000, p. 6.

(9) Citato da Chalmers Johnson, ibid. p. 6.

(10) Donald K. Emmerson, «Americanizing Asia», in Foreign Affairs, New York, maggio giugno 1998. Vedi anche Philip S. Golub, «Modello occidentale e identità orientale. Il dilemma giapponese», in Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1999.

(11) Alan Greenspan, «The ascendance of market capitalism», discorso pronunciato davanti all'Annual Convention of the American Society of Newspaper Editors, Washington, D.C., 2 aprile 1998.

(12) Immanuel Wallerstein, «America and the World: The Twin Towers as Metaphor», Charles R. Lawrence II Memorial Lecture, Brooklyn College, New-York, 5 dicembre 2001.

(13) Bernard K.Gordon, «A High Risk Trade Policy», in Foreign Affairs, New York, luglio-agosto 2003, p. 110.
(14) Daniel Lian, «Mr. Thaksin's role in the East-West Dichotomy», Morgan Stanley Economic Trends Reports, New York, 25 luglio 2003.

(15) Insieme il Giappone e la Cina detengono 900 miliardi di dollari di riserve in valuta straniera (rispettivamente 560 et 340 miliardi di dollari), essenzialmente sottoforma di buoni del Tesoro americano.
Se vi si aggiungono le riserve di altri paesi est asiatici si arriva a una cifra che sorpassa i mille miliardo di dollari. In altri termini, l'Asia orientale finanzia il debito e il consumo americani.

(16) Bernard K. Gordon, op. cit, p. 111.

euge
21-04-04, 21:34
senz'altro uno dei migliori thread del forum
:clap:

ispe
31-01-06, 14:57
La Cina supera anche la Francia

La Cina travolge anche Francia e Gran Bretagna e diventa la quarta potenza economica mondiale. Davanti a lei, ormai, restano solo Germania, Giappone e Stati Uniti. Sono aperte le scommesse su quanti anni ci vorranno all'Impero di mezzo per soppiantare anche gli Usa. Un mese fa Pechino aveva rivalutato il suo pil del 2004 e tolto all'Italia il sesto posto. Ieri il direttore dell'ufficio centrale di statistica Li Deshui ha annunciato che nel 2005 il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 9,9% (quasi 2 punti in più dell'obiettivo fissato all'inizio dell'anno dal primo ministro Wen Jiabao). Il pil ammonta a 2.225 miliardi di dollari. Nel 2004 il pil della Francia era stato di 2 mila miliardi di dollari, quello della Gran Bretagna di 2.140 miliardi di dollari. L'anno scorso il primo dovrebbe essere cresciuto dell'1,6%, il secondo dell'1,8%. Sulla carta, quindi, il sorpasso da parte della Cina dovrebbe essere certo. Per ristabilire le proporzioni, il pil cinese va ovviamente diviso per un miliardo e 300 milioni di abitanti. La Cina avanza inesorabilmente, pur restando un paese dove 800 milioni di persone hanno un reddito annuo sotto i 400 dollari. Nonostante gli appelli ufficiali a rallentare la crescita, la produzione industriale cinese nel 2005 ha segnato un +11,4%. Gli investimenti sono cresciuti del 25,7%. L'inflazione è stata contenuta all'1,8%. Le esportazioni costituiscono il 34% della ricchezza prodotta (4 punti in più rispetto al 2004). Il settore immobiliare e quello dell'acciaio sono a rischio di superproduzione. I tentativi del governo d'incentivare i consumi non hanno avuto un grande successo.

«Le formiche cinesi risparmiano il 45% del pil, le cicale americane si indebitano, l'Europa resta in equilibrio», riassume al summit di Davos Jacob Frenkel, vice presidente di Aig, primo gruppo assicurativo statunitense. Secondo Frenkel sta cambiando il «centro di gravità» dell'economia mondiale. Min Zhu, primo consigliere del presidente della Bank of China, conferma e rilancia: «La Cina ha ancora spazio per crescere, il pil è ancora sottovalutato». Rappresenta «solo» il 5% del pil mondiale, ma ben il 20% della crescita economica globale del 2005. «Usa e Giappone non sono più i motori dell'economia mondiale», sentenzia Min Zhu.

ispe
08-11-06, 16:52
La «nuova alleanza» fra Cina e Africa
Pechino lancia la sfida Un altro modello politico e di affari per il continente
Un vertice sino-africano senza precedenti si chiude nella capitale cinese sancendo il passaggio africano dal «Consenso di Washington» al «Consenso di Pechino». Nuovi contratti, prestiti, interventi d'aiuto cementano un'intesa che promette di dare battaglia all'Onu, e non solo

