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Vecchio 14-07-03, 00:40   #9 (permalink)
overthecounter
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Per rtb: grazie per aver apprezzato il mio intervento, visto che la discussione è di interesse propongo ancora qualche considerazione sull'argomento.

Per quanto riguarda le riserve della BCE il limite del 15% è nello statuto, il rimanente sono asset in valuta estera (dollari ed yen); trovi i dettagli sul sito della BCE stessa (www.ecb.int e cerca "reserves", non è un sito fatto benissimo -);. Interessante notare che se invece si considera l'"eurosistema" (BCE + Banche Centrali Nazionali) la percentuale di riserve in oro aumenta fino ad oltre il 30%; inoltre tali riserve sono "marked to market" ovvero contabilizzate a prezzi di mercato garantendo una correlazione positiva tra euro ed oro (è noto invece che oro e dollaro sono correlati negativamente). Una disussione più dettagliata su: http://www.goldseek.com/cgi-bin/news...1041454311.php

Quanto allo yuan ritengo che attualmente non sia ancora pronto per affiancarsi alle valute forti (il capitalismo cinese è ancora giovane, inoltre dal punto di vista politico hanno ancora parecchia strada da fare), ma l'impressionante ritmo di crescita unito alla determinazione delle autorità a far emergere il loro paese come potenza economica mondiale fanno presumere un notevole rafforzamento del ruolo dello yuan nello scenario valutario globale.

Per Skepsi: certamente ci sono gli organismi internazionali che cercano di intervenire per porre rimedio agli squilibri del sistema economico (un esempio è proprio il monito della BIS alla Cina di cui si fa riferimento nell'articolo che ha originato queste discussioni). Tuttavia gli strumenti di intervento sono piuttosto limitati ed in ultima analisi possono solo esercitare pressioni economico-politiche sugli attori del sistema affinchè contribuiscano volontariamente a riequilibrare le variabili macroeconomiche.

Un sistema tipo il gold-standard, come spiega bene Greenspan (che tristezza, proprio lui! -); nel suo saggio, ha invece delle regole "automatiche" e vincolanti di riequilibrio nel caso qualche governo abbia il credito troppo facile o la moneta troppo svalutata. La richiesta (o minaccia) di de Gaulle relativamente al riscatto delle proprie riserve può essere interpretato come un tentativo di riequilibriare il sistema del dollar-standard che però portò alla fine del sistema stesso.

Il fatto è che le regole dell'economia e quelle della politica spesso sono in contrasto tra loro: la disciplina del gold-standard è sempre stata detestata politici e banchieri perchè pone loro dei limiti "solidi" alla spesa pubblica ed all'erogazione di credito, al contrario della fiat-money con la quale possono inflazionare il sistema a volontà.

Un'analisi approfondita della crisi del 1929, fatta proprio da Greenspan, mostra come essa fu causata, in ultima analisi, dal mancato rispetto della disciplina monetaria: il gold-standard venne momentaneamente "ammorbidito" per cercare di evitare una recessione, la liquidità in eccesso pompata nel sistema si riversò sull'azionario e la speculazione fece il resto.

Ripercorrendo la storia dal 1971 in poi è possibile vedere come l'aumento della massa monetaria USA, svincolata dall'obbligazione di convertibilità, abbia avuto un impennata notevole portando l'oro da $35 a $800 dollari l'oncia in pochi anni. Di seguito l'affermarsi della potenza militare ed economica americana, il mito di una crescita continua ed inarrestabile, il boom dell'azionario USA (più altre vicende meno edificanti raccontate con precisione dal GATA) hanno contribuito a far emergere definitivamente il re-dollaro ed a cacciare nel dimenticatoio il "relitto barbarico" (infelice espressione di Keynes).

Il recente apprezzamento del metallo giallo (quest'anno ha toccato i $380/oz, dai circa $250 all'inizio 2002), subito liquidato dai commentatori convenzionali come fuoco di paglia di un asset ormai da pensionare, fornisce invece un'importante indicazione: i mercati stanno probabilmente cominciando a restituire all'oro il ruolo monetario (e non di semplice commodity quindi!) che gli fu "usurpato" trent'anni or sono dal biglietto verde.

Arrivando ai giorni nostri, è possibile notare come il mondo (soprattutto asiatico) si sia organizzato per produrre beni da vendere agli americani in cambio dei loro dollari (o di asset in essi denominati); i vari paesi asiatici fanno a gara per svalutare le proprie monete e competere per l'agognato biglietto verde.

Il consumatore USA è al centro del sistema economico mondiale (il 75% del GDP USA è costituito da consumi privati) ed un fiume di dollari e TBond comincia fluire verso l'esterno alimentando fondi e riserve di mezzo mondo. E' facile intuire che un tale sistema può reggere solo finchè ci sono soldi da spendere: nel 2000 la bolla dell'equity è scoppiata facendo venir meno l'"effetto ricchezza" sia per i consumatori che per le imprese.

