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Vecchio 10-10-01, 20:22   #3 (permalink)
microalfa
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Un importante soggetto delle nuova economia globale è sicuramente l'Unione europea. Cosa pensa della moneta unica?

Io non sono mai stato un sostenitore dell'euro, che considero come un grande gioco d'azzardo. Ma se l'Europa sarà fortunata, potrebbero trarne dei vantaggi utili anche agli Stati Uniti.

Perché la moneta unica sarebbe un gioco d'azzardo?

Nella pratica, entrando nell'euro, i Paesi membri hanno deciso di rinunciare ai meccanismi di aggiustamento disponibili fino a ieri, che servivano molto quando i fenomeni economici e politici interessavano i vari Stati in modo diverso. Facciamo l'esempio dell'unificazione della Germania. Quel processo è costato molto caro a Bonn e tutti i Paesi che avevano le loro monete ancorate al marco hanno sofferto. Italia e Gran Bretagna, invece, hanno lasciato fluttuare le proprie divise, superando molto meglio degli altri la situazione di crisi. Con la moneta unica questa autonomia non esisterà più. Quindi se avverranno nuovi shock, tutti saranno colpiti allo stesso modo, senza possibilità di scampo.

Non esistono altri strumenti per ripararsi dalle possibili crisi?

Se congeli il meccanismo di aggiustamento dei cambi, l'alternativa per rispondere a una situazione di crisi diventa avere una grande flessibilità dei prezzi, dei salari, e delle regole per le assunzioni e i licenziamenti. Nessun Paese europeo mi sembra in possesso di questi strumenti.

Una critica ricorrente, avanzata contro il trattato di Maastricht, riguardava la rigidità dei parametri. Molti osservatori ritengono che continuare a rispettare queste regole sarà complicato.

Io ho sempre creduto che i parametri di Maastricht non avessero senso. Se prendi la decisione politica di fare una moneta unica, non hai bisogno di tutti quegli accessori. L'euro, se non ricordo male, è il primo caso nella storia dell'economia di un processo forzato di unione monetaria.

Ma Paesi come l'Italia non avevano comunque bisogno di uno stimolo esterno per diventare un po' più virtuosi?

L'Italia ha fatto un grande lavoro per entrare nell'euro, e forse la moneta unica spingerà tutti a una maggiore responsabilità e flessibilità. Ora però l'interrogativo è quanti di questi progressi sono veri, e quanti invece stanno solo sulla carta. Comunque Roma, se vuole riuscire a restare nella moneta unica, deve fare obbligatoriamente due cose: rendere più flessibile la sua politica dei prezzi e dei salari e alleggerire il peso dello Stato.

Lei però ha detto che l'euro potrebbe portare anche dei vantaggi. Quali sono?

Dobbiamo chiarire un equivoco. Io penso che la moneta unica sia un progetto nobile, con uno scopo molto alto: favorire lo sviluppo di un'unione politica europea, in modo da rendere più difficili in futuro le guerre, che hanno dilaniato il Vecchio Continente durante il secolo scorso. Però non credo che la strada giusta per ottenere l'unione politica sia realizzare prima quella monetaria. Semmai bisognerebbe fare il contrario.

Ma il «funzionalismo» in Europa ha una lunga tradizione, anche relativamente fortunata. Perché l'euro non dovrebbe favorire la coesione politica?

Secondo me la rende più difficile. Supponiamo che domani avvenga una recessione in qualche Paese membro dell'euro. A quel punto, per difendersi, l'Italia potrebbe avere bisogno di una politica economica diversa da quella della Germania, tipo svalutare il cambio o aumentare la circolazione della moneta. Roma però non avrà più una banca centrale autonoma, in grado di mettere in pratica questa politica. Dunque l'Italia si troverà davanti a due scelte: o accetterà di soffrire in silenzio, o farà saltare l'Unione, avviando l'impossibile meccanismo per uscire dalla moneta unica. Situazioni del genere potrebbero provocare gravi contrasti, facendo correre proprio i rischi politici che l'euro vorrebbe prevenire. Per i governi, infatti, diventerà difficile controllare i cittadini, se la gente comincerà ad avere l'impressione che la moneta unica danneggia la loro vita.

Lei però non ci ha ancora parlato dell'altra faccia della medaglia, ossia i potenziali vantaggi dell'Euro a cui aveva accennato all'inizio.

Naturalmente questi scenari negativi del gioco di azzardo, che ho descritto, scatterebbero solo se si verificasse una crisi. Se invece l'Europa sarà fortunata, e i prossimi anni saranno tranquilli, la scommessa potrebbe funzionare. In quel caso i vantaggi economici sarebbero chiari: una moneta unica favorisce gli scambi e i consumi, diminuisce i costi, facilita gli investimenti, e quindi potrebbe promuove anche l'occupazione.