Luther Blisset

L'Africa dal «Consenso di Washington» al «Consenso di Pechino»? Il trasloco sembra ormai avvenuto, mentre nella capitale cinese si sono da poche ore spente le luci abbaglianti dello storico vertice sino-africano che domenica si è chiuso con una dichiarazione congiunta letta dal presidente cinese Hu Jintao, il premier d'Etiopia, Meles Zenawi (che nel 2003 ha ospitato il primo Forum Cina-Africa) e da Hosni Mubarak, eterno presidente egiziano (che ospiterà il Forum del 2009). «Proclamiamo qui solennemente la costituzione di un nuovo tipo di alleanza strategica tra Cina e Africa» hanno detto davanti ai leader, tra capi di stato e di governo, di 48 paesi africani che per una settimana si sono riuniti nella capitale cinese, invasa e stravolta da un evento che non aveva precedenti nella storia cinese, ma neppure in quella mondiale.
Una buona dose di retorica ingolfa in genere le dichiarazioni finali, e questa non fa eccezione, ma è un vero intento politico quello espresso nel passaggio in cui si afferma «proponiamo di aumentare la cooperazione sud-sud e un nuovo dialogo nord-sud per promuovere uno sviluppo sostenibile dell'economia globale che consenta a tutti i paesi di condividere i suoi benefici». Al quale segue immediatamente il paragrafo «Sosteniamo che l'Onu dovrebbe rafforzare il proprio ruolo attraverso le riforme, prestare più attenzione alla questione dello sviluppo e considerare una priorità la crescita della rappresentanza e della parola dei paesi africani nelle agenzie dell'Onu».
E' tutto in questi passaggi il nuovo «soft power» cinese, una diplomazia felpata che ha come slogan «il pacifico sviluppo» mondiale ma è guidata da una ferma determinazione ad assumere un ruolo di primo piano nello spingere la governance mondiale verso una nuova multipolarità. Non si tratta dunque solo di affari, o accaparramento di materie prime in una sorta di «neocolonialismo» (accusa rivolta sempre più spesso a Pechino da noti colonialisti d'antan), anche se questa diplomazia sarebbe perdente se non fosse sorretta dagli «hard deals». Accordi commerciali, finanziari, di investimento e di aiuto che domenica da Pechino hanno avuto nuovo impulso: 1,9 miliardi di dollari in intese commerciali, 5 miliardi fra prestiti e crediti agevolati all'esportazione entro tre anni, impegno a raddoppiare l'attuale interscambio commerciale (attualmente 50 miliardi di dollari) entro il 2010, costituzione di un fondo di sviluppo per la costruzione di scuole e ospedali, formazione professionale per 15mila studenti africani, apertura di almeno tre zone di cooperazione speciale nell'Africa subsahariana, azzeramento delle tariffe doganali su 440 prodotti africani.
Certo, Pechino ha saputo colpire e affondare nel punto più fragile del globo. L'Africa malata, sfruttata, dissanguata dai conflitti ma sempre ricchissima di materie preziose e strategiche per i ricchi del pianeta, ha aperto ancora una volta le braccia ai «nuovi» partner che sembrano avere regole del gioco certo spregiudicate ma meno strozzine e ipocrite di quelli che li hanno preceduti. La non intromissione negli affari interni ribadita dalla Cina sulla base dei Cinque principi di Coesistenza Pacifica è criticata violentemente come difesa dei peggiori leader africani. Ma almeno ha la «virtù» di non selezionare fra ceffi cattivi e ceffi buoni solo perché amici. Su 53 paesi africani, 48 si sono riuniti a Pechino (gli altri 5 riconoscendo Taiwan). Nessun altro, e di certo non gli Stati uniti, avrebbe potuto fare altrettanto
Piaccia o meno è dunque una sponda politica che la Cina ha offerto a tutta l'Africa per uscire dal ghetto politico in cui la fine della Guerra Fredda l'aveva di nuovo chiusa (anche se a suo tempo anche il bipolarismo si era rivelato talvolta una tenaglia).
«I cinesi stanno facendo più del G8 per consegnare la povertà alla storia» ha dichiarato Sahr Johnny, ambasciatore della Sierra Leone a Pechino «Non stanno a discutere sull'impatto ambientale, i diritti umani, il buon governo. Non dico che è giusto. Dico che gli investimenti cinesi hanno successo perché non pongono condizioni troppo elevate». E' stato così che quando la Nigeria aveva bisogno di rafforzare la sicurezza nel delta del Niger, gli Stati uniti hanno esitato e la Cina è intervenuta subito offrendo motovedette. E quando l'Angola aveva bisogno di 2,5 miliardi di dollari di prestiti e il Fondo Monetario esigeva troppo, Pechino ha messo mano alla propria cassa.
In cambio, ha avuto petrolio (l'Angola è oggi il primo fornitore di greggio alla Cina), contratti di prospezione in nuovi giacimenti, compartecipazioni nell'industria petrolifera e mineraria del continente africano. Oltre che fosfati dal Marocco, rame e cobalto dalla repubblica democratica del Congo e dallo Zambia, platino dal Sudafrica, legname dal Camerun e dal Gabon.
E' vero, non è più Bandung, non sono i valori dei non-allineati ad essere affermati nella nuova alleanza strategica, che rispecchia perfettamente i tempi grami che corrono. Stavolta la Cina dà battaglia nello stesso campo, quello dell'economia globale, competitiva, sviluppista. In un amaro sfogo consegnato al New York Times, un anonimo diplomatico del Benin lamentava «Noi siamo uno stato marxista-leninista, abbiamo alle spalle 30 anni di relazioni con la Cina popolare, che ora ci ignora per andare in Gabon. Questo significa che la Cina non ha amici, ha solo degli interessi».