3 marzo 2004
Bianchi: «Erano tre le offerte per Bipop»
«I soggetti interessati a Bipop erano tre». Parola di Bruno Bianchi, ex capo della Vigilanza della Banca d’Italia, di recente «pensionato» in esecuzione di una sentenza del giudice del lavoro. Arriva dunque da uno degli uomini più fidati del governatore Antonio Fazio la smentita alla sbrigativa versione fornita al Parlamento dal presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, secondo cui Bipop era «una banca che nessuno voleva». Il 22 maggio 2002 Bianchi fu interrogato dalla procura di Brescia come «persona informata sui fatti» nell’ambito dell’inchiesta sulla banca bresciana. Finanza & Mercati è in grado di rivelare la ricostruzione che Bianchi fornì ai pm bresciani in merito agli eventi che portarono all’operazione Capitalia, nata dall’aggregazione tra Bipop e Banca di Roma. A partire dall’ottobre 2001, in concomitanza con lo scandalo delle gestioni garantite «iniziò a porsi il problema di una sostanziale acquisizione della Bipop da parte di un altro polo bancario». «Da un lato - dichiarava l’allora capo della Vigilanza - c’era la Popolare di Lodi», il cui progetto «venne valutato in modo interlocutorio in quanto invitammo questo istituto a sviluppare meglio la sua proposta». In lizza c’era anche la Bpm, la cui proposta era legata al pegno sulla quota del 10% dell’imprenditore Mauro Ardesi. Il progetto dell’istituto milanese prevedeva «un intervento finanziario di alcune banche popolari nonché di una banca estera collocata in Italia». Per questi motivi e per il fatto che «la banca era ancora sottoposta a un impegno patrimoniale per circa 1.900 miliardi legato all’acquisto della Banca di Legnano», nonché per la presenza di «un organo sindacale che influisce sulle decisioni del cda», il piano Bpm non venne ritenuto adeguato. Al contrario, «il piano presentato dalla Banca di Roma venne valutato positivamente sia per il tipo e le dimensioni dei due istituti, sia perché consistendo in uno scambio di azioni non comportava un grande impegno finanziario da parte della Banca di Roma». Non è tutto, però. Prima ancora che si cercasse un «sostanziale» compratore per l’istituto bresciano, approssimativamente tra l’aprile e l’agosto del 2001, si era parlato di intermediari disponibili a entrare nell’azionariato Bipop. «In particolare - è sempre Bianchi a parlare - posso riferire dell’iniziativa condotta dalla Ras che però si bloccò per incomprensioni fra le controparti». Su questo punto, tuttavia, la versione di Bianchi diverge da quella fornita da Fabrizio Tedeschi, interrogato dai pm bresciano il giorno prima. L’11 aprile 2001, l’allora capo della Divisione intermediari della Consob si era recato in Banca d’Italia con tre consiglieri Bipop: Luca Ferrarini, Roberto Silva e Alessandro Spaggiari. «Bianchi - fece mettere a verbale Tedeschi - disse che questa società (la Ras, ndr) non era tutta a partecipazione italiana e quindi era meglio trovare un altro acquirente. Fu così che io li misi in contatto con il dottor Profumo dell’Unicredito: preciso che l’indicazione di tale istituto venne fatta proprio da Bianchi che insisteva per l’acquirente italiano».
Alla fine, il compratore fu individuato in un istituto «romano de Roma», Banca di Roma appunto. Così italiano che il principale azionista attuale, con una quota del 9%, è Abn Amro, una banca olandese. Forse era meglio lasciar fare al mercato.
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