Tutto questo processo che effetti avrà sugli Stati Uniti?

Anche qui c'è un grande equivoco da chiarire. Quando il governo americano dice di essere favorevole a un'Europa forte è sincero, perché una moneta unica solida conviene anche all'America. Se Washington è preoccupata, lo è nella stessa misura di Bruxelles, come un alleato. Infatti se l'Unione non funzionerà, la prima a risentirne sarà l'Europa, che pagherà con recessione, disoccupazione e instabilità politica. Subito dopo però gli Stati Uniti accuseranno il colpo, tanto dal punto di vista economico, quanto da quello politico, perché il vostro continente resta il nostro partner principale.

Ma l'ex segretario al Tesoro Rubin non ha mai fatto mistero di volere un dollaro forte, e il suo successore O'Neill non l'ha ancora smentito: l'euro non potrebbe diventare un concorrente pericoloso sulla scena internazionale?

Questo è il terzo grave equivoco da chiarire: un euro forte non provoca automaticamente un dollaro debole e a Washington conviene per diverse ragioni pratiche. Infatti avere l'unica moneta globale in circolazione genera vantaggi, ma anche costi. Ad esempio le riserve in dollari delle bance centrali straniere sono fatte in titoli del Tesoro, su cui noi americani paghiamo gli interessi. Una moneta così forte e diffusa, poi, ci rende anche più vulnerabili e se avviene una crisi come quella asiatica ne risentiamo più rapidamente. Washington amerebbe condividere queste responsabilità con un euro solido: ma chi può giurare sulla direzione che prenderà la moneta unica europea?

Qualche indicazione già esiste. Nei primi tempi di esistenza, l'euro ha perso valore rispetto al dollaro. Come giudica questi segnali?

È davvero troppo presto per parlare, e chi pretende di valutare l'andamento di una nuova moneta dopo così poco tempo di vita, fa un lavoro superficiale. Nonostante il mio scetticismo, devo dire che la partenza dell'euro mi ha impressionato in modo positivo, perché i Paesi membri hanno fatto davvero uno sforzo notevole di allineamento e disciplina. A mio avviso, però, nel lungo termine la partita si giocherà tutta sulla flessibilità del mercato del lavoro. Se l'Europa agirà in questo settore, le possibilità di successo aumenteranno; se non lo farà, la moneta unica resterà soprattutto un gioco d'azzardo.

Bill Clinton si vantava spesso di aver creato milioni di posti di lavoro: il merito del buono stato dell'economia americana durante la sua presidenza era davvero del capo della Casa Bianca?

Il merito era della situazione politica, perché avevamo un presidente democratico e un Congresso a maggioranza repubblicana. Questo ha impedito a Clinton di far passare leggi e quindi ha consentito all'economia di svilupparsi in libertà.

In questi anni, però, è stato raggiunto il pareggio del bilancio e ora c'è un forte surplus. Di chi è qui il merito?

Il merito è dello scontro avvenuto fra il Congresso repubblicano e il presidente democratico, che nel 1995 portò al blocco delle attività dello Stato. Questa paralisi legislativa ha impedito ai politici di spendere i soldi del surplus. L'altro elemento che ha consentito di raggiungere il pareggio del bilancio, poi, è un sistema fiscale ingiusto, dove se il reddito di un americano sale del 10 per cento, la quantità di tasse da pagare aumenta molto di più.

Adesso dopo quasi dieci anni di crescita continua, l'economia americana ha cominciato a frenare. Cosa sta succedendo?

Negli Stati Uniti c'è un rallentamento che può diventare recessione. E, se arriva qualche guaio imprevedibile, potremmo anche scivolare nella depressione. Ma questo è successo anche nel passato e ne verremo fuori senza danni permanenti al Paese. La struttura della nostra economia rimane solida e ci sono tutte le condizioni per rimetterla in moto.

Perché non è d'accordo con i suoi colleghi, che prevedono il sorpasso dell'Europa?

Perché devono spiegarmi quali sono i fattori di lungo termine su cui basano questa previsione, a parte il rallentamento degli ultimi mesi. L'Europa continua ad avere una disoccupazione molto alta, la moneta unica resta debole e le riforme strutturali di cui avete bisogno non sono partite. Può darsi che il Vecchio continente si rilanci davvero, ma questo avverrà solo se comincerete ad affrontare sul serio problemi come la flessibilità, la struttura e il costo dei salari, le pensioni e le regolamentazioni varie che frenano l'imprenditoria.
Non lo dica all'ormai famoso «popolo di Seattle».
Non capiscono che il nuovo sviluppo economico conviene a tutti, compresi loro. Non capiscono che bloccarlo penalizza tutti, comprese le persone che in teoria vorrebbero aiutare.

