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Vecchio 26-12-04, 12:03   #10 (permalink)
borgyn
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Pero'!La riduzione della spesa per interessi (12 miliardi di euro)

La nota di aggiornamento al Dpef prevede una spesa per interessi pari al 5,1 per cento del PIL nel 2004. Ciò equivale a supporre un tasso di rendimento medio sul debito pubblico pari al 4,9 per cento, superiore di circa un punto rispetto al tasso di crescita del PIL nominale stimato per il 2004. Il tasso di interesse reale sui titoli pubblici, programmato per il 2004, è infatti del 2,8 per cento. In tal modo, la quota della rendita finanziaria sul reddito complessivo continuerà a crescere a danno dei redditi da lavoro, come succede ininterrottamente da oltre un decennio. Queste previsioni di rendimento del debito pubblico sono superiori in maniera abnorme rispetto ai tassi di interesse di mercato attualmente vigenti.
Per rendersene conto basta esaminare l'attuale situazione nei mercati finanziari. Il tasso ufficiale di sconto nell'UEM è oggi pari al 2 per cento. Il rendimento lordo all'emissione dei BOT a 12 mesi collocati a giugno è stato pari all'1,86 per cento, dei CTZ a 24 mesi all'1,88 per cento, dei BTP a tre anni al 2,12 per cento, dei BTP a 5 anni al 2,57 per cento, dei CCT a 7 anni del 2,21 per cento, dei BTP a 10 anni al 3,92 per cento, dei BTP a 15 anni al 4,37 per cento, dei BTP a 30 anni al 4,98 per cento. Il tasso medio di riferimento per i mutui ipotecari alle famiglie, stabilito sulla base della legge anti-usura, è oggi pari al 4,15 per cento. Il tasso di riferimento per il credito agevolato alle attività produttive nel mese di ottobre è pari al 4,70 per cento. E' quest'ultimo un vero e proprio paradosso: i prestiti concessi alle imprese garantite dallo Stato pagano un interesse minore di quello pagato dallo Stato sui propri debiti!
Come si vede dalla differenza positiva tra tasso ufficiale di sconto e tassi a breve, le aspettative dei mercati finanziari per i prossimi due anni sono di una ulteriore riduzione dei tassi di interesse nominali. Il maggior livello del tasso di inflazione (2,9 per cento) rispetto ai tassi a breve, indica inoltre un'aspettativa di tassi di interesse reali abbondantemente negativi.
In questa situazione di mercato, allora, stabilire sul debito pubblico un tasso medio nominale del 4,9 per cento e un tasso medio reale del 2,8 per cento, come fa il Governo, equivale a rinunciare ad ogni rimodulazione degli strumenti di debito per ridurre l'esborso dello Stato, cioè equivale a sostenere massicciamente la rendita finanziaria. Eppure le possibilità di una significativa riduzione degli oneri finanziari sul debito esiste con gli strumenti ordinari, senza cioè ricorrere a misure straordinarie di rimborso anticipato e forzoso del capitale prestato (che pure andrebbero prese in considerazione, dato che sono in circolazione ancora per molti anni titoli pubblici con rendimento anche superiore al 10 per cento annuo!). Nel corso del 2003 ci sono 394 miliardi di titoli pubblici in scadenza (pari al 28,6 per cento del debito totale) e nel 2004 i titoli da rinnovare ammontano a 264 miliardi di euro (pari al 18,6 per cento del debito previsto). Nel biennio 2003-2004 quindi il debito da rinegoziare è pari al 47,2 per cento del debito totale. Se si collocassero i nuovi titoli ad un tasso mediano tra quelli delle ultimi emissioni (cioè con un rendimento medio del 2,9 per cento) il tasso di rendimento medio sul debito totale si ridurrebbe al 3,6 per cento. La minore spesa per interessi ammonterebbe nel 2004 a ben 18,5 miliardi di euro! Invece dei 69 miliardi di interessi presenti negli obiettivi programmatici per il 2004, si potrebbero pagare 50,5 miliardi.
Un'operazione di questo tipo, avrebbe certamente l'effetto di accorciare fortemente il profilo temporale delle scadenze del debito che oggi è pari a 5,67 anni. Tuttavia, questa operazione è necessaria in un momento in cui la curva dei tassi di interesse è molto ripida, con un differenziale ampio tra tassi a lunga e tassi a breve. Ad esempio, l'emissione di un nuovo BTP trentennale per 2,75 miliardi di euro al tasso del 4,98 per cento avvenuta nello scorso mese di maggio o il rinnovo di BTP a 15 anni per 8 miliardi di euro a tassi intorno al 4,5 per cento avvenuto nel primo semestre 2003, rappresentano scelte incomprensibili rispetto all'esigenza di minimizzazione degli oneri del debito. Scelte di questo tipo rispondono più agli interessi dei mercati finanziari che a quelli di una corretta gestione delle finanze pubbliche. L'allungamento del profilo temporale del debito pubblico, la cui vita residua è passata da 1,13 anni nel 1982 agli attuali 5,67 anni, era giustificata quando la curva temporale dei tassi era più piatta rispetto a quella attuale e quando era necessario procedere ad un consolidamento del debito per evitare improvvise crisi finanziarie dello Stato. Oggi, tuttavia, si può tranquillamente sopportare una limitata riduzione della scadenza media del debito senza incorrere in rischi di alcun tipo per la stabilità finanziaria dello Stato.
In conclusione, mantenendo un atteggiamento molto prudente e individuando un obiettivo di rendimento medio sul debito pubblico nel 2004 pari al tasso di interesse di riferimento per i mutui ipotecari alle famiglie (4,15 per cento), che rappresentano in ogni caso una forma di investimento finanziario ben più rischiosa e molto meno liquida dell'acquisto di titoli pubblici, vi sarebbe una maggiore disponibilità di risorse nel bilancio 2004 pari a 12 miliardi di euro.
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