LA REALTA' INVENTATA… non dalla psicologia ma dalla… fisica!
Nel precedente capitolo abbiamo esaminato la capacità da parte dell'operatore psichico di intervenire sulla realtà alla luce di conoscenze e considerazioni di tipo storico e antropologico, ma le altre aree della scienza attualmente confermano con le loro ricerche quanto noi già sappiamo, infatti era estremamente improbabile che una qualsiasi tradizione abbia potuto mantenersi valida e inalterata attraverso i secoli fino ai nostri giorni se fosse stata basata soltanto su trucchi, mistificazioni e menzogne.
Noi, ripetiamo, dopo tutto non abbiamo più alcuna familiarità con gli stati straordinari di coscienza ben noti invece agli sciamani, e questa circostanza sicuramente limita qualsiasi nostra possibile osservazione sullo sciamano e la sua magia che non svelerà mai tutti i suoi segreti all'osservatore intruso, specie se quest'ultimo respinge come patologico il regno psicologico estatico, fondamentale per le pratiche dello sciamano. Le descrizioni obbiettive dell'antropologo non possono mai catturare pienamente l'essenza dello sciamanesimo, così come uno scienziato non può descrivere il Davide di Michelangelo unicamente con una analisi della struttura molecolare del marmo in cui fu scolpito.
Negli ultimi tre decenni scoperte in fatto di psicologia sperimentale hanno confermato che il modo d'intendere il mondo di una persona potrebbe effettivamente modificarne la realtà (noi già lo sappiamo perché abbiamo visto che sono le aspettative del medico che guariscono mediante l'effetto placebo). Questa idea fa a pugni con la concezione canonica della mente, suggerendo che essa possa realmente cambiare a distanza alcuni eventi: che possa «spostare la materia» e quindi modellare il mondo che ci circonda.
Watzlawick pone in evidenza la significativa ricerca che tenderebbe a raffreddare certi entusiasmi dello psicologo Robert Rosenthal dell'Università di Harvard, nota come l'esperimento della Oak School. Questo studio riguardò una scuola con seicentocinquanta studenti e diciotto professoresse. All'inizio dell'anno scolastico fu detto al corpo insegnante una cosa falsa: che un nuovo test sull'intelligenza, assegnato a tutti gli studenti, avrebbe potuto non solo determinare i loro quozienti d'intelligenza ma anche individuare quel 20 per cento degli studenti che in quell'anno scolastico avrebbero compiuto un progresso intellettuale più rapido e consistente. Dopo lo svolgimento dei test, alle insegnanti furono dati i nomi degli studenti che, stando alle previsioni basate sui test, avrebbero avuto un profitto migliore. Ma in realtà esse furono ingannate, perché i nomi furono presi a casaccio dall'elenco degli allievi. Quindi la differenza fra questo gruppo di studenti e il resto del corpo studentesco esisteva soltanto nelle menti delle insegnanti. Alla fine dell'anno scolastico lo stesso test sull'intelligenza fu assegnato alle varie classi. I risultati? Il gruppo «dotato» dimostrò reali incrementi al di sopra della media nel loro quoziente intellettuale. Per giunta, le valutazioni soggettive delle insegnanti indicarono che questi studenti erano più spigliati, cordiali e intellettualmente curiosi degli altri.
Che cos'era successo? Ci sono molti modi di spiegare il risultato di questo studio. Potremmo dire che nelle insegnanti fu indotta una «predizione autorealizzatasi» che concretizzarono dedicando, inconsciamente, un'attenzione maggiore agli studenti «dotati», dando loro un vantaggio che si manifestò nel punteggio finale del test. Dopo tutto, gli insegnanti amano avere allievi dotati e quindi non è irragionevole sospettare che queste professoresse abbiano svolto con attenzione ed empatia straordinarie i loro compiti «speciali».
Ma la spiegazione del risultato di questo esperimento, come vedremo, è per noi invece chiara alla luce delle conoscenze già acquisite.
Esso non è spiegabile unicamente mediante dai principi noti della psicologia sperimentale, secondo cui le menti sono separate e isolabili a singoli individui. La psicologia deve ricorrere per queste spiegazioni a ipotesi sul funzionamento della mente più audaci di quelle che finora è stata disposta a contemplare . In effetti può dimostrarsi più semplicistico credere che sul nostro pianeta esistano 5 miliardi di menti separate e individuali, che suggerire l'esistenza di una sola mente (mente ctonica) non localizzata che si manifesta attraverso persone diverse. Se la mente è non localizzata, se qualcosa come una mente allargata, universale o di gruppo è reale: se queste possibilità esistono, non sarebbe del tutto irragionevole supporre che le convinzioni delle insegnanti abbiano modificato le presentazioni degli studenti «speciali» identificandosi empaticamente con loro e realizzando gli effetti osservati; infatti se la mente è davvero non localizzata dovrebbe esisterne una sola, a cui appartenevano le menti sia delle insegnanti sia degli studenti.
A questo proposito ricordiamo che esiste un concetto del funzionamento mentale che è del tutto idoneo ad accettare le esperienze di una mente ctonica e non localizzata come sane e normali: il modello sviluppato dallo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung.
La stessa vita di Jung fu un pregnante esempio di come esperienze non localizzate possano irrompere nella vita di tutti i giorni. Dalla gioventù alla vecchiaia, egli esperimentò frequenti eventi che esercitarono una profonda influenza nel suo sviluppo di una psicologia del transpersonale, del transpaziale e del transtemporale.
Jung è uno dei più grandi esploratori della vita mentale degli esseri umani del nostro secolo.
In un primo tempo collaboratore di Freud, si dissociò da lui perché si convinse che le teorie freudiane non arrivavano a una piena spiegazione della mente. Freud insisteva sulla repressione degli istinti sessuali come spiegazione delle afflizioni della psiche umana: un modello preponderantemente «localistico» della malattia mentale che enfatizzava rigide categorie di tempo, spazio e persona.
Jung si spinse più oltre, ed elaborò un modello della psiche decisamente non localistico.
Molte delle radicali intuizioni di Jung derivavano dalle sue esperienze, in particolare dai suoi sogni. «Giorno dopo giorno noi viviamo lontano, oltre i limiti della nostra coscienza», concluse. «A nostra insaputa, anche la vita dell'inconscio procede dentro di noi... comunicandoci alcune cose... fenomeni di sincronia, premonizioni e sogni».
Elaborando per decenni la propria vita psichica, nonché trattando migliaia di pazienti e analizzando i loro sogni, Jung giunse alla certezza che l'umanità possiede una precisa eredità psichica. Essa consiste di fenomeni fondamentali per la vita che si esprimono a livello psichico, cosi come altre caratteristiche ereditarie si manifestano a livello fisico.
Tali fenomeni comprendono «fattori psichici» che non sono limitati a singole persone, famiglie o razze. Queste «predisposizioni universali della mente» sono analoghe alle forme di Platone o alle categorie logiche che sono dovunque presenti come postulati fondamentali della ragione: la differenza consiste nel fatto che sono categorie dell'immaginazione, non categorie della ragione. Mutuando il termine da Sant'Agostino, Jung le chiamò archetipi. Esse abbondano nella vita di ciascuno e assumono la forma di motivi familiari: storie religiose, miti, sogni, fantasie spontanee e visioni. Lo strato inconscio della psiche è composto di queste forme dinamiche universali che Jung chiamò inconscio collettivo.
Secondo Jung l'inconscio collettivo presenta le caratteristiche della mente ctonica che finora abbiamo visto. Esso non potrebbe essere definito nello spazio o nel tempo, e trascende l'individualità singola per abbracciare tutte le menti. Come egli scrisse: «L'inconscio... ha il suo 'tempo' poiché passato, presente e futuro si fondono assieme in esso».
Non c'è dubbio che Jung credeva anche nel concetto della Mente Unica, ctonica. «Giacché tutte le distinzioni svaniscono nella condizione inconscia», affermò, «è logico che anche la distinzione fra menti separate dovrebbe scomparire. Dovunque c'è un abbassamento del livello conscio, riscontriamo casi d'identità inconscia.»
Jung si rendeva conto che una delle manifestazioni comuni della mente inconscia era il fondamentale senso mistico di unicità e di unione con tutto quello che contiene. Questa esperienza, come lo stesso inconscio collettivo, era universale. Jung la chiamò: «il farsi uno trascendente»; un'esperienza che metteva una persona in contatto con la Mente Unica. Ma in definitiva questa Mente Universale e la mente singola erano una sola e la medesima.
«Significa [questo] che la Mente non è che la nostra mente? 0 che la nostra mente è la Mente? Indubbiamente è vera la seconda ipotesi... non c'è un peccato di orgoglio in ciò; al contrario, è una verità perfettamente accettata [in Oriente], mentre da noi [in Occidente] essa equivarrebbe a dire 'io sono Dio'».
Ma anche se può sembrare blasfemo per l'occidentale riconoscere una cosa del genere, sottolineò Jung, era nondimeno un'«incontestabile esperienza mistica» presente in tutte le tradizioni religiose, sia orientali sia occidentali.
Jung credeva fermamente nell'immortalità, e questo si armonizzava con la sua certezza che la Mente è al di là delle limitazioni del tempo. «[La nostra] psiche si spinge fino a una ragione che non subisce le costrizioni del mutamento nel tempo né delle limitazioni dello spazio», dichiarò. «I due elementi del tempo e dello spazio, indispensabili per il cambiamento, sono relativamente privi d'importanza per la psiche... [La] psiche è fino a un certo punto non soggetta alla corruttibilità». Ma la situazione è paradossale: per poter conoscere l'immortalità dobbiamo ugualmente renderci conto che siamo mortali. «La sensazione dell'infinito», ribadì, «...può essere raggiunta soltanto se perveniamo a un massimo grado di limitazione. Quando ci riconosciamo come unici... cioè in ultima analisi limitati... possediamo anche la capacità di diventare consci dell'infinito. Ma solo allora!».
Rivolgere l'attenzione alle manifestazioni della Mente atemporale era per Jung il dovere catartico di ogni essere umano. Questo compito è particolarmente arduo nella nostra epoca perché abbiamo spostato tutto il nostro interesse sul «qui e adesso»: sul fare, sul consumare, sull'aspetto pratico della vita, sul «progresso» materiale. Ma la Mente Una non può essere inscatolata nel «qui e adesso», perché è infinita ed eterna. E, poiché la sua «qualità» di spazio e tempo è diversa da quella a cui attribuiamo comunemente valore, ce ne troviamo esclusi. Il risultato è patologico: noi siamo diventati vittime dei nostri impulsi inconsci, il nostro mondo è stato reso un inferno. Al contrario, il nostro compito nella vita, insegnò Jung, è «esattamente l'opposto: diventare consci dei contenuti che premono dall'inconscio». Dobbiamo «creare sempre più coscienza». Solo in questo modo possiamo realizzare «l'unico scopo dell'esistenza umana [:] ... accendere una luce nelle tenebre della vera esistenza».
Jung non era d'accordo con la tendenza delle religioni occidentali di considerare l'anima come qualcosa di pietosamente piccolo, indegno, personale e soggettivo e mise in rilievo le contraddizioni intrinseche di questa concezione. Com'era possibile, per esempio, che un'entità tanto piccola e indegna fosse immortale? Intorno a noi, ribadì, ci sono prove che è vero il contrario: l'anima è meravigliosamente illimitata. Ed egli dedicò un'intera vita all'impresa di accumularle. Poté così concludere: «L'anima sicuramente non è piccola; è invece la stessa radiante Divinità».
Qual è la relazione fra l'anima e la coscienza? Per Jung la coscienza umana è «la manifestazione invisibile e intangibile dell'anima». Perciò il compito di «creare sempre più coscienza» diventa l'equivalente di riscoprire l'anima e di riprendere contatto con la Divinità interiore. Queste considerazioni ci pongono nella condizione di iniziare a capire perché probabilmente tutto ci è possibile…!
Ma lasciamo questo interessantissimo tema per riprenderlo in seguito e ritorniamo ancora per un po’ ai nostri esperimenti.
Prima di effettuare l'esperimento di Oak School, Rosenthal, ha fornito i dati raccolti in uno studio analogo effettuato con i topi che fu ripetuto e confermato da molti altri studiosi. A dodici studenti di un corso di psicologia sperimentale furono tenute lezioni sulla possibilità di trasmettere a certi topi, mediante la selezione genetica, la capacità di rispondere positivamente o meno ad alcuni test. Poi, a sei studenti fu assegnato un gruppo di trenta topi che furono spacciati come discendenti da un ceppo superiore, e quindi abili o rapidi nell'apprendere. Agli altri sei studenti furono dati trenta topi e fu loro detto il contrario: i loro animali erano, per motivi genetici, più tardi nell'apprendimento. In realtà non c'era nessunissima differenza genetica nei roditori: tutti venivano da un ceppo particolarmente omogeneo, del tipo sempre usato in questo tipo di esperimenti di psicologia sperimentale e tutti gli animali furono addestrati allo stesso esperimento sulla capacità di apprendimento. I topi considerati superiori dai loro addestratori si comportarono effettivamente meglio fin dall'inizio e portarono i loro punteggi molto al di sopra di quelli totalizzati dagli esemplari «non intelligenti». Al termine di questo esperimento durato cinque giorni, fu chiesto agli osservatori di valutare soggettivamente i loro animali. Gli addestratori che erano convinti di aver lavorato con soggetti superiori li valutarono di conseguenza. Riferirono che erano curiosi, intelligenti e simpatici, e che giocherellavano spesso con loro, accarezzandoli e coccolandoli. Invece gli studenti che «sapevano» di avere trattato con topi non intelligenti espressero giudizi negativi su di essi.
Possiamo spiegare il risultato di questo esperimento come il consueto genere di «pregiudizio dell'osservatore?».
Non potremmo ipotizzare che i risultati positivi siano da ricondurre alla sottile influenza dell'interazione giocosa e affettuosa fra gli sperimentatori e i loro topi «dotati?».
Se le cose stanno così, niente distingue la spiegazione dei risultati di questo studio da quella solitamente fornita circa l'esperimento di Oak School: tutto dipende dai sottili suggerimenti, dall'empatia e dai vantaggi di un insegnamento preferenziale, provenienti involontariamente dall'insegnante o dallo sperimentatore.
Non c'è dunque nessun bisogno, secondo quest'ottica, di suggerire che le menti degli sperimentatori abbiano influito sulla performance dei topi. Dopo tutto, gli studenti sono ragazzi gentili (non tutti), e inoltre spesso i topi di laboratorio sono creature graziose; ci si poteva quindi attendere dell'empatia e dei sentimenti positivi nei confronti di ciascuno dei due gruppi di soggetti. Ma manteniamo le spiegazioni chiare, semplici ed economiche. Non scordiamo il rasoio di Occam: secondo questa regola aurea della scienza, enunciata nel quattordicesimo secolo dal filosofo inglese Guglielmo di Occam, la migliore delle spiegazioni è quella che impiega il minor numero di congetture. «Moltiplicare le proprie ipotesi» oltre il minimo indispensabile è proibito, ed è questo che faremo tirando in ballo effetti «mentali» e il concetto della mente ctonica.
Addentriamoci invece nel regno degli esseri viventi, questa volta il mondo dei vermi che, verosimilmente, la maggior parte della gente non trova straordinariamente degni di simpatia e di tenerezza. Nel 1963 due ricercatori, Lucian Cordaro e J.R. Ison, rivelarono i risultati di uno straordinario studio su di un lombrico primitivo, la planaria, risultati che, a loro avviso, non erano spiegabili attraverso le consuete interpretazioni dei modi d'interazione fra gli sperimentatori e i soggetti di studio.
Dato che le planarie hanno cervelli, sia pur rudimentali, si pensava che potessero essere capaci di compiti molto semplici come imparare la direzione da prendere all'incrocio di una galleria da laboratorio. Questi esperimenti erano molto comuni nelle università americane negli anni Cinquanta; in quello di Cordaro e Ison, esattamente come nell'esperimento della Oak School e nello studio or ora menzionato sui topi, agli sperimentatori fu fatto credere di avere a che fare con due gruppi diversi di vermi, alcuni geneticamente dotati o intelligenti, altri stupidi e incapaci. Questa convinzione determinò risultati analoghi a quello che abbiamo già osservato negli altri due studi: i lombrichi che gli osservatori credevano più dotati ottennero risultati superiori apprezzabili nei loro compiti di apprendimento.
Anche se la soggettività degli sperimentatori interveniva nello studio sotto forma di aspettative circa la performance dei vermi, è molto improbabile che i risultati possano essere spiegati attraverso veri e propri attaccamenti emotivi fra gli osservatori e i loro soggetti. Infatti, come Paul Watzlawick osserva con una punta di arguzia nel suo rapporto su questo studio, «a questo stadio primitivo di sviluppo [di tali vermi, c'è] poco spazio per l'attaccamento emotivo».
In tutti e tre questi esperimenti, con ragazzi, topi e vermi, è inoltre importante notare che ci troviamo di fronte non semplicemente a conclusioni soggettive ma a risultati misurati. In ciascuno di questi studi, gli effetti poterono essere quantificati numericamente e i loro dati numerici variano nella stessa direzione delle predizioni mentali e delle aspettative degli insegnanti o degli sperimentatori.
Non è allora possibile che sottili suggerimenti possano agire in modi per noi invisibili e inspiegabili fino al punto da plasmare il comportamento dei soggetti, anche fra esseri umani e lombrichi?
Ovviamente si determina una qualche interazione si tratta solo di capire quale. Dovunque intervengono effetti di empatia, e dovunque si abbia un interscambio emotivo positivo fra sperimentatore e soggetto, possiamo attenderci che questi fattori modifichino i risultati. Ma è difficile credere che i suggerimenti, in tutti e tre questi esperimenti, possano essere spiegati completamente nel modo consueto: interazioni basate unicamente su scambi verbali, tattili o visuali, o con qualche altro comportamento vicendevole mediato fisicamente. Il problema è che questi tipi d'interazioni non sembrano essere sempre presenti, specie quando la forma di vita interessata non evoca negli sperimentatori calore e simpatia, come di solito avviene con i vermi.
Quale che sia la spiegazione scelta, è ovvio che noi diamo forma al nostro quadro della realtà, e neppure la protezione della scienza può sempre impedire il nostro ruolo di partecipazione.
Watzlawick così pone il dilemma sollevato da questi strani studi e spiega la nostra reazione tipica nei loro confronti: Proprio perché tutti questi esperimenti minano le nostre concezioni fondamentali, è fin troppo facile liquidarli con un'alzata di spalle e tornare alla comoda concezione della nostra solita routine.
Il fatto, per esempio, che psicologi molto favorevoli all'uso di test ignorino questi risultati estremamente sconvolgenti e continuino a sottoporre a test persone e animali con l'accanimento di sempre e la pretesa di «obiettività» scientifica, è soltanto un piccolo esempio della determinazione con cui ci arrocchiamo nelle nostre difese quando la nostra abituale visione del mondo viene minacciata.
Un'altra alternativa è quella di spiegare questi esperimenti dicendo che si è trattato di un evento psicocinetico in cui una mente individuale «muove la materia» in maniera ancora incomprensibile «spingendo» il comportamento degli studenti, dei topi e dei lombrichi in una particolare direzione. Ma una tale mente sarebbe non localizzata ossia ctonica e i suoi effetti si determinerebbero chiaramente al di fuori del cervello.
Se veramente non è localizzata né ristretta all'individuo, appare possibile la sua fusione con altre simili, fino a formare la Mente Unica.
La psicocinesi, quindi, parrebbe una particolare manifestazione della Mente Unica non localizzata, non fondamentale in sé e per sé.
Indubbiamente negli esperimenti che abbiamo preso in considerazione ci furono sottili interazioni che modificarono i risultati finali degli studenti, dei topi e dei vermi; alcune di queste interazioni erano di natura fisica: suggerimenti non intenzionali a cui si ricorre di solito per spiegare il «pregiudizio dello sperimentatore».
La più sottile interazione, però, può consistere in ciò che Watzlawick chiama «comunicazione umana», questa «comunicazione» sta rivelando da un punto di vista scientifico qualcosa di completamente diversa da quanto ammesso dalle odierne teorie. Probabilmente i fatti noti circa la comunicazione umana, e la comunicazione fra esseri umani e altre specie, si renderanno comprensibili soltanto attraverso il concetto di mente non localizzata, la Mente Unica, un'avvolgente unione della mente, una "coscienza universale" che coinvolge le menti di tutti, insegnanti, sperimentatori, studenti, topi e perfino vermi.
Il condizionamento telepatico come abbiamo visto nei capitoli precedenti è solo un aspetto, sicuramente il più immediato ed utilitaristico per nostri fini, ma il concetto di Mente Universale , come vedremo apre orizzonti molto più ampi ed interessantissimi in questo panorama.
Per i collezionisti delle prove di laboratorio, citiamo anche dei casi ti trasmissione psichica di informazioni ottenuti in laboratori di sperimentazione statunitensi, nei quali sono coinvolti degli altri animali
In un esperimento, ad una cagna e a uno dei suoi cuccioli fu insegnato ad accucciarsi ogni volta che veniva alzato un giornale arrotolato. Poi i cani furono messi in una stanza separata e il cucciolo fu ripetutamente minacciato, nello stesso momento in cui si acquattò, la madre faceva lo stesso.
In un altro studio, una femmina di boxer fu collegata a un elettrocardiogramma in una stanza insonorizzata, mentre la sua padrona si trovava separata da lei in una stanza lontana insonorizzata. Poi, all'improvviso, uno sconosciuto irruppe nella stanza e si mise a inveire contro la donna minacciandola con violenza. In quel momento l'apparecchio registrò un fulmineo e drammatico aumento delle pulsazioni cardiache della cagna nella stanza anch'essa insonorizzata.
Oltre che negli uomini ci sono alcuni esperimenti ormai dei classici che mostrano senza ombra di dubbio da un punto di vista scientifico le capacità degli animali di infrangere le limitazioni spaziali e temporali e questo ci introdurrà in seguito in un mondo ancor più affascinante, con ulteriori approfondimenti inerenti i nostri poteri mentali e a come utilizzarli per i nostri scopi.
In una significativa serie di esperimenti iniziati da Pierre Duval ed Evelyn Montredon in Francia, e portati avanti in America da Walter Levy, dei gerbilli e dei criceti furono messi in una gabbietta divisa in due scomparti uguali. Il divisorio era abbastanza basso da permettere agli animali di superarlo senza difficoltà. A intervalli di circa un minuto veniva applicata al pavimento una scossa elettrica di cinque secondi: la sequenza degli impulsi elettrici era determinata a caso da un generatore appositamente predisposto. La motivazione degli animali era presumibilmente quella di evitare il dolore saltando nel lato della gabbietta a cui non era inviata la scossa. Ma come facevano a prevedere quale parte sarebbe stata elettrificata subito dopo? Essi non potevano indovinare una sequenza precisa perché non esisteva: le scosse erano inviate a casaccio. Eppure sembravano conoscerla, poiché, quando le posizioni degli animali furono registrate elettronicamente e i dati analizzati con il computer, i gerbilli e i criceti riuscirono in qualche modo a trovarsi al posto giusto per evitare le scosse, in una percentuale molto superiore a quella attribuibile al caso. Questo studio suggerisce perlomeno la possibilità che la "mente" dei gerbilli e dei criceti, se così possiamo definirla, non si limita al presente, ma può estendersi al futuro, esaminarlo e fornire utili informazioni all'animale.
Ma non potrebbe trattarsi di un caso di telepatia, la quale, secondo la teoria di Boone, può avvenire se le menti di tutti gli esseri viventi sono unite in un "universale serbatoio della mente"?
Se questo modello fosse veritiero è possibile che gli sperimentatori fornissero telepaticamente ai soggetti l'informazione loro necessaria per evitare le dolorose scosse; non però in questo esperimento, perché neanche gli sperimentatori sapevano quale metà della gabbietta avrebbe ricevuto la scossa successiva, dato che la sequenza dipendeva completamente da un generatore randomizzato (random = casuale).
In un altro studio in cui alcuni animali parvero dimostrarsi in grado di conoscere il futuro, gli sperimentatori C.E.M., Bestall e James Craig misero dei ratti e dei topi in un labirinto che offriva loro due scelte. Gli animali furono capaci di prevedere quale delle scelte fosse quella giusta e di dirigersi nella giusta direzione, anche se la scelta corretta fu assegnata solo dopo, mediante un procedimento affidato al caso.
Studi di questo tipo lasciano sospettare che le menti degli animali possano violare l'«adesso». Ma essi possono anche violare le limitazioni spaziali e agire nella giusta maniera anche oltre il «qua».
Questa "Mente Universale" non è limitata ai singoli osservatori, anche se si manifesta attraverso di loro, creando l'illusione di un sé separato e la sensazione di un ego in possesso di una mente a sé stante.
Ma la prova di gran lunga più sconcertante derivante dallo studio degli animali che esista una Mente Unica Universale in grado di infrangere le limitazioni spaziali sono sia gli innumerevoli casi di animali smarriti, casi estremamente comuni che ognuno di noi conosce, sicuramente molto più interessanti degli esperimenti di laboratorio, sia le migrazioni stagionali compiute da animali che raggiungono destinazioni ignote o luoghi dove non sono mai stati. Un tipico caso è quello di Bobbie, una giovane collie. Era in viaggio con la famiglia dei suoi padroni dall'Ohio alla nuova casa nell'Oregon, dove Bobbie non era mai stata. Durante una sosta della famiglia, Bobbie si allontanò e non fu più possibile rintracciarla. Alla fine la famiglia abbandonò la ricerca e continuò il viaggio. Quasi tre mesi dopo Bobbie fece la sua ricomparsa davanti alla porta della nuova casa nell'Oregon. Non c'era la possibilità di errore nell'identificazione dell'animale: aveva ancora la sua targhetta con il nome al collo, oltre a parecchie cicatrici e altri segni di riconoscimento.
E la fisica? A quali considerazioni ci portano le ultime scoperte sulla mente ctonica, ossia questa Mente Universale e la capacità delle persone di influire sulle persone stesse, sulle cose ed anche sugli eventi?
Alcuni interessantissimi studi di verifica hanno dimostrato che la gente comune proietta effettivamente i propri pensieri nel laboratorio della natura. Due ricercatori della facoltà di Ingegneria della Princeton University, Robert G. Jahn e Brenda J. Dunne, hanno dimostrato che dei volontari messi di fronte a una macchina possono influenzare il suo lavoro con la forza dell'attenzione. L'esperimento viene riportato nel loro testo, rigorosamente documentato, Margins of Reality.
La macchina che veniva influenzata era un generatore di numeri casuali, un computer che emetteva sfilze di 0 e di 1 in ordine casuale. Alla lunga, la quantità degli 0 equivaleva a quella degli 1 (proprio come il tirare una moneta dà, se continuato per molto tempo, la stessa quantità di teste e di croci).
Ai volontari venne chiesto di influenzare l'output della macchina portandola a emettere più 1 o più 0 semplicemente desiderandolo. Essi si concentrarono dunque su ciò che volevano che la macchina producesse e il risultato fu eccezionale. Riuscirono a raggiungere uno scarto dalla casualità di circa il diciotto per cento, anche se nemmeno la più sofisticata teoria quantistica è in grado di spiegare come ci siano riusciti.
Ma procediamo con ordine.
Fino a poco tempo fa sarebbe stata un'eresia scientifica suggerire che il mondo è intrinsecamente non localizzato e che una connessione invisibile unisce fra loro tutte le cose per quanto possano essere disparate. Eppure molti indizi suggeriscono che l'universo debba essere compreso in un modo nuovo, un modo che sfida i caratteri strettamente localizzati della realtà, predominanti nella scienza fisica fin dai tempi di Newton.
Oggi la maggior parte dei fisici, esattamente come Newton, crede che il mondo sia spiegabile in termini di connessioni interamente localizzate, e che tutte le interazioni attualmente conosciute possano essere spiegate semplicemente in base a quattro forze fondamentali: la forza nucleare forte e la forza nucleare debole, la forza elettromagnetica e la forza gravitazionale.
Tutte queste forze si comportano come se fossero mediate da campi, che, come è stato dimostrato, non presentano chiare distinzioni dalle particelle stesse. Uno dei caratteri distintivi di una realtà localizzata è che l'energia delle forze diminuisce a mano a mano che ci si allontana dalla loro fonte.
Ciò vale anche per le grandi quattro forze che governano il mondo. Gravità ed elettromagnetismo diminuiscono la propria energia a seconda dell'inverso del quadrato della distanza tra la fonte e l'apparecchio di misurazione; le forze nucleari forte e debole diminuiscono ancora più rapidamente. Tutte le forze studiate dai fisici sembrano quindi comprensibili da un punto di vista strettamente localizzato.
La fisica moderna pone un'altra limitazione all'idea della "non localizzazione" attraverso la velocità della luce.
Secondo la Teoria einsteiniana della Relatività speciale, la velocità a cui l'informazione può viaggiare è limitata dalla velocità della luce o meno. Questo in fisica è un principio sacro, e molti fisici lo ritengono inviolabile. Ma, in un mondo non localizzato, le connessioni fra «oggetti» lontani fra loro si realizzerebbero a una velocità maggiore di quella della luce: avverrebbero all'istante.
In contrasto con un simile mondo localizzato, come apparirebbe un mondo non localizzato? Una chiara descrizione è presentata nell'eccellente libro di Nick Herbert “Quantum Reality” [La realtà quantistica].
Herbert, un'autorità in materia di effetti non localizzati in fisica, sostiene che le influenze non localizzate, ammesso che esistano, non sono mediate da campi o da nessun altro fenomeno.
Quando A si connette con B in modo non localizzato, nulla attraversa lo spazio intermediato e quindi nessuna quantità di materia frapposta può schermare questa interazione. Inoltre, influenze non localizzate non diminuiscono con la distanza. Diversamente da effetti localizzati, sono potenti a milioni di chilometri come a millimetri di distanza. Le influenze non localizzate inoltre agiscono istantaneamente. La velocità della loro trasmissione non è limitata dalla velocità della luce. Quindi un'interazione non localizzata collega una località a un'altra senza attraversamento di spazio, senza degrado e senza ritardo. Un'interazione localizzata è, in breve, non mediata, intatta e immediata .
Ma se molti fisici sostengono che un simile mondo non localizzato non è possibile neppure in linea di principio, e se le quattro forze fondamentali della natura possono essere adeguatamente descritte senza ricorrere a connessioni non localizzate, perché mai preoccuparsi di parlare di un mondo del genere? Il motivo sta nel fatto che nel 1964 un fisico irlandese, John Stewart Bell, dimostrò l'effettiva esistenza di un mondo del genere. In una prova matematica confermata da numerosi esperimenti, chiamata Teorema di Bell, egli dimostrò che l'ipotesi secondo cui il mondo è intrinsecamente localizzato è errata.
Il Teorema di Bell e la Meccanica quantistica. Il Teorema di Bell ci mostra fondamentalmente che, se la Meccanica quantistica è valida (e gli esperimenti fisici non sono stati finora in grado di affermare il contrario), le misurazioni eseguite su due particelle saranno sempre correlate, indipendentemente dalla distanza che le separa. Possiamo spiegare questa affermazione utilizzando due particelle subatomiche: abbiamo già detto che esse ruotano sul proprio asse, proprio come fanno le trottole o i pianeti. I fisici chiamano questa proprietà delle particelle «spin ». Immaginiamo di avere un sistema con due particelle molto vicine che ruotano in direzioni opposte: si descrive comunemente questa situazione dicendo che lo spin di una particella è up (verso l'alto) e quello dell'altra è down (verso il basso). Misurando gli spin delle particelle dopo che queste sono state notevolmente allontanate, scopriremo che sono rimasti uno up e l'altro down.
Queste particelle, in ragione del loro spin, si comportano come piccoli magneti, quindi si può affermare che sono dotate di momenti magnetici. t possibile modificarne l'orientamento facendole passare attraverso campi magnetici: la Meccanica quantistica ci dice che se modifichiamo l'orientamento di una particella in modo che, invece di ruotare verso l'alto intorno a un asse verticale, ruoti a sinistra intorno a un asse orizzontale, scopriamo che anche l'altra particella ruota intorno a un asse orizzontale, ma nella direzione opposta, che definiremo destra. Questi risultati della meccanica quantistica sono stati confermati da due esperimenti, il primo eseguito nel 1972 da John Clauser e Stuart Freeman negli Stati Uniti e il secondo da A. Aspect, P. Grangier e C. Roger al CERN di Ginevra nel 198I. Quindi, per quanto possa apparire insolito, esiste una qualche forma di comunicazione istantanea tra le due particelle, tale che, modificando lo spin di una, muta istantaneamente lo spin dell'altra. Istantanea in termini fisici significa velocità superluminare ossia superiore alla luce.
Ricapitoliamo e semplifichiamo: su una delle due particelle che provengono da una fonte comune viene condotta una "alterazione" di stato, Bell ha dimostrato che la seconda particella che sta viaggiando alla velocità della luce in direzione opposta alla prima, viene inspiegabilmente anch'essa alterata a causa della modificazione imposta alla prima particella. Per i fisici quantistici, ciò presenta un paradosso al tempo stesso eccitante e fonte di inquietudine. La velocità della luce è un valore assoluto, una costante universale irrefutabile che non può essere negata: e allora com'è possibile che una particella alteri lo stato dell'altra quando una comunicazione tra le due è impossibile?
La ricerca di una risposta a questo interrogativo ha tormentato i fisici fin da quando il test venne ideato negli anni Sessanta. Esistono numerose spiegazioni, ma quella che trova più seguito sembra essere la seguente: se alcune particelle subatomiche sono state insieme, esse conservano un'«affinità» permanente che sembra in qualche modo trascendere le limitazioni fisiche.
Nel suo libro, intitolato In Search of Schródinger's Cat che è diventato un best-seller, John Gribbin afferma quanto segue a proposito di questo paradosso: "Essi [gli esperimenti basati sul test di Bell] ci dicono che le particelle che hanno interagito una volta continuano in un certo senso a far parte di un unico sistema, che risponde come un'unità a ulteriori interazioni. Virtualmente ogni cosa che vediamo, tocchiamo e sentiamo è costituita da un insieme di particelle che fin dai tempi del Big Bang hanno interagito con altre particelle".
E in queste affermazioni dovremmo dunque trovare una spiegazione della telepatia?
Tutto questo comunque porta all'esistenza di un conflitto fondamentale tra le modalità di analisi del mondo fisico: le Teorie della Relatività, infatti, impongono, un limite di velocità al trasferimento delle informazioni, energia e materia, mentre la Meccanica quantistica suggerisce che in determinate situazioni è possibile superare questo limite di velocità.
In un convegno internazionale di fisica tenutosi in Italia ad Amalfi il 7 maggio 1984 il discorso di John Bell si concluse così: Siamo in presenza di una evidente incompatibilità, al livello più profondo, tra i due pilastri su cui si basa la scienza contemporanea, (Teoria della Relatività e Meccanica quantistica) … attendo pertanto con piacere quelle tavole rotonde in cui lasceremo da parte gli sconvolgenti dettagli tecnici degli ultimi sviluppi per riflettere su questa strana situazione. Forse una vera sintesi tra la Meccanica quantistica e le Teorie della Relatività non ha bisogno solo di progresso tecnico ma di un radicale rinnovamento concettuale."
Sulla scia dell'opera di Bell si è determinata nel mondo della fisica una considerevole tensione fra gli studiosi che si sono dati la pena di curarsene. La situazione è così descritta da Herbert: "Nonostante il tradizionale ripudio da parte dei fisici dell'idea d'interazione non localizzata, nonostante il fatto che tutte le forze note sono incontestabilmente localizzate, nonostante l'esclusione einsteiniana delle connessioni superluminali [più veloci della luce]... Bell sostiene che il mondo è pieno d'innumerevoli influenze non localizzate. Inoltre, queste connessioni non mediate sono presenti non solo in circostanze rare e particolari ma sono alla base di tutti gli eventi della vita di ogni giorno. Le connessioni non localizzate sono onnipresenti perché la realtà di per sé è non localizzata".
Negli ultimi vent'anni il Teorema di Bell è stato dimostrato in vari modi, la maggior parte dei quali si rifanno al comportamento di fenomeni subatomici quali i fotoni. Ma Herbert ha provato che il Teorema è applicabile non solo al mondo degli eventi che avvengono a livello quantistico, ma anche al «mondo familiare dei gatti e delle vasche da bagno».
Egli quindi sostiene che un'essenziale connessione e unità sottendono a tutti i livelli di realtà, non solo al livello dell'estremamente piccolo.
Molti fisici considerano il Teorema di Bell come un'interessante curiosità non essenziale per il normale lavoro svolto nei laboratori di fisica però evadono la risposta se gli si chiede una spiegazione logica: non sono in grado di darla. In effetti, la maggior parte di loro ritiene che siamo sempre più vicini a una grande teoria unificata in grado d'integrare le quattro forze fondamentali in un'elegante e poderosa descrizione della realtà atomica. Bell però ha dimostrato che tutte le teorie localistiche, per quanto possono apparentemente mostrarsi perfette, tralasciano qualcosa. Come si esprime Herbert: «Bell non si limita a suggerire o ad accennare che la realtà sia non localizzata ma effettivamente lo dimostra, applicando la chiarezza e il potere del ragionamento matematico. Questo carattere perentorio della prova di Bell irrita particolarmente i fisici inclini a considerare i dati della realtà in termini strettamente localistici».
Ma come potrebbe Bell avere ragione? Il mondo che ci circonda è ovviamente un mondo localizzato. Ci vuole tempo perché gli eventi accadano al nostro livello di realtà, e non c'è dubbio che siamo circondati da oggetti separati. Noi non viviamo in un mondo di eventi istantanei. Bisogna che i segnali viaggino da A a B, e ciò richiede tempo. Eppure, malgrado i messaggi desunti dal senso comune, Bell e gli sperimentalisti che sono venuti dopo hanno dimostrato che questo nostro mondo localizzato deve basarsi su una realtà più profonda che è non localizzata. Qualsiasi sia il modello di realtà da analizzare in fisica, «deve essere non localizzata... nessuna realtà localizzata può spiegare il tipo di mondo in cui viviamo... benché i fenomeni del mondo sembrino strettamente localizzati, la realtà al di sotto di questa superficie fenomenica dev'essere superluminale [più veloce della luce]. La realtà profonda del mondo è mantenuta da un'invisibile connessione quantistica la cui onnipresente influenza è non mediata, ma intatta e immediata».
Alcuni fisici sostengono che il Teorema di Bell è una teoria fastidiosa e inutile, destinata a essere spazzata via dallo sviluppo di teorie sulle realtà più sofisticate. Dopo tutto, le teorie della fisica non sono eterne. Ma, argomenta Herbert, «quando la teoria quantistica andrà a finire insieme con il fiogisto, l'etere calorico e quello luminifero nel bidone della spazzatura della fisica, il Teorema di Bell sarà ancora valido. Perché si basa su dei fatti... non dipende dall'esattezza o meno della teoria quantistica».
Molti dei modelli della realtà che esamineremo sono in armonia con il Teorema di Bell. La teoria della realtà del fisico David Bohm, che include l'ordine implicito invisibile, è un modello rigorosamente non localistico e lo stesso vale per la teoria dei campi morfogeni di Rupert Sheldrake.
In sintonia con il Teorema di Bell è anche il modello della Mente Universale del fisico Henry Margenau: egli lo ipotizza completamente non materiale e non localizzato nello spazio e nel tempo. Possiamo anche aggiungere la teoria della Mente Una di Erwin Schródinger anch'essa decisamente non localistica ed altre ancora che esamineremo. Tutte queste tesi parlano di un mondo dietro le quinte che è al di là della realtà degli oggetti e delle persone. Alla base dei fenomeni quali le menti separate, individuali, c'è un'unità fondamentale che è primaria. Il Teorema di Bell è importante perché fornisce una potenziale convalida al concetto di una basilare unità sotto forma di prove matematiche e dati sperimentali.
Herbert dichiara: "Il Teorema di Bell richiede che la nostra conoscenza in materia quantistica sia non localizzata e collegata istantaneamente a qualsiasi cosa con cui sia venuta in precedenza in contatto".
Questa è essenzialmente una definizione della mente non localizzata: una mente che è collegata a tutto il resto, a tutti gli altri momenti, luoghi e persone. Eppure non è stato ancora possibile dimostrare che messaggi significativi possano essere trasmessi in modo non localizzato fra entità separate, come tra due computer ampiamente distanziati fra loro. Nonostante molti sforzi, nessuno strumento in grado d'intercettare segnali superluminali è mai stato costruito, benché esistano le connessioni non localizzate. Il Teorema di Bell non ci dice come,, usare le connessioni fra entità. Questa semplice constatazione ha indotto Herbert a suggerire che forse queste connessioni non esistono per essere da noi «utilizzate». Forse esse non esistono «per» qualcosa; forse semplicemente esistono.
Ma che la teoria consenta implicitamente o meno il determinarsi di un qualsiasi tipo diretto di comunicazione, nondimeno pare che a volte noi comunichiamo in modo non localizzato. Di fatto, esistono molti tipi di comunicazione umana non localizzata. Nessun reale contatto è necessario fra le parti comunicanti, e non pare che nessun segnale si determini tra di loro. A volte la comunicazione sembra essere realmente non mediata, intatta e immediata: i tre caratteri principali della realtà non localizzata. Come abbiamo visto in questo testo, gli effetti della cura psichica paiono uno di questo tipo di comunicazione. Alcune delle dimostrazioni più spettacolari di comunicazione evidentemente non localizzata si sono avute nel campo della parapsicologia, soprattutto grazie all'opera dei fisici Harold Puthoff e Russell Targ dello Stanford Research Institute e di Robert G. Jahn, preside ad honorem dell'Istituto di Ingegneria della Princeton University, e della sua collega Brenda J. Dunne, dei quali abbiamo brevemente precedentemente accennato.
Il lavoro di Jahn e della Dunne ripetiamo, descritto nel loro libro Margins of Reality [Margini di realtà] è diventato una pietra miliare. Esso è particolarmente valido perché scuote alle fondamenta, in modo molto convincente e a livello della vita quotidiana, il presupposto di una realtà localizzata. Gli autori mostrano che i risultati di una varietà di esperimenti non possono essere spiegati in termini di menti che agiscono in modo localizzato: menti limitate al presente e confinate a singoli cervelli. Particolarmente stimolanti e affascinanti sono i loro esperimenti sulla percezione a distanza, che sono stati replicati da altri laboratori indipendenti. In questi esperimenti, un «mittente» con sede fissa cerca di trasmettere un messaggio a un «ricevente» che si trova a distanza anche di circa diecimila chilometri; l'informazione ricevuta viene registrata a mezzo computer. Non solo si è dimostrato possibile trasmettere l'informazione in modi tali da dimostrare che la misura della separazione spaziale è irrilevante, ma a volte addirittura il ricevente «ottiene» l'informazione fino a tre giorni prima del suo invio. In un mondo localizzato questi eventi non sarebbero possibili. Simili esperimenti lasciano intravedere il tipo di realtà tratteggiata nel Teorema di Bell, un mondo non localizzato in cui alcuni mutamenti possono essere trasmessi in modi che sono non mediati, intatti e immediati, anzi addirittura ancora più rapidi che «immediati»: addirittura prima che qualcosa sia avvenuto. Dato che l'informazione è stata ottenuta prima ancora di essere conosciuta dal mittente, è avvenuto che la mente del ricevente abbia potuto sondare il tempo nel futuro e sapere, nel momento presente il futuro. Insomma, questi esperimenti suggeriscono che le menti del ricevente e del mittente non fossero realmente separate, ma una.
Jahn e la Dunne hanno anche dimostrato in modo decisivo che soggetti umani possono influenzare mentalmente i dati ottenuti da macchine mirate a eventi microscopici intrinsecamente casuali, come la diminuzione di radioattività. Inoltre: questa abilità si estende al mondo del macroscopico: alcuni soggetti possono influire su un processo casuale su larga scala, come i pattern forniti da palle di polistirolo che cadono in modo casuale in una serie di spazi aperti verticali. Particolare interessante, i risultati di soggetti singoli in questi compiti, nel corso di centinaia di prove, lascia un pattern caratteristico diverso per ciascuna persona: un tipo di «firma psichica» che cambia poco da un esperimento all'altro.
Quello che il Teorema di Bell sembra accertare, poiché si basa su fatti sperimentali, corrisponde al modello delle menti unificate: menti che trascendono spazio, tempo e persone individuali; anche questo modello si basa su fatti. Anche se la teoria quantistica viene sostituita da un'altra teoria, e se le nostre teorie sulla psicologia e sulla mente sono rimpiazzate da altre, questi fatti rimangono. Essi ci dicono che il mondo è non localizzato e che, se guardiamo abbastanza attentamente, possiamo vedere chiaramente prove di questa non localizzazione nelle nostre vite quotidiane.
La visione popolare della mente e del sé conscio di una persona come di un quid localizzato, che occupa uno spazio preciso, dà naturalmente luogo alla nostra convinzione di essere osservatori situati in un corpo da cui guardiamo la realtà a esso esterna. Questa teoria ha avuto una forza poderosa nell'intera storia della nostra cultura ed è alla base della scienza classica, secondo cui noi possiamo osservare e misurare da un punto di osservazione esterno, e poi riflettere sul possibile significato di tutto quanto; tuttavia nella fisica moderna, essa è andata in frantumi.
Attualmente la maggior parte dei fisici ritiene che sia semplicemente impossibile spiegare le scoperte della loro scienza attenendosi a questa ipotesi. La maggioranza della comunità scientifica aderisce alla cosiddetta «interpretazione di Copenaghen» della fisica moderna (così chiamata perché Niels Bohr, il suo primo ideatore, era danese). Secondo quest'ottica, a livello atomico, un mondo reale semplicemente non esiste fintanto che non viene compiuta una misurazione o un'osservazione. Prima che ciò si determini, c'è soltanto una varietà di possibili esiti per ciascun evento successivo, ciascuno con la sua possibilità di realizzarsi una volta che l'osservazione venga effettuata. L'osservatore (o, secondo alcuni fisici, uno strumento di misurazione che funga da suo agente) compie l'atto decisivo di far «collassare» tutte le possibilità consistenti in un singolo esito coerente che solo allora può essere definito evento. Prima di questo momento non siamo autorizzati a parlare di un mondo reale di cose ed eventi, ma solo di possibilità con il potenziale di essere realizzate.
Solo combinando fra loro in un'unità singola l'osservatore e quanto viene osservato la visione del mondo può avere senso.
Qui abbiamo una delle più radicali differenze fra la concezione moderna del mondo alla luce delle scoperte della Meccanica quantistica e quella classica.
L'idea di una realtà eterna e fissa che segua il suo corso del tutto indipendente da un osservatore è stata superata nella fisica moderna da una concezione che fondamentalmente incorpora umanità in tale realtà.
La Meccanica quantistica nacque al principio del secolo e crebbe come una teoria completamente rivoluzionaria che rovesciò le idee prevalenti fra i fisici dell'epoca Vittoriana.
Il modello classico sosteneva che l'atomo fosse composto di un nucleo attorno al quale orbitavano gli elettroni, come un sistema solare in miniatura. Si sapeva che gli elettroni hanno una massa pari a circa un millesimo di quella del protone (uno dei costituenti del nucleo) e che possiedono una carica negativa in grado di bilanciare quella del protone, che è positiva.
Durante i primi decenni del secolo, però, si capì che questo modello non poteva funzionare.
Tanto per cominciare, i matematici dimostrarono che gli elettroni non avrebbero potuto mantenere la propria orbita stabilmente come fossero stati pianeti, e si sarebbero fusi coi protoni del nucleo.
Poiché era chiaro che nell'universo in cui viviamo ciò non accade, si assunse, correttamente, che il modello fino ad allora accettato doveva essere sbagliato.
Grazie all'opera pionieristica di fisici come Plank, Bohr e Schródinger, emerse un modello che descriveva la natura del regno subatomico in modo di gran lunga più sofisticato; questo nuovo modello portò con sé un certo numero di conseguenze apparentemente astruse che da allora come abbiamo più volte ripetuti, hanno gettato non solo i profani nella confusione. Uno dei padri della Meccanica quantistica, Niels Bohr, giunse persino ad affermare che «chiunque non resti scioccato dalla teoria dei quanti non l'ha capita».
I problemi cominciarono davvero quando i fisici delle particelle si resero conto che l'elettrone non era una sferula di materia carica negativamente, ma poteva essere descritto solo in termini probabilistici.
In altre parole, esiste un'elevata probabilità che un elettrone si trovi a una determinata distanza dal nucleo e una bassa probabilità che sia molto più distante o molto più vicino a esso.
Legato a questo concetto è il principio di indeterminazione annunciato da Werner Heisenberg nel 1927.
Esso dimostra che esistono dei limiti all'accuratezza con cui possono essere misurate delle coppie di quantità fisiche. Ad esempio, se cerchiamo di misurare la posizione e la quantità di moto di una particella subatomica, lo stesso atto disturberà la particella a tal punto che non sarà possibile attribuire un valore preciso a entrambe le quantità nello stesso istante.
Questa nebulosità è descritta dalla funzione d'onda - in altre parole, si tratta di una descrizione basata unicamente sulle probabilità.
Ora, di primo acchito, questa potrebbe sembrare una faccenda da poco - che mai potrebbe accadere se non riuscissimo a definire con precisione l'esatta posizione delle particelle subatomiche? In realtà, questa è l'essenza stessa della Meccanica quantistica e sta alla radice di tutti i problemi che essa crea alla mente del profano. D'altra parte, questa è anche la ragione stessa per cui la Meccanica quantistica potrebbe plausibilmente aiutarci a spiegare alcuni fenomeni attualmente non spiegati.
Se non riusciamo a definire l'universo al suo livello più elementare, ciò deve voler dire che esso è costruito sulle probabilità.
Non può esserci alcuna certezza, nessuna definizione netta, nessun «sì» o «no» in assoluto. Da ciò derivano alcuni concetti estremamente singolari della Meccanica quantistica.
Il primo di essi è che l'universo può essere studiato solo a livello statistico; se lo sondiamo troppo in profondità o cerchiamo di individuare le interazioni di singole particelle, ci ritroviamo con dei risultati privi di senso. Un altro modo per considerare tutto questo è di dire che l'universo presenta una struttura apparentemente logica solo se viene considerato olisticamente.
Una cosa del genere possiamo solo accettarla a livello di intuizione; la moderna Meccanica quantistica, però, si è spinta molto più in là.
Lo stesso Heisenberg ipotizzò che l'indeterminazione del mondo dei quanti potesse comportare l'abbattimento del tradizionale concetto secondo il quale alla causa deve sempre seguire l'effetto. Peggio ancora, in questo contesto, lo sperimentatore o l'osservatore probabilmente possono interferire con l'esperimento - in altre parole, la coscienza umana potrebbe in qualche modo controllare i fenomeni che hanno luogo nell'universo.
Per capire ciò, consideriamo un famoso esperimento di pensiero ideato negli anni Venti dal fisico tedesco Erwin Schródinger, uno dei fondatori della Meccanica quantistica.
Schródinger immaginò una scatola contenente un gatto e una sorgente radioattiva. Se il materiale radioattivo andrà incontro a decadimento, ucciderà il gatto; d'altra parte, poiché il decadimento radioattivo è un fenomeno casuale, c'è il 50% di probabilità che il gatto muoia e il 50% che sopravviva. Il solo modo di cui lo sperimentatore dispone per sapere che cosa è accaduto è quello di aprire la scatola e di guardare se il gatto è vivo o morto. Ciò significa che fino a quel momento il gatto è, allo stesso tempo, vivo e morto. La probabilità diventerà una certezza solo grazie all'azione dello sperimentatore, quando questi aprirà la scatola; solo allora infatti, l'osservatore potrà controllare l'esito dell'esperimento o, per esprimersi più tecnicamente, farà «collassare la funzione d'onda».
Questa descrizione non contiene nulla di illogico o di matematicamente falso; ciò nondimeno, non suona «corretta». In realtà, essa conduce a tutta una serie di ragionamenti paradossali.
Ad esempio: Che cosa succederebbe se sostituissimo il gatto con un essere umano? Presumibilmente quest'ultimo farebbe collassare la funzione d'onda con la stessa prontezza dello sperimentatore. Che cosa proverebbe l'uomo all'interno della scatola? Potrebbe forse ignorare l'effetto dello sperimentatore?
Ora, immaginate che l'esperimento sia al centro dell'attenzione dei media. Che cosa succederebbe dopo che lo sperimentatore avesse aperto la scatola? All'interno potrebbe esserci o un essere umano vivo o un cadavere; le telecamere e i giornalisti fuori dal laboratorio, però, inconsapevoli degli eventi che si svolgono all'interno di esso, non saprebbero ancora nulla: l'uomo nella scatola, allora, è vivo o morto? Ugualmente sconcertante è chiedersi che cosa succederebbe se il gatto o l'essere umano - e magari anche lo sperimentatore - fossero sostituiti da un computer. Che effetti avrebbero queste modifiche sul risultato?
Per quanto possa sembrare ingannevole, l'esperimento di Schródinger è basato su una teoria ragionevole e su decenni di riflessione nell'ambito della Meccanica quantistica.
Esso ci mette a disagio perché sembra contraddire in primo luogo i processi logici ai quali siamo stati abituati e in secondo luogo altri processi che forse, in quanto esseri umani, sono per noi istintivi. Tuttavia, può darsi che questi principi siano giusti e che a sbagliare sia invece proprio il nostro intuito.
Questi concetti bizzarri sono stati interpretati in moltissimi modi diversi. L'approccio più tradizionale, che venne sviluppato nel 1927, è chiamato «Interpretazione di Copenhagen» e sostiene in primo luogo che l'indeterminazione degli eventi individuali caratteristica del mondo subatomico non possa essere estesa al mondo macroscopico e in secondo luogo che il mondo su larga scala dell'esperienza quotidiana sia comprensibile solo a livello statistico generale.
I critici di tale interpretazione ribattono affermando che questo ragionamento aggira il problema, e per studiare l'enigma dei quanti propongono delle vie alquanto eccentriche.
Un'ipotesi nota con il nome di Everett-Wheeler (dai suoi promotori, Hugh Everett e John Wheleer) postula che tutti i possibili esiti di un processo (nel caso del gatto di Schródinger, le due possibilità - "gatto morto", "gatto vivo") si verifichino effettivamente da qualche parte. Nel nostro universo verrà osservato solo un risultato (ad esempio "gatto vivo"), ma in un universo parallelo, sarà registrato quello opposto - "gatto morto".
Ciò significherebbe che ogni qualvolta accade qualcosa, ci sono almeno due alternative, che si verificano in universi totalmente separati e sono registrate da osservatori che non potranno mai incontrarsi. Inoltre - dall'alba dei tempi e al passaggio di ogni secondo - il numero dei possibili «futuri» è cresciuto vertiginosamente e sta tuttora aumentando avvicinandosi a una varietà pressoché infinita di possibili esiti.
Questa idea viene considerata seriamente da alcuni membri della comunità scientifica. E' stata argomento di diversi articoli e ha a sua volta rappresentato la base di altre ipotesi, ancora più contorte. Tuttavia, è assolutamente impossibile verificarla e probabilmente non sarà mai confermata.
Paradossalmente, uno dei suoi due ideatori, l'eminente fisico John Wheeler, ha attaccato i parapsicologi, dichiarando che la comunità scientifica dovrebbe buttar fuori «i tipi troppo eccentrici dal teatro della scienza».
Gli appassionati dei fenomeni paranormali ritengono che questa sia ipocrisia bella e buona e controbattono affermando che le idee di Wheeler e di altri fisici sono di gran lunga più estreme dei più fantasiosi concetti mai proposti da parapsicologi e ricercatori vari.
Dal canto loro, i fisici dei quanti affermano di fondare le proprie teorie sulla matematica e su tutta una mole di conoscenze coerenti che coprono la maggior parte del secolo. Costoro inoltre sottolineano i numerosi aspetti ormai dimostrati della Meccanica quantistica, come pure gli sviluppi tecnologici che questa disciplina ha offerto all'umanità.
Effettivamente i fisici hanno un certo vantaggio. La Meccanica quantistica è il fondamento della scienza dei laser, dell'elettronica avanzata e delle telecomunicazioni. Senza una comprensione di questa arca esotica della fisica non potrebbero esistere televisione, computer avanzati, viaggi spaziali; niente cd, niente comunicazioni globali, niente internet, niente chirurgia laser. Al confronto della fisica, la parapsicologia continua a essere - fra quelli esplorati dall'uomo - uno dei campi più evasivi e resta impossibile descriverla e definirla con precisione, anche se effettivamente è impensabile che "le scienze" dalla psicologia alla medicina che studiano l'uomo possa essere ritenute in assoluto le più complesse, a conferma di ciò è impensabile in medicina applicare le sperimentazioni con il rigore di scienze come la fisica: arriveremmo al paradosso che la medicina è roba da …stregoni!
Una terza interpretazione apparentemente meno controversa del modello di Everett-Wheeler - ma sempre elusiva nei confronti di una verifica scientifica - postula che la coscienza umana possa interagire direttamente con la funzione d'onda. Questa ipotesi è attribuita al fisico americano Eugene Wigner e postula che la mente umana possa, con il subconscio, manipolare l'universo a un livello elementare.
Qui riecheggiano le diverse idee discusse precedentemente. Ovvi sono i paralleli con il mondo unitario o "Unus Mundus" di Carl Jung e come vedremo con la risonanza morfica di Rupert Sheldrake. Questa spiegazione potrebbe render conto della psicocinesi e di alcuni tipi di telepatia; soprattutto, però, l'interpretazione di Wigner offre una soluzione al problema della precognizione, suggerendo un possibile meccanismo.
Fondamentale, ai fini di questa spiegazione, è che l'interazione fra coscienza e processi elementari non sia ristretta al «qui e adesso». In altre parole, nel momento in cui interagisce con l'universo, la coscienza umana può trascendere la distanza e il tempo. In gergo tecnico, si dice che è un'invariante dal punto di vista spaziale e temporale.
Quel che è sorprendente è che non si tratta del frutto dell'immaginazione eccentrica di qualche fanatico. Tutto questo può essere confermato da una serie di test convincenti basati sull'esperimento come abbiamo visto del fisico americano John Bell.
Questo tratto essenziale della nuova interpretazione è così espressa dal professor Wheeler: “Il fatto più importante del principio quantistico è che esso distrugge il concetto che il mondo «se ne stia là fuori» mentre l'osservatore ne è separato, al sicuro da esso... Per descrivere il cambiamento intervenuto, è necessario cancellare la vecchia parola «osservatore» e sostituirla con la nuova parola «partecipante». In qualche strano senso, l'universo è un universo partecipatorio”.
Quello che è importante ai fini del nostro discorso è che la moderna scienza atomica (la più rigorosa mai elaborata dalla mente umana) si sia spinta oltre la nozione di una realtà fissa, esistente «là fuori».
Questo sviluppo, la congiunzione fra l'osservatore e quanto viene osservato, ha influenzato sia la Meccanica quantistica sia la Relatività, le due branche principali della fisica moderna. Così lo scienziato e filosofo Jacob Bronowski ha fatto il punto della situazione per quanto attiene alla Relatività: "La Relatività deriva essenzialmente dall'analisi filosofica, egli precisa che non esistono un fatto e un osservatore, piuttosto una convergenza dei due in un'osservazione... evento e osservatore non sono separabili".
E Schródinger così riconosce e applica questa verità alla sua disciplina, la Meccanica quantistica: "Soggetto e oggetto sono soltanto un unico. Non si può dire che la barriera fra i due si sia infranta a seguito delle recenti esperienze nel campo delle scienze fisiche, perché questa barriera non esiste."
Ispirato dalle scoperte della fisica e dagli antichi insegnamenti, Schródinger giunse alla convinzione che la mente non poteva essere separata dal mondo e messa in una scatola, il cervello.
Né il sé poteva essere messo in un corpo. In ultima analisi, la mente individuale e il sé non sono primari. In linea di principio, non possono essere limitati: sono intrinsecamente parte di un più grande tutto.
Uno dei grandi ed eterni dilemmi sulla natura della mente è questo: perché, se ci sono tanti ego coscienti, c'è soltanto un mondo percepito da tutti quanti? Perché non un mondo diverso per ciascuna persona? Perché non viviamo in una Torre di Babele, ciascuno di noi con una diversa immagine della realtà, incapace di comunicare con gli altri?
Quale altra alternativa può esserci per spiegare come possa una singola visione del mondo scaturire da menti che appaiono separate? Schródinger dà questa risposta: "C'è evidentemente una sola alternativa, vale a dire l'unificazione delle menti o della coscienza. La loro molteplicità è solo apparente: in realtà esiste una sola mente".
Con queste parole Schródinger ci conduce oltre il primato della persona. La mente non è più localizzata e confinata all'individuo ma è transpersonale, universale, collettiva: ossia è non localizzata.
Schródinger sostiene che esistono validi motivi per credere anche che questa Mente Una sia immortale. Questa conclusione si basa principalmente su nuove concezioni della natura del tempo. Nella moderna scienza fisica, un tempo esterno, un tempo completamente obiettivo in senso lato, non esiste. Assolutamente nulla ci dimostra che il tempo sia l'entità rappresentata nella visione di Newton, e non un solo esperimento ha mai dimostrato che il tempo scorra. Come abbiamo rilevato, la fisica moderna ha eliminato l'idea del mondo come oggetto, e con essa l'idea del tempo come oggetto. Semplicemente non esiste un mondo esterno, oggettivo, dove potrebbe esistere un tempo esterno, oggettivo. Così, nella fisica moderna non solo mente e mondo vengono sostanzialmente unificati ma anche mente e tempo.
Ora, se mente e tempo sono interdipendenti, sorge questo difficile quesito: com'è concepibile che il tempo possa distruggere la mente? Schródinger risponde che non può distruggerla: "Io arrivo a definirla [la mente] indistruttibile, poiché possiede una sua peculiare dimensione temporale: la mente, cioè, è sempre adesso. Per la mente non esiste realmente un prima e un dopo. C'è solo un adesso che comprende ricordi e aspettative… Noi possiamo, almeno così credo, affermare che allo stadio attuale la teoria fisica sembra nettamente suffragare l'indistruttibilità della mente da parte del tempo…Resta il fatto che il tempo non ci appare più come una [forza] gigantesca, dominante il mondo, né come un'entità primaria, ma come qualcosa di derivato dai fenomeni stessi. E' una costruzione del nostro pensiero. Che una simile entità possa un giorno o l'altro mettere fine al mio pensiero, come alcuni ritengono, va oltre la mia comprensione. Perfino l'antico mito fa divorare a Crono soltanto i suoi due figli, non suo padre".
La nostra mente come si manifesta nella vita di tutti i giorni non è, naturalmente, adattata a pensare nei termini di «adesso», ovvero secondo la visione che tanto affascinò Schródinger. Ciò è uno dei motivi per cui preferiamo alle descrizioni atemporali della fisica moderna a quelle lineari, progressive della scienza classica.
Noi semplicemente siamo abituati a esse e, di conseguenza, prendiamo la più sconcertante decisione: optiamo per una visione del mondo che sia totalmente obiettiva e che contenga un tempo inesorabilmente a senso unico; tutto questo a dispetto del fatto che ciò comporta morte e distruzione. Così noi sterminiamo noi stessi con la nostra concezione del mondo. E' questo un fatto che non può non sbalordirci
Essendo il tempo una costruzione della nostra mente è difficile comprenderlo se prima non comprendiamo come funziona la mente ma: per poter pensare alla mente è necessario impiegare la mente; bisogna uscire dalla mente. In questa situazione la mente deve funzionare simultaneamente come soggetto e oggetto. Ma sorge un problema: la mente è allora incompleta perché qualcosa le è stato sottratto, e ciò influirà su qualsiasi osservazione futura su di essa. Eppure, se non si esce dalla mente per osservarla, l'osservazione non è possibile. A causa del processo intrinseco di pensare alla mente con la mente, sia la completezza sia la coerenza del nostro ragionamento sono destinati all'imperfezione.
Questo apparente paradosso non è una considerazione enunciata per confonderci le idee ma bensì il risultato delle considerazioni di due leggi matematiche del più importante matematico moderno: l'austriaco Kurt Godel, dai più descritti come l'Einstein della matematica, con un orientamento leggermente kafkiano.
I suoi teoremi definiti "teoremi dell'incompletezza" sono un punto fermo della matematica moderna, per quanto incredibili, essi sono stati analizzati da matematici e logici della massima levatura per oltre mezzo secolo e non è mai stato dimostrato che contengano contraddizioni.
Essi affermano brevemente che:
1. Qualsiasi sistema logico abbastanza complesso che contenga come minimo della semplice aritmetica può esprimere asserzioni vere che non possono essere dedotte dai suoi assiomi.
2. Gli assiomi di tale sistema , con o senza ulteriori asserzioni di supporto non possono essere dimostrati in anticipo come alieni da contraddizioni.
Queste osservazioni colpiscono al cuore dell'obiettivo ideale della scienza, che è quello di elaborare un quadro completo e coerente della natura, infatti ciò è matematicamente impossibile. I teoremi di Godel stabiliscono che le leggi della natura, se sono davvero coerenti come crediamo che siano, devono avere qualche formulazione interna completamente diversa da qualsiasi altra cosa ci sia oggi nota.
Che cosa allora crea l'illusione del passaggio del tempo?
Egli affermo che: «L'illusione del passaggio del tempo proviene dalla confusione fra il dato e il reale. Il passaggio del tempo si determina perché noi pensiamo di occupare realtà diverse. In verità, noi occupiamo soltanto dati diversi. C'è esclusivamente un'unica realtà».
Ma vediamo lo stesso problema come fu affrontato da un suo collega ed amico presso la stessa Princeton University: Albert Einstein.
Quando Einstein pubblicò la sua rivoluzionaria "Teoria sulla Relatività" nel 1905, il mondo cambiò e non sarebbe più stato quello di prima. Einstein infranse le basi fondamentali e fino ad allora ritenute incontestabili della fisica classica di Newton: la sua struttura deterministica, casuale; il suo tempo lineare, fluido e il suo spazio vuoto; i suoi rigidi compartimenti di materia ed energia. Ma non è di queste intuizioni che ci occuperemo in questa sede alle quali, accenneremo molto succintamente.
La Teoria della Relatività ristretta o speciale. Le leggi che governano la nostra vita quotidiana, le interazioni con gli altri, le nascite, i matrimoni e i decessi variano, naturalmente, a seconda del paese in cui viviamo, perché sono leggi umane, istituite dai popoli per garantire una pacifica consistenza all'interno di società caratterizzate da particolari sistemi di valori. Le leggi fisiche hanno un carattere diverso. Non dovrebbero dipendere dal luogo in cui vengono scoperte, o da dove vengono applicate o esaminate, ma devono valere per tutto l'universo osservabile.
L'idea dell'universalità delle leggi fisiche è relativamente nuova nella storia della scienza e può essere fatta risalire alla formulazione, da parte di Newton, dei principi fondamentali della dinamica e della legge di gravitazione universale. Nella cosmologia di Aristotele le leggi fisiche non erano universali, ma erano suddivise in due gruppi distinti: il primo valido per la sfera superlunare, la regione al di sopra della Luna, e il secondo per la sfera sublunare, la regione al di sotto del nostro satellite. Le leggi di Keplero erano una sorta di codice della strada a uso dei pianeti e non potevano essere applicate al moto degli oggetti sulla superficie terrestre. Newton fece poi una scoperta importante sul carattere delle leggi fisiche: esse devono essere valide indipendentemente dal loro luogo di applicazione nell'universo.
Einstein scoprì un'ulteriore caratteristica delle leggi fisiche, che egli riprese come concetto fondamentale della Teoria della Relatività speciale: esse devono valere per tutti gli osservatori che si muovono l'uno rispetto all'altro di moto rettilineo uniforme. In altri termini, le formule matematiche utilizzate per descrivere le leggi fisiche devono essere indipendenti dal movimento degli osservatori, a patto che quest'ultimo sia rettilineo e uniforme. Tali leggi devono risultare sempre valide, che la loro verifica avvenga in un laboratorio immobile sulla superficie della Terra, su un treno o su un'astronave, purché in moto rettilineo uniforme, oppure in fondo a una miniera.
Il secondo principio fondamentale della Teoria della Relatività ristretta di Einstein è la costanza della velocità della luce in tutto l'universo, indipendentemente dalla velocità alla quale si muove l'osservatore. L'applicazione di questi principi alle leggi note della fisica ebbe numerose conseguenze di vasta portata. Secondo la Teoria speciale, la lunghezza della barra di misurazione doveva essere diversa per osservatori in movimento a diverse velocità. Così, ad esempio, la lunghezza di un'astronave misurata da un astronauta all'esterno della navicella sarebbe risultata diversa dalla lunghezza della stessa misurata mediante un telescopio collocato sulla Terra. Se l'astronave si fosse mossa a una velocità prossima a quella della luce, all'osservatore terrestre sarebbe apparsa più corta di quanto misurasse negli istanti precedenti il lancio, mentre l'astronauta non avrebbe notato alcuno sfasamento.
Ii possibile determinare la massa di un elettrone dalla misura della sua deviazione in un campo magnetico di forza nota. Se si misurasse la massa di un elettrone che si sposta a una velocità quasi uguale a quella della luce, essa risulterebbe notevolmente superiore alla massa di un elettrone dotato di velocità minore. Negli enormi apparecchi utilizzate per far urtare tra loro le particelle subatomiche, questo risultato della Teoria della Relatività speciale è continuamente verificabile. La teoria implica inoltre che, dal punto di vista di un osservatore immobile, gli orologi a bordo di un'astronave che si muova quasi alla velocità della luce apparirebbero rallentati, mentre gli astronauti sul veicolo spaziale non individuerebbero alcun cambiamento. I corollari appena descritti della Teoria della Relatività speciale o ristretta sono particolarmente importanti per i fisici che si occupano delle velocissime particelle subatomiche e per gli astronomi che effettuano le loro osservazioni sulle galassie lontane che si allontanano dalla Terra ad altissima velocità. Secondo la Teoria della Relatività ristretta, la massa di una particella aumenterà con il suo approssimarsi alla velocità della luce. Le relative equazioni di Einstein ci dicono che alla velocità della luce una particella assume massa infinita; ma nell'universo non esiste energia sufficiente a conferire una simile velocità a una particella, e quindi nessuna particella può muoversi a una velocità superiore a quella della luce. La teoria porta inoltre a concludere che la perdita di una piccola quantità di massa si manifesta come variazione di energia, e che il rilevamento di qualsiasi energia implica una massa.
Quando quattro atomi di idrogeno sono spinti, dalle altissime temperature all'interno delle stelle, a unirsi per formare un atomo di elio, si ha la perdita di una certa quantità di massa che si manifesta come energia, ed è questa energia a fornire il combustibile per la maggior parte delle stelle comuni. Anche la trasmissione di informazioni richiede generalmente un trasferimento di energia e, dato che l'energia possiede una massa, nessuna informazione può venire trasmessa a una velocità superiore a quella della luce. La velocità della luce costituisce quindi la velocità limite per lo spostamento della materia e delle informazioni nello spazio comune. Il modo più chiaro per rappresentare la Teoria della Relatività ristretta è il continuo spazio-tempo, composto da tre dimensioni spaziali e da una temporale. E' estremamente difficile immaginare uno spazio quadridimensionale, ma si possono utilizzare alcune analogie per spiegarne i concetti fondamentali senza dimenticare, inoltre, che non è sempre necessario considerare tutte le dimensioni spaziali.
Si può stabilire la posizione di una nave indicandone la latitudine e la longitudine in un determinato momento. Immaginiamo di segnare questa posizione in un preciso istante su una cartina geografica disegnata su un foglio di plastica trasparente, e di registrarla nuovamente dopo un certo tempo su un altro foglio. Procediamo allo stesso modo a intervalli di un'ora e poi sovrapponiamo i vari fogli, in sequenza, separandoli con blocchetti di plastica trasparente attaccati agli angoli. Se, invece di limitarci a segnare le posizioni in momenti successivi, avessimo praticato un forellino in ciascun foglio, avremmo potuto farvi passare un filo di cotone che avrebbe rappresentato lo spostamento della nave sulla superficie della Terra e nel tempo. Il filo rappresenta la linea d'universo della nave nello spazio-tempo. Questo tipo di linea esiste anche per un oggetto in stato di quiete, ma in questo caso si muove solo attraverso il tempo: sarebbe una linea verticale attraverso i nostri fogli di plastica trasparente.
L'orbita di un pianeta intorno al Sole è propriamente un'ellisse, anche se per la maggior parte dei pianeti assomiglia più a un cerchio. La linea d'universo di un pianeta nello spazio-tempo sarebbe invece simile a una spirale, poiché il pianeta non si limita a orbitare intorno al Sole, ma progredisce anche attraverso il tempo. Qualsiasi particella esistente possiede una linea d'universo nello spazio-tempo, ma le conformazioni di queste linee variano notevolmente. Le linee d'universo di due particelle entrate in collisione si intersecano nel punto spazio-temporale in cui tale urto è avvenuto. Le particelle che si trovino nello stesso punto dello spazio ma in momenti diversi non hanno possibilità di urto. La legge di gravitazione universale di Newton è in disaccordo con la Teoria della Relatività ristretta di Einstein perché implica tra l'altro un'azione simultanea a distanza, in conflitto con quanto richiesto dalla Relatività speciale, e cioè che nessuna informazione può essere trasmessa a una velocità superiore a quella della luce. Einstein tentò allora di forrnulare una nuova ipotesi, giungendo alla Teoria della Relatività generale, che è in effetti una teoria della gravità.
La Teoria della Relatività generale si fonda essenzialmente su due principi. Il primo è un'affermazione che riguarda, una volta di più, il carattere delle leggi fisiche. Secondo la "Teoria della Relatività generale", le leggi devono essere formulate in modo da non dover dipendere dal luogo in cui vengono applicate e dal moto dell'osservatore. Ciò significa che i suoi requisiti sono più generali rispetto a quelli della Teoria ristretta, per la quale le leggi devono essere valide per osservatori che si spostano di moto rettilineo uniforme. I corollari della Teoria speciale non valgono quando ci si avvicina a un forte campo gravitazionale, se si cambia la direzione del moto, oppure quando se ne modifica la velocità. In questi casi i risultati della Teoria speciale devono essere sostituiti da quelli della Teoria generale.
Il secondo principio fondamentale è chiamato principio di equivalenza: esso afferma che gravità e accelerazione hanno molti aspetti in comune e sono, da un certo punto di vista, equivalenti. Ognuno di noi può verificarlo empiricamente: quando un ascensore inizia a salire avvertiamo un leggero aumento del nostro peso e un senso di vuoto allo stomaco; quando l'ascensore si ferma, la sensazione è di leggerezza. Ciò significa che un'accelerazione verso l'alto è in grado di aumentare la forza di gravità esercitata sui nostri corpi, mentre un'accelerazione verso il basso ne provoca la diminuzione. Sono forze di tipo gravitazionale anche quelle che avvertiamo a bordo di un'automobile in rapida accelerazione: in questo caso la forza risultante ci schiaccia contro il sedile. Ne sanno qualcosa gli astronauti quando i loro veicoli spaziali sono in fase di accelerazione, e per imparare a sopportare questo tipo di forze vengono sottoposti a periodi di preparazione all'interno di una centrifuga atta a simulare proprio gli effetti della gravità. Questi due principi fondamentali portano a svariate conclusioni di notevole importanza, la prima delle quali riguarda il moto delle particelle. Secondo la prima legge di Newton, una particella permane nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non le venga applicata una forza tendente a modificare uno di questi due stati iniziali. Ciò significa che la quiete o il moto rettilineo uniforme sono le condizioni normali delle particelle e che, se si trovano nell'uno o nell'altro stato, su di esse non agisce alcuna forza. Per ognuno dei due possibili stati la linea d'universo di una particella nello spazio-tempo sarebbe una retta.
In matematica la linea retta viene definita come la distanza più breve tra due punti. Ciò è vero se uniamo due punti su una superficie piana o nel consueto spazio tridimensionale. ma non è più vero se siamo obbligati a spostarci su una superficie curva o all'interno di una regione limitata dello spazio che presenta una curvatura. Le barche e le navi che attraversano la superficie marina, una superficie curva, devono tener conto di tale conformazione al momento di stabilire la rotta. Un velivolo è obbligato a spostarsi nell'atmosfera terrestre, il cui spessore è minimo rispetto al raggio della Terra, quindi anche in questo caso per i tragitti particolarmente lunghi bisogna tener conto della curvatura dell'atmosfera. I piloti e gli ufficiali di rotta lo sanno molto bene; i marinai, quando devono viaggiare da un porto a un altro che dista migliaia di miglia, sanno di doversi spostare lungo quelli che sono chiamati archi dei cerchi massimi (un cerchio massimo divide la superficie della Terra esattamente a metà). Questo cerchio costituisce un caso particolare di una classe di linee matematiche chiamate geodetiche, che rappresentano il «cammino più breve» che unisce fra loro due punti su una superficie curva o in uno spazio «curvo». Questo concetto può essere utile per discutere una delle conseguenze della Teoria generale.
La Teoria generale considera «normale» il moto in presenza di gravità, il che implica che non bisogna cercare altre forze a meno che un corpo si muova in modo diverso dal suo «moto normale». Però la sua linea d'universo attraverso lo spazio e il tempo sarà retta solo se si trova lontana da qualsiasi oggetto dotato di massa. Secondo questa teoria la «forma» dello spazio-tempo vicino a oggetti dotati di massa non è piatta ma curva, e pertanto, nella situazione di uno spazio-tempo «curvo», le particelle seguono speciali geodetiche curvilinee. La «curvatura» dello spazio-tempo è determinata dalla presenza e dalla distribuzione della materia e, dato che esiste una massa anche nell'energia, dalla distribuzione di quest'ultima. Le regole che ci consentono di calcolare la curvatura dello spazio-tempo in base alla distribuzione di massa e di energia sono chiamate equazioni di campo.
Una volta calcolata la curvatura dello spazio-tempo, attraverso le equazioni di campo, possiamo calcolare le geodetiche di questo spazio-tempo, che a loro volta ci indicheranno il movimento delle particelle quando non sono soggette ad altre forze come, per esempio, l'elettricità e il magnetismo. Un raggio luminoso, lungo il quale l'informazione viaggia alla velocità della luce, sarà una geodetica speciale, denominata « geodetica di lunghezza nulla». Lontana da qualsiasi corpo provvisto di massa, questa geodetica di lunghezza nulla sarà una linea retta. Quindi, per le enormi distanze tra le stelle, possiamo trattare la luce come se si muovesse in linea retta, con un elevato grado di approssimazione. Ma questo non è più vero nelle vicinanze di corpi dotati di massa.
Accanto alla Terra, la cui massa è inferiore a quella del Sole, la curvatura di un raggio di luce è minima. E invece possibile rilevare questo effetto su un raggio di luce che sfiora la superficie del Sole, in determinate circostanze, come per esempio durante un'eclissi totale di Sole. Immaginiamo che in un determinato momento dell'anno una stella si trovi esattamente dietro il Sole, e che alcuni dei suoi raggi ne sfiorino la superficie per poi raggiungere la Terra. In questo caso saremmo in grado di vedere dietro al Sole. In una situazione normale la luminosità del Sole ci impedirebbe di osservare la stella ma, durante un'eclissi totale di Sole, la Luna si frappone tra noi e il Sole celandone i raggi e consentendoci di vedere la stella. La massa della Luna è notevolmente inferiore a quella del Sole, quindi il suo effetto è trascurabile. Questo esperimento è stato condotto per la prima volta nel 1919: le fotografie scattate durante l'eclissi fornirono una conferma convincente delle previsioni della Teoria della Relatività generale e, da un giorno all'altro, Albert Einstein divenne uno scienziato famoso in tutto il mondo.
Vogliamo ora considerare alcune delle sue anticonvenzionali concezioni sul posto dell'uomo nel mondo e il suo modo di concepire la mente.
Una delle caratteristiche fondamentali di Einstein fu il suo modo di dare l'impressione di vivere la sua fisica. Il suo esempio demolisce completamente l'idea che la fisica sia una questione puramente intellettuale
La fisica non era per lui un'arida routine: era il suo tentativo di comprendere il lavoro di Dio.
Le scoperte di Einstein hanno introdotto nella fisica una nuova unità, come osserva Bronowski, composta da un'inestricabile triade: l'evento, l'osservatore e il segnale che li collega tra loro.
La fisica non consiste di eventi; consiste di osservazioni, e fra l'evento e l'osservatore deve passare un segnale (per esempio un raggio di luce, un'onda o un impulso) che semplicemente non può essere eliminato dall'osservazione... Evento, segnale e osservatore: è questa la relazione che Einstein vide come l'unità fondamentale nella fisica. La Relatività è la comprensione del mondo non come eventi ma come relazioni .
Pertanto, nella Relatività speciale, gli individui partecipano all'immagine del mondo soltanto per essere inclusi in qualcosa di più grande dei sé individuale. A meno che non ci si spinga oltre il sé, non si ottiene alcuna immagine del mondo. Questa sconvolgente teoria, dimostrata al di là di ogni dubbio e universalmente accettata, si armonizza alla perfezione con la concezione di Einstein secondo cui gli individui s'inseriscono in unità sempre più grandi: e, in questo modo, si connettono, come affermò, «con tutti gli esseri viventi».
Procedere oltre la prigione dell'individualità fino a una consapevolezza esperienziale di questo «tutto significante» era per Einstein un grande compito nella vita, che egli descrive in un passo molto spesso citato: Un essere umano fa parte della totalità che noi chiamiamo «universo», è una parte limitata nello spazio e nel tempo. Egli percepisce i suoi pensieri e sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una sorta d'illusione ottica della sua coscienza. Questa illusione è per noi una specie di prigione e ci limita nelle nostre decisioni personali e nell'affetto per le persone che ci sono più vicine. Il nostro compito dev'essere quello di liberarci da questa prigione allargando la portata della nostra affettività fino ad abbracciare tutti gli esseri viventi e l'intera natura nella sua bellezza .
Il vero valore dell'essere umano è determinato principalmente dalla misura e dal modo in cui ha ottenuto la liberazione dal sé.
Un'inequivocabile promessa d'immortalità è presente nelle idee di Einstein, idee che scaturiscono dalle interpretazioni del tempo formulate dalla fisica moderna, in cui esso è privato del suo carattere esterno, fluido, lineare. Sulla base di queste concezioni, sorgono concetti completamente nuovi di passato, presente e futuro: viene inoltre a cadere il concetto di morte come evento ultimo, finale.
Nel 1905 Einstein pubblicò il suo trattato sulla Relatività speciale. Alla fine di questo saggio, destinato a cambiare per sempre i nostri concetti di spazio e di tempo, egli ringraziò Michele Besso, suo intimo amico fin dai tempi in cui lavoravano insieme nell'Ufficio Brevetti di Berna; con lui aveva allora discusso ed elaborato le proprie idee ancora allo stadio embrionale. La loro profonda amicizia durò tutta la vita e nel 1955, quando Besso mori, Einstein scrisse ai famigliari una lettera con cui esprimeva le sue idee sull'immortalità: La nostra amicizia aveva come fondamento i nostri anni di studio a Zurigo, dove c'incontravamo regolarmente alle manifestazioni musicali... più tardi l'ufficio brevetti ci unì nuovamente. Quando tornavamo a casa insieme, le nostre conversazioni erano di un fascino indimenticabile... E ora mi ha preceduto di poco dando addio a questo strano mondo. Ciò non significa nulla. Per noi fisici credenti la distinzione fra passato, presente e futuro è soltanto un'illusione, anche se dura a morire. E' facile trovare conferma della natura della mente non localizzata, affine all'anima, fra poeti, mistici e filosofi; si possono anche aggiungere all'elenco pochi scienziati che, di tanto in tanto, si sono trastullati con l'idea. Ma è estremamente raro trovare uno scienziato contemporaneo di spicco, che abbia apportato contributi fondamentali alla sua disciplina e che abbia anche apertamente dichiarato che la mente è universale.
Così ha fatto Henry Margenau, professore emerito di fisica e filosofia naturale presso l'Università di Yale. Nel quadro di una carriera d'illustre teorico di fisica molecolare e nucleare, il professar Margenau diede l'avvio a una ricerca sui fondamenti filosofici della scienza naturale.
Il professar Margenau ha ampliato la visione del mondo del laboratorio di fisica suggerendo che la scienza accenna a una realtà che possiede un suo peculiare significato non solo quando si lavora in un laboratorio di fisica ma anche quando si contrattano azioni in borsa, si attraversa la strada o si sbrina il frigorifero. Una visione dei mondo che espande lontano il suo raggio d'azione ed è onnicomprensiva, contenendo tutte le visioni del mondo sussidiarie, utilitarie, quelle in cui continuiamo a entrare e uscire nella nostra vita quotidiana. Margenau è certo che sia possibile parlare con il linguaggio del fisico a proposito dell'unità che abbraccia distanti livelli di natura grazie alle rivelazioni della scienza moderna. Per dimostrare di non essere il solo a nutrire questa convinzione, accenna alle intuizioni di due figure di primaria grandezza nella fisica moderna, Werner Heisenberg e David Bohm. Poco prima della sua morte, Heisenberg pubblicò un saggio contenente l'ipotesi che certi concetti fondamentali, meccanicistici, di senso comune, come «composto» e «dotato di parti distinte e nominabili», possano essere privi di significato per le verità ultime a cui la fisica cerca di arrivare. E il fisico Bohm espresse la stessa sensazione. «Così», affermò, «si arriva a una nuova nozione di totalità ininterrotta che nega l'idea classica di analizzabilità del mondo in parti esistenti separatamente e indipendentemente». E anche se il "pensare in termini di parti" si è arrestato al livello degli atomi Margenau pone un interrogativo fondamentale: questo tipo di negazione [la negazione della separabilità in parti] dovrebbe anche essere necessaria per la coscienza, per la mente, così che il problema di menti separate, che compongono la Mente Universale o che a essa si aggiungono, possa assumere un significato?
Certi filosofi che contribuirono ai Veda e alle Upanishad (testi sacri orientali) darebbero una risposta chiaramente affermativa, e le testimonianze dei mistici sulle proprie esperienze estatiche di fusione con Dio forniscono una prova ulteriore della natura innumerevole delle anime.
Questi grandi fisici suggeriscono che il concetto di totalità non si limita agli atomi. Se «pensare in termini di parti» è inappropriato al livello degli atomi, lo è anche al livello delle menti. E che cos'è la mente senza parti? E' la Mente Una o Mente Universale, il «Tao, Logos, Brahman, Atman, l'Assoluto, Mana, Spirito Santo, Weltgeist, o semplicemente Dio». Per Margenau, il fatto che noi tutti percepiamo lo stesso mondo in modo unico è una prova dell'esistenza della Mente Universale. Certo, la visione che ciascuno ha della realtà non è precisamente identica, come ampiamente documentato da decenni di esperimenti di psicologia della percezione. Eppure esiste un'approssimativa, ma indubitabile analogia tra le nostre visioni; possiamo comunicarci esperienze condivise riguardanti il nostro mondo senza eccessiva difficoltà.
Ora, come giudicare il fatto che noi condividiamo collettivamente una visione coerente del mondo? Questo fatto è profondamente importante, afferma Margenau: dopo che noi introiettiamo stimoli, alla fine, essi vengono trascritti... [in una] realtà fisica, essenzialmente uguale per tutti... [Questa] unità del tutto se ricordiamo che la materia è una costruzione della mente implica l'universalità della mente stessa.
Questa importante possibilità viene continuamente ignorata da psicologi della percezione, neurologi e filosofi della mente. Se, come ammette la moderna neuroscienza, noi non conosciamo nulla se non attraverso i sensi, perché allora non esiste un mondo diverso per ciascun cervello? I cervelli non sono identici neppure nei gemelli monozigoti. Lo stesso cervello, d'altra parte, da un momento all'altro, può percepire gli stessi stimoli in modo diverso ed elaborare una diversa visione del mondo. Quando consideriamo quanto potrebbero essere radicalmente differenti le immagini create dai nostri cervelli, è straordinario che invece le nostre visioni del mondo si rivelino tanto coerenti.
Il motivo per cui sono coerenti, spiega Margenau, non è perché i nostri cervelli sono simili o funzionano allo stesso modo, ma perché le nostre menti sono una.
Ci vuole una singola coscienza per comporre una visione singola del mondo, specie quando tale immagine viene assemblata dai circa 5 miliardi di cervelli esistenti sul nostro pianeta. Soltanto la Mente Una, la Mente Universale, potrebbe pervenire a u |