Quindi lei non vede il rischio di una recessione globale?

Chi sta davvero nei guai, secondo me, è il Giappone. È andato alla grande negli anni ottanta, ma poi ha sbagliato tutto. Ora ha una politica monetaria restrittiva, deflazione, e un sistema bancario inefficiente che nessuno cerca di riformare. Il futuro per il Giappone potrebbe ancora essere brillante, ma senza questi interventi i problemi continueranno e aumenteranno.

Negli Stati Uniti c'è un nuovo presidente, che vuole un taglio alle tasse da 1600 miliardi di dollari. Secondo lei è davvero necessario?

È desiderabile, non necessario. Voglio dire che va fatto perché è giusto, non perché è uno strumento di rilancio dell'economia. Al momento, negli Stati Uniti il rapporto tra il reddito prodotto e le tasse raccolte è ai massimi storici, e quindi è ora di ridurlo. Se questo non avviene, il governo si ritroverà con una quantità enorme di denaro, che finirà per spendere nella maniera sbagliata, ingolfando l'economia invece di rilanciarla. Io mi fido molto di più dei singoli individui, e sono certo che se restituiremo i soldi con i tagli alle tasse, loro li spenderanno in un modo salutare per il Paese.

Negli ultimi mesi la Fed ha limato il costo del denaro. Se la riduzione delle imposte non serve al rilancio immediato dell'economia, per evitare o limitare la recessione serviranno altri tagli dei tassi?

Io mi fido del giudizio della Federal reserve, che non ha bisogno dei miei consigli. Però mi sembra che sia entrata in una nuova fase, e continuerà ad abbassare il costo del denaro fino a quando sarà necessario. Credo che questa sia la via giusta.

In America e in Europa c'è chi sta celebrando il funerale della new economy e di Internet. Hanno ragione?

No. Qui bisogna distinguere il problema finanziario da quello economico. In borsa c'era una bolla speculativa sui titoli tecnologici, che aveva gonfiato l'indice Nasdaq. Era un'esagerazione e ora quella bolla è scoppiata. Può darsi che alcune azioni scendano ancora, ma il grosso della correzione è avvenuto. Adesso si riparte, imparando dagli errori del passato. Sul piano economico, però, l'innovazione tecnologica rimane la forza trainante. Ci sono molti margini di progresso, ad esempio nelle biotecnologie, e Internet è solo all'alba del suo sviluppo.

Lei sarebbe favorevole alla flat tax del 15 per cento, ossia una tassa unica uguale per tutti, come proponeva il miliardario ed ex candidato presidenziale repubblicano Steve Forbes?

Sarebbe una buona cosa, ma non riusciremo mai ad averla, perché il sistema fiscale attuale serve ai politici per finanziarsi.

In questi ultimi anni, restando fedele al suo liberalismo, lei si è impegnato in alcune cause che hanno fatto discutere. Ci può spiegare, ad esempio, perché si è schierato a favore della legalizzazione della droga?

Perché i danni fatti dal sistema attuale mi sembrano chiari e dovrebbero essere chiari a tutti. La questione della legalizzazione della droga taglia gli schieramenti partitici e infatti ci sono persone di destra e di sinistra che la sostengono. La mancanza di una caratterizzazione ideologica di questo problema dimostra proprio che i danni del proibizionismo sono riconosciuti ad ampio raggio.

Un'altra battaglia che lei conduce da oltre quarant'anni, prima ancora del suo incontro con Ronald Reagan, è quella per la scelta nel campo dell'istruzione. Perché, secondo lei, lo Stato dovrebbe finanziare la scuola privata?

Lo Stato non dovrebbe finanziare la scuola privata, ma il diritto dei genitori di decidere dove mandare i loro figli. E dovrebbe farlo perché l'attuale sistema educativo americano è il più ingiusto al mondo: non c'è altro settore in cui i poveri e le minoranze siano più penalizzati. Chi ha i soldi, infatti, può scegliere quale istruzione ricevere, facilitando il proprio successo nella vita. Chi non li ha invece si deve accontentare dell'offerta pubblica esistente e in questo modo viene condannato a restare indietro, anche se paga regolarmente la sua quota di tasse allo Stato.

Come dovrebbe avvenire questo finanziamento della scelta dei genitori?

Sono stati discussi vari metodi, dalle detrazioni fiscali fino ai vouchers, ossia gli assegni consegnati dallo Stato alle famiglie, per girarli poi alle scuole private selezionate per i figli. Io preferisco i vouchers, perché sono contrario all'uso del fisco come strumento per indirizzare le politiche sociali. L'importante, del resto, è che esista un legame diretto e certo fra la concessione del finanziamento, e il suo uso per l'istruzione dei giovani.

Ma questo intervento dello Stato a favore della scuola privata non indebolirebbe gli istituti pubblici, penalizzando gli studenti che comunque sono costretti a frequentarli?

Assolutamente no. Sul piano della gestione dell'istruzione, un intervento del genere provocherebbe solo il rilancio della competizione fra le scuole pubbliche e quelle private. La competizione non ha mai fatto male a nessuno, e il suo risultato più probabile sarebbe produrre uno sforzo di miglioramento da parte degli istituti pubblici, per riuscire a reggere la concorrenza di quelli privati. Sul piano amministrativo, invece, la soluzione che io propongo finirebbe per rafforzare la disponibilità economica della scuola di Stato.

Ma come? I soldi a disposizione degli istituti pubblici non diminuirebbero?

In senso assoluto sì. Però aumenterebbe la percentuale di soldi a disposizione per ogni alunno. In America, infatti, per ogni studente lo Stato paga alle scuole pubbliche il doppio del costo di una retta presso un istituto privato. Quindi se una famiglia decidesse di optare per il voucher, ritirerebbe solo la metà dei soldi statali stanziati per il proprio figlio. Con quel voucher il ragazzo potrebbe pagare la sua retta per frequentare un istituto privato, ma lascerebbe metà dei soldi nelle casse della scuola pubblica. In questo modo la quantità totale dei finanziamenti a disposizione dell'istruzione statale diminuirebbe, ma dato che alcuni studenti andrebbero negli istituti privati, la percentuale di soldi a disposizione per ogni singolo alunno aumenterebbe. Ciò consentirebbe alla scuola pubblica di concentrare le proprie risorse su un numero di utenti più ristretto, avendo però più soldi per curarli. Se uniamo questo sviluppo allo stimolo provocato dalla concorrenza con l'istruzione privata, possiamo sperare non solo in una maggiore equità del sistema dal punto di vista delle scelte dei genitori, ma anche in un generale miglioramento del livello degli istituti statali. Sarebbe un passo molto importante non solo per una questione di giustizia, ma anche perché l'istruzione è lo strumento decisivo per avere successo e pari opportunità nella società contemporanea.

Quali sono gli ostacoli principali per raggiungere questo obiettivo?

Io e mia moglie Rose abbiamo creato una fondazione per promuovere questa causa e le resistenze principali vengono dal sindacato degli insegnanti delle elementari e delle medie, che non vogliono perdere il loro monopolio sull'istruzione.

Non c'è anche un problema di confusione fra Stato e Chiesa, se i finanziamenti pubblici dovessero arrivare anche alle scuole private religiose?

È un argomento che non regge. Quando alla fine della seconda guerra mondiale il Congresso approvò il G.I. Bill, che serviva a finanziare il ritorno agli studi dei militari impegnati nel conflitto, non c'era alcuna clausola che impediva a un ex soldato di iscriversi a università come Notre Dame o Georgetown. Perché allora dovremmo imporre un veto alle famiglie che vogliono mandare i loro figli a scuole elementari e medie gestite da religiosi?

Con questa discussione abbiamo attraversato un secolo di storia economica e politica, dalla Grande depressione del 1929 ai giorni nostri. Quando lei si iscrisse all'università, l'intellettuale che dominava il campo era John Maynard Keynes: oggi, secondo molti osservatori, lei ha preso il suo posto. Qualche tempo fa, un giornale americano ha pubblicato una vignetta su un ristorante cinese. Un cliente apriva un biscotto della fortuna e faceva questa battuta: «Ehi, la Repubblica popolare sta veramente mollando le redini! Il mio messaggio nel biscotto della fortuna è una citazione di Milton Friedman». Lei, però, ci ha detto che non si considera ancora il vincitore del dibattito economico del secolo.

Sul piano delle idee forse sono un vincitore, ma su quello della pratica no. Io non mi considero un conservatore, come molti mi etichettano, perché il conservatore vuole lasciare le cose come stanno. Credo piuttosto di essere un radicale, nel significato originario della parola, che vuol dire andare alla radice dei problemi. Sul piano delle idee, penso di essere andato alla radice dei temi che mi interessavano. Ma sul piano dell'azione dei governi, i cambiamenti non sono ancora avvenuti. Ci vuole tempo e bisogna avere pazienza.

(Intervista di Paolo Mastrolilli tratta da Fondazione Liberal)
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