Nell'attesa che queste ultime si risollevino (e quindi riprendano ad investire, assumere, con conseguente aumento dei redditi dei consumatori e della loro capacità di spesa), la FED ha pensato di puntellare i consumi favorendo l'emergere di una enorme bolla immobiliare, grazie alla quale gli insaziabili consumatori americani possono rifinanziare la propria abitazione a tassi bassi ottenendo liquidità per continuare a spendere come prima (un commentatore che non ricordo ha usato la seguente illuminante espressione: "Americans have transformed their houses into ATMs" (Gli Americani hanno trasformato le loro case in Bancomat). Tuttavia questo ha provocato un notevole incremento dell'indebitamento personale e l'emergere di una pericolosa speculazione (Stephen Roach non esita a definirla bolla) sui TBond lunghi, favorita dalle manipolazioni dei tassi al ribasso.

Il governo USA dal canto suo ha varato drastiche misure di sostegno all'economia (tagli di tasse e spesa pubblica) che stanno provocando deficit di bilancio sempre più profondamente rossi.

La situazione attuale è quindi quella di un sistema economico globale dove la valuta di riferimento (dollaro) è gravata da livelli di deficit ed indebitamento non sostenibili a lungo. Buona parte del debito USA è in mano a stranieri (soprattutto Giappone ed ultimamente Cina) per i quali tuttavia non è conveniente liquidarlo (adesso) pena un rafforzamento della propria valuta, meno esportazione, meno produzione, disoccupazione, ecc. E pertanto sopportano le consistenti perdite dovute all'indebolimento del dollaro pur di tenere in piedi il sistema: le sorti dei creditori sono legate in maniera inscindibile a quella del debitore.

Ed è questo il motivo per cui la Cina fa orecchie da mercante alle richieste di fluttuazione dello yuan: attualmente non è per loro conveniente, almeno finchè il loro mercato interno non sarà abbastanza maturo da sostituire almeno parzialmente il consumatore USA, e le loro riserve saranno meno vulnerabili rispetto ad una violenta svalutazione del dollaro. Inoltre non possono assolutamente permettersi turbolenze sociali (ad esempio dovute a eventuale aumento della disoccupazione) in quanto metterebbero in serio pericolo la permanenza al potere dell'attuale dirigenza.

Come evolverà la situazione ? Nessuno lo sa con certezza. Certo è preoccupante vedere come il sistema valutario globale sia così vulnerabile e come le sue variabili macroeconomiche tanto lontane dall'equilibrio.
Nè può rassicurare il fatto che le misure di stampo keynesiano che la FED e governo USA stanno attuando ricordino molto quelle provate dal Giappone per far ripartire l'economia negli anni 80, i cui disastrosi risultati sono sotto gli occhi di tutti.

A mio modesto parere il nodo della questione sta nella ricerca, da parte della politica, di una economia in continua crescita, senza recessioni importanti, dove tutti vivono (e votano) per sempre felici e contenti. Le leggi economiche, che nel lungo periodo non possono essere ingannate, invece indicano che l'andamento è ciclico, e che le recessioni sono dolorose ma necessarie per liquidare il debito accumulato e gli investimenti non produttivi e far ripartire l'economia in maniera sostenibile.

Le misure messe in atto in USA sono tese ad evitare (o quantomeno posticipare il più possibile) la fase recessiva; tuttavia se la situazione delle loro imprese non migliora rapidamente (e sono in molti a pensarlo) si ritroveranno comunque in recessione con in più un mare di debiti.

A tal punto sono ipotizzabili due possibili scenari, e c'è da scommetere che gli USA opteranno per quello che più conviene a loro (e non necessariamente al resto del mondo dollaro-dipendente):

1 decidono di salvare il dollaro ed accettano una fase deflazionistica di liquidazione dei debiti, con tutte le conseguenze che questa porta (fallimenti, licenziamenti, calo generalizzato tenore di vita)

2 decidono di sacrificare il dollaro e monetizzano il debito del sistema (scenario (iper-?)inflazionistico)

Un mix dei precedenti scenari potrebbe portare, secondo alcuni, al "peggio dei due mondi", ovvero alla stagflazione (deflazione dei prezzi asset interni ed inflazione di quelli importati)

Tutto questo ragionamento per sostanziare le grandi preoccupazioni riguardo alla stabilità del sistema valutario globale, che in ulima analisi è in mano alla FED; se ci fosse un stato un sistema più onesto, disciplinato dal gold-standard (o simile), non ci troveremmo in questa brutta situazione.

Forse noi europei, con tutti i nostri limiti, siamo culturalmente più portati ad uno sviluppo economico più moderato e basato su risparmio ed investimenti (e non su credito e consumi come gli USA). Questo unito con l'euro, la disciplina di Maastricht, l'allargamento verso nuovi mercati (est) e con la lodevole gestione della BCE da parte di Duisembreg (che ha resistito alle pressioni verso una "scorciatoia americano-giapponese" fatta di tassi bassi e credito facile) penso ci consentirà di limitare i danni nel caso di "major pains" del dollaro